Hay quitarles la gallina de los huevos de oro y qu...        
Hay quitarles la gallina de los huevos de oro y que ganen un salario digno, que este en el puesto el que realmente lo haga por servir a su tierra y no servirse de ella ó a los intereses de unos cuantos.

          Giuseppe Genna: Grande madre rossa        
Oggi è il primo di agosto e sono piuttosto insoddisfatto di me stesso in generale e di questo blog in particolare. Vorrei scrivere qualcosa di incisivo e pregnante. Come al solito, non ci riesco. Invece, ho deciso di riciclare una recensione a Grande madre rossa di Giuseppe Genna che scrissi tre anni fa per un sito commerciale e che ripubblico qui di seguito, con minime variazioni. E' brutta, ma se non altro vi trapela un po' di entusiasmo: qualcosa che al momento mi manca.

Che libro è Grande madre rossa? In prima approssimazione, è un thriller. Ma, se incontrate l'autore, non insistete troppo su questa definizione. Tempo fa, Giuseppe Genna dichiarò che avrebbe regalato una copia del Codice da Vinci al primo che gli avesse detto che lui scriveva thriller. Inutile aggiungere che Genna non è precisamente un estimatore di Dan Brown.

Ecco la trama. Una spaventosa esplosione polverizza il Palazzo di Giustizia di Milano, facendo più di mille vittime. L'attentato non è stato rivendicato, ma se ne temono altri e il commissario Guido Lopez della Questura di Milano, sulla traccia dei colpevoli, lotta contro il tempo e forse contro ostacoli e depistaggi dei servizi segreti italiani e di quelli stranieri...

Certo, trattandosi di un thriller, sarebbe delittuoso (appunto) svelare ulteriori dettagli. Non lo farò. Dovete fidarvi della mia parola quando vi dico che il libro l'ho letto per intero e tutto d'un fiato.

Mentre Genna scriveva questo romanzo, vivevo e lavoravo a Milano (tra l'altro abitavo nel quartiere popolare di Calvairate, che Genna conosce bene e di cui spesso parla nei suoi romanzi, compreso questo). Ricordo benissimo la paura, che in quel periodo serpeggiava, di un nuovo e terribile attentato. Infatti, dopo l'11 settembre e dopo la strage della stazione ferroviaria a Madrid, tutti temevano che il prossimo bersaglio dei terroristi sarebbe stato la metropolitana di Milano: la quale, in quegli anni, l'undici di ogni mese risultava stranamente meno affollata rispetto agli altri giorni... Grande madre rossa rende assai bene quel clima di psicosi collettiva.

Ma è veramente un thriller, Grande madre rossa? E' un romanzo di spionaggio, di fantapolitica? E' un romanzo "realistico", qualunque cosa questa parola voglia dire? - Consentitemi di riportare per esteso la nota apposta al suo romanzo da Giuseppe Genna a mo' di premessa.

"Le vicende qui narrate sono finzioni letterarie al 100%. In esse compaiono nomi di persone e circostanze 'reali' in qualità di pure occasioni narrative. I nomi di aziende, strutture istituzionali, media e personaggi politici vengono utilizzati soltanto al fine di denotare figure, immagini e sostanze dei sogni collettivi che sono stati formulati intorno a essi, e si riferiscono quindi a un ambito mitologico che non ha nulla a che vedere con informazioni od opinioni circa la verità storica effettiva degli avvenimenti o delle persone - in vita o scomparse - su cui questo romanzo elabora una pura fantasia."

Attenzione: non si tratta del solito disclaimer messo lì solo per motivi legali (del tipo "ogni riferimento ecc. è del tutto casuale"). In questo romanzo i riferimenti non sono affatto casuali, tuttavia quando Genna usa le espressioni "sogni collettivi", "ambito mitologico" e "pura fantasia" dobbiamo prenderlo sul serio.

Di fatto, Genna dimostra con questo romanzo una eccezionale capacità di giocare con l'inconscio collettivo, di evocare sogni o incubi metropolitani, e di svelare (o forse di creare) archetipi remotissimi e affascinanti. Da questo punto di vista Grande madre rossa è molto più vicino a Lautréamont, ai surrealisti francesi, a William Burroughs, di quanto non lo sia a Grisham o a Ian Fleming.

Ho trovato veramente straordinaria tutta la parte del romanzo ambientata nel Cimitero Monumentale di Milano. Opera architettonica ottocentesca di notevole cattivo gusto, in questo senso equivalente milanese (anche se meno celebre) del Vittoriano di Roma, nonché una delle parti più neglette ed ignorate della città di Milano, nelle pagine di Genna il Cimitero Monumentale diventa genialmente il luogo dell'inconscio e del rimosso ove risiede la verità nascosta della città. Da gustare, in questo romanzo d'azione, crudo e hard-boiled secondo le migliori tradizioni del suo genere, il "cameo" dedicato al Manzoni:

"Non c'era più posto nel Vecchio Famedio, tempestato di lapidi in ogni centimetro quadro. Il tempio del tempo scaduto per Alessandro Manzoni. Manzoni: polvere sul mogano della cattedra, polvere di gesso. L'epidemia ubiquitaria, transgenerazionale, scolastica, che colpisce ogni italiano quindicenne: Manzoni.
Cosa c'entra Manzoni oggi?"


Fin dai tempi di Emilio Praga e della scapigliatura, Manzoni è il bersaglio polemico dell'avanguardia artistica milanese... Anche da questo punto di vista, Genna è veramente figlio della sua città. Qui, però, non è realmente chiaro se Genna stia polemizzando contro l'autore dei Promessi sposi, o non piuttosto contro la nostra epoca, così degradata da non trovare più posto per un Manzoni.

Bellissimo è poi il finale del romanzo, che descrive una ipotetica Milano post-catastrofe, in apparenza uguale ma forse enigmaticamente diversa, forse migliore. La piazza dove prima si trovava il Palazzo di Giustizia, distrutto dall'immane esplosione:

"La nuova piazza, larga, aperta, immensamente chiara: il luogo dove sorgeva, come un sogno, il Palazzo.
Come puntine da disegno e graffette, in controluce, i nonni e i bambini, che giocano, a passeggio, nell'incredibile spazio bianco della nuova piazza."


E, nella piazza,

"il monumento di marmo bianco, una colonna altissima, messo in verticale, l'architrave di quello che fu il Palazzo di Giustizia.
E' la nuova colonna infame."


Ed ecco, dunque, che abbiamo ritrovato anche il buon vecchio Manzoni... L'autore della Storia della colonna infame non poteva essere liquidato così facilmente, dato che la riflessione sul rapporto tra diritto e giustizia è uno dei temi portanti di Grande madre rossa.

Grande madre rossa è stato inserito da Wu Ming 1 nel "canone" delle opere più significative del cosiddetto "New Italian Epic", di cui tanto si è discusso negli ultimi due anni. Se fra le caratteristiche del "New Italian Epic" c'è anche quella di sapersi mantenere su livelli elevati di elaborazione mitico-simbolica, direi che questo romanzo merita ampiamente di rientrare nel novero. Parlando di mitologia, va detto che in Grande madre rossa si trovano quei puntuali riferimenti al matriarcato (il leggendario ordinamento sociale preistorico in cui comandavano le donne, studiato fra gli altri da Bachofen, da L. H. Morgan e da Engels) che il lettore legittimamente si attende da un romanzo con tale titolo.

Il romanzo di Genna può essere interpretato anche come una grandiosa, veramente "epica", fantasia di rivalsa. In questa sede non posso essere più preciso, ma consiglio ai lettori di tenere bene a mente la citazione da Ulrike Meinhof posta in esergo.

A proposito, ho letto recentemente un passo di Bachofen che sembra un commento anticipato a Grande madre rossa:

"Questo diritto materno materiale è il più sanguinario di tutti i diritti. Esso impone la vendetta anche là dove mentalità superiori la fanno apparire come un delitto. [...] Il diritto materiale della prima epoca mostra che la sua legge è quella del sangue [...]. L'idea della giustizia superiore, che considera ogni circostanza [...] proviene dal cielo. In precedenza esisteva solo la vendetta sanguinaria che non ascoltava alcuna difesa e che proveniva dalla materia. [...] L'età del diritto femminile è quella della vendetta e del sanguinario sacrificio umano, quella del patriarcato è l'epoca del tribunale, dell'espiazione, del culto senza spargimento di sangue".

BIBLIOGRAFIA

- Giuseppe Genna, Grande madre rossa, n. 1550 del periodico "Segretissimo", aprile 2009; prima edizione Mondadori, Milano 2004 (attualmente esaurita, spero che venga ristampata presto, perché il libro lo merita assolutamente).

- Johann Jakob Bachofen, Il matriarcato. Storia e Mito tra Oriente e Occidente, [antologia] a cura di Giampiero Moretti, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2003, pp. 65, 66-67.

- Sul "New Italian Epic", vedi la relativa voce in Wikipedia.

- Il sito Internet di Giuseppe Genna.

- Per chi ne fosse curioso, la recensione di Genna al Codice da Vinci.
          Il terremoto di Messina del 1908        
Ripubblico qui di seguito una mia recensione (risalente a sei anni fa) al libro di Giorgio Boatti, La terra trema. Messina 28 dicembre 1908. I trenta secondi che cambiarono l'Italia, non gli italiani, Mondadori, Milano 2004, pp. 414, € 18,50.

"Ore 5.20 terremoto distrusse buona parte Messina - Giudico morti molte centinaia - case crollate sgombro macerie insufficienti mezzi locali - urgono soccorsi per sgombro vettovagliamento assistenza feriti - ogni aiuto sarà insufficiente".

E' il testo del telegramma con cui il governo italiano apprese del terremoto di Messina: inviato dal comandante di una nave militare da una stazione telegrafica calabrese alle 14.50 del 28 dicembre 1908, giunse al Ministero degli Interni alle 17.35 dello stesso giorno, cioè dodici ore dopo il disastro.
In questo telegramma la valutazione dei danni è naturalmente molto sottostimata: il terremoto, dell'undicesimo grado della scala Mercalli, distrusse quasi completamente le città di Messina e Reggio Calabria e causò, secondo le statistiche ufficiali, 77.283 morti (in altre valutazioni la cifra oscilla fra le 80.000 e le 140.000 vittime).

A volte, quando ci si sofferma a considerarla, la storia del nostro paese sembra un'ininterrotta sequela di disastri. Ogni generazione ha la sua catastrofe civile da ricordare e anzi spesso più d'una, a volte d'origine naturale e a volte umana. Il copione sembra sempre lo stesso: evento tragico; prime ricostruzioni giornalistiche, concitate e a forti tinte; interviste ai superstiti; il cordoglio della nazione; le autorità dello stato si precipitano sul luogo dell'evento; polemiche sulla tempestività dei soccorsi e sulla loro efficienza; i parenti delle vittime accusano; funerali solenni; ancora polemiche finché i riflettori dei mass-media si spengono.

Questo libro di Giorgio Boatti sul terremoto di Messina si basa in gran parte su uno studio accurato dei giornali dell'epoca. Una prima constatazione è che in essi lo schema che ci è tristemente familiare appare già operante. Il governo di Giovanni Giolitti dovette ben presto difendersi dalle accuse di non aver compiuto in modo adeguato e tempestivo l'opera di soccorso delle popolazioni colpite. In particolare, l'opinione pubblica dell'epoca fu colpita dal fatto che i primi soccorsi organizzati non vennero apprestati da parte italiana, bensì, a partire dalla mattina del 29 dicembre, dagli equipaggi di squadre navali russe e inglesi che casualmente si trovavano nei pressi al momento del terremoto (equipaggi che, secondo tutte le testimonianze, svolsero la loro opera eroicamente). I primi soccorritori italiani, dell'ottavo reggimento dei Bersaglieri, provenienti da Palermo, sbarcarono solo nel pomeriggio inoltrato dello stesso giorno.

Ma la cosa che più colpisce nella reazione all'evento da parte del governo italiano non consiste tanto nella lentezza o inefficienza dei soccorsi, per la quale si possono addurre delle circostanze attenuanti: l'Italia era allora un paese povero, sottosviluppato rispetto alle altre nazioni europee; la stessa tecnologia dell'epoca non consentiva una grande rapidità di reazione; il terremoto danneggiò molto seriamente le infrastrutture e le vie di comunicazione nelle zone colpite; infine non esisteva ancora il moderno concetto di protezione civile e lo Stato italiano non era preparato ad affrontare simili emergenze.

Ciò che realmente sorprende è che fin dall'inizio, il governo e una parte della pubblica opinione sembrarono considerare il terremoto principalmente come un problema di ordine pubblico. Fra le prime preoccupazioni si registrano, infati, il timore delle epidemie e la paura dei saccheggi.

Scrive il quotidiano "La Tribuna" del 2 gennaio 1909: per impedire un'epidemia occorre "compiere l'opera distruggitrice perpetrata dal terremoto: buttare giù quel poco che resta di queste case, buttarlo giù nel modo più energico, più rapido: a colpi di cannone. Far sgomberare i pochissimi superstiti e dalle navi bombardare queste scarnificate vestigia della città (...) non v'è altra via per impedire che il luogo dov'era Messina diventi un centro d'infezione a cui nessuno osi più avvicinarsi". (p. 118). "Il Mattino" del 6-7 gennaio rilancia la stessa idea attribuendone la paternità al Re, mentre "Il Messaggero" del 6 gennaio suggerisce di ricorrere al fuoco: "Si dia in preda alle fiamme [Messina] per purificarla, o si ricostruisca con piccole case come una cittadina giapponese" (p. 119).

E' sconcertante che fra le prime misure suggerite dopo un terremoto, vi sia quella di deportare la popolazione colpita e poi bombardare la città: sembra che nel caso di Messina non si sia arrivato a tanto solo perché, a distanza di molti giorni dalla catastrofe, si continuavano a trovare dei sopravvissuti sotto le rovine. Ma si rimane ancora più stupiti quando si apprende che uno dei motivi che suggerirono queste misure estreme, fu la necessità di preservare dai furti i valori rimasti sotto le macerie e soprattutto i caveaux delle banche.

Il regio decreto del 4 gennaio 1909 stabiliva lo stato d'assedio nei territori colpiti dal terremoto e conferiva i pieni poteri per l'emergenza al generale di corpo d'armata Francesco Mazza (annota Boatti che una diceria popolare fa discendere dal suo cognome l'etimologia della locuzione siculo-calabra "non capire una mazza"). Installatosi con il suo stato maggiore a bordo di una lussuosa nave militare al largo, e senza scendere quasi mai a terra, il generale Mazza provvide a circondare Messina di un cordone sanitario di truppe, cui diede l'ordine di sparare su chiunque dall'esterno si avvicinasse alla città senza lasciapassare. Questo per impedire che bande di saccheggiatori si riversassero sul luogo del disastro.

Ecco alcuni passi tratti dal bando emanato dal generale Mazza il 10 gennaio, riportato integralmente a p. 374 del libro di Boatti: "1 - Sono sospesi fino a nuovo ordine gli scavi delle macerie da parte di privati cittadini, sia per rintracciare cadaveri, sia per recuperare valori. (...) Le persone trovate a scavare saranno considerate come ladri e deferite al tribunale di guerra. [Questo mentre ancora i parenti delle vittime cercavano i loro cari sotto le macerie, n.d.r.] Anche le truppe, nei lavori stradali che compiono, si limiteranno esclusivamente ai lavori di assestamento evitando di eseguire scavi. (...) 3 - E' proibito l'ingresso in città a tutte le persone non munite di regolare permesso rilasciato dall'autorità politica della provincia da cui provengono..."

Il 6 gennaio l'autorità militare ordina di sospendere la distribuzione di viveri ai superstiti. Saranno distribuiti viveri a bordo delle navi, solamente ai profughi che accetteranno d'imbarcarsi per lasciare la città. L'idea, commenta Boatti, è perciò quella di "utilizzare l'arma della fame e della sete per imporre (..) la desertificazione di Messina" (p. 135). Questa cinica soluzione non viene attuata perché, come accennavo sopra, alcuni dei sepolti sotto le macerie si ostinano a farsi ritrovare vivi anche dopo giorni e giorni dal terremoto; ma altresì per le perplessità espresse da una parte della pubblica opinione e anche per le proteste degli stessi messinesi: un'assemblea autoconvocata di cittadini chiede il 19 gennaio la revoca dello stato d'assedio. Stato d'assedio che - osserva con sarcasmo il corrispondente de "Il Mattino" del 6 gennaio 1909 - sembra avere lo scopo precipuo di garantire "il sonno ai morti e la biancheria, gli oggetti e i titoli di banca ai vivi" (p. 137).

In seguito Giolitti giustificò la scelta di dare priorità al recupero dei valori, adducendo il timore di speculazioni al ribasso sulla lira (p. 146). Boatti propone un'altra spiegazione: "La difesa delle proprietà, la guardia ai caveaux delle banche, il salvataggio dei lingotti che mette in secondo piano altri interventi è una linea d'azione adottata, anzi, sbandierata, perché dal disordine - anche sociale - del terremoto emerga alfine una visione dove a prevalere è l'ordine, lo status quo, l'autorità e il prestigio dell'apparato dello Stato. (...) Salvare milioni, o lingotti, dopo tutto è meno complicato che cercare di strappare alla morte, in una gara contro il tempo, migliaia di sepolti vivi" (p.155).

A questo atteggiamento grettamente calcolatore da parte degli apparati dello Stato si contrappone lo slancio di solidarietà manifestato da più parti della società. In poche settimane si raccolgono più di ventun milioni di lire (dell'epoca) in sottoscrizioni, buona parte delle quali provenienti dall'estero. La cosa non manca anzi di creare preoccupazioni nelle alte sfere: non si rischierà di creare l'abitudine all'assistenza, al farsi mantenere dallo Stato, a quello che oggi si chiama assistenzialismo? Sua Altezza Reale il Duca d'Aosta esprime autorevolmente questo cruccio quando afferma che "è immorale mantenere un'orda di vagabondi e creare oziosi" (p. 234).

Non si trattò soltanto di solidarietà finanziaria. Volontari affluirono da tutta Italia per prestare opera di soccorso. Boatti dedica particolare attenzione alla vicenda di uno di essi, il parlamentare parmense Giuseppe Micheli, un deputato cattolico che, arrivato a Messina pochi giorni dopo il terremoto, subito mise in piedi, con la collaborazione dell'Arcivescovo, un "comitato messinese di soccorso", a carattere volontario, che si rivelò un'organizzazione semiufficiale sotto molti aspetti più efficiente di quella statale (pp. 263-68). Un'altra figura che emerge è quella dell'ex sindaco socialista di Catania Giuseppe De Felice Giuffrida, che era stato protagonista pochi anni prima di una delle esperienze politico-amministrative più avanzate della Sicilia dell'epoca: da sindaco della sua città aveva promosso forme di socializzazione dei servizi pubblici (forni municipalizzati, cucine popolari), la cui esperienza risultò ora preziosa per organizzare la distribuzione dei viveri ai superstiti del terremoto (pp. 203-4).

La miseria delle regioni colpite dal terremoto impressionò molti degli osservatori e degli inviati giunti sul luogo della catastrofe. Qualcuno propose dei rimedi; ad esempio il letterato Giovanni Cena suggerì, naturalmente quale misura temporanea, quella di emigrare. "Parecchi anni di duro tirocinio all'estero (...): poi gli emigranti calabresi torneranno altri uomini e non domanderanno più nulla, fuorché il loro buon diritto di cittadini" (p. 381). (Oggi si può dire che noi calabresi abbiamo seguito il consiglio, e che gli "anni di tirocinio" sono stati effettivamente molti, anzi durano tuttora. Sarà che siamo un po' lenti ad imparare?).

Il libro di Boatti non manca di sottolineare l'imprevidenza e anche l'incoscienza generalizzata che indussero i cittadini di Messina e Reggio Calabria (le città che oggi qualcuno vorrebbe unire con un ponte lungo tre chilometri, inutile, dannoso e pericoloso) a costruire tutto, anche gli edifici pubblici, al di fuori delle più elementari regole di sicurezza. Le fotografie che corredano il volume illustrano un panorama di distruzione impressionante, ove emerge, unica costruzione intatta perché edificata con criteri antisismici, il villino di un medico messinese.

Nella sua ricognizione della pubblicistica dell'epoca, Boatti dedica due capitoli ad alcune singolari polemiche: quella (cap. XVII) fra autorità laiche e cattoliche riguardo alla sistemazione degli orfani del terremoto (il Vaticano pretendeva ovviamente che fossero tutti educati "in Cristo" nei suoi istituti), e quella concernente il destino dell'Università di Messina, di cui alcuni illustri cattedratici proposero senz'altro la chiusura, in base alla considerazione che di università ce n'erano fin troppe e che in particolare quelle meridionali erano diplomifici per giovani sfaccendati (pp. 276-7).

Boatti chiude la sua esposizione con un'osservazione suggestiva: la "meglio gioventù" dei volontari del terremoto, poco dopo, buttò via inutilmente la propria carica di idealismo e di amor patrio, la propria volontà di fare e di cambiare le cose, nelle trincee della Prima guerra mondiale. Agli ordini (aggiungo io) di quella medesima classe dirigente ignorante, ottusa, autoritaria, incapace e meschinamente arroccata nella difesa dei propri privilegi, che aveva già dato prova di sé nella gestione ufficiale dell'emergenza-terremoto e che di lì a poco "inventerà" il fascismo.

Questo testo di Giorgio Boatti fa luce su un episodio importante e poco conosciuto della nostra storia nazionale, e lo fa (a differenza della pseudo-storiografia sensazionalistica e superficiale oggi di moda) con grande scrupolosità e metodo: il volume si chiude con ben cento pagine di appendice documentaria e di note al testo. Anche solo per questo sarebbe da raccomandare. Per chi come me proviene da una delle zone disastrate, la lettura di questo libro è irrinunciabile e consente di ritrovare la radice di mali antichi.

Originariamente pubblicato il 22 febbraio 2005, qui.
          'We have no experience in stopping a nuclear war.' - Sidney Drell (no replies)        
'..My greatest concern is the lack of public awareness about this existential threat, the absence of a vigorous public debate about the nuclear-war plans of Russia and the United States, the silent consent to the roughly fifteen thousand nuclear weapons in the world. These machines have been carefully and ingeniously designed to kill us. Complacency increases the odds that, some day, they will. The “Titanic Effect” is a term used by software designers to explain how things can quietly go wrong in a complex technological system: the safer you assume the system to be, the more dangerous it is becoming.'

'The harsh rhetoric on both sides increases the danger of miscalculations and mistakes, as do other factors. Close encounters between the military aircraft of the United States and Russia have become routine, creating the potential for an unintended conflict. Many of the nuclear-weapon systems on both sides are aging and obsolete. The personnel who operate those systems often suffer from poor morale and poor training. None of their senior officers has firsthand experience making decisions during an actual nuclear crisis. And today’s command-and-control systems must contend with threats that barely existed during the Cold War: malware, spyware, worms, bugs, viruses, corrupted firmware, logic bombs, Trojan horses, and all the other modern tools of cyber warfare. The greatest danger is posed not by any technological innovation but by a dilemma that has haunted nuclear strategy since the first detonation of an atomic bomb: How do you prevent a nuclear attack while preserving the ability to launch one?

..

..the Cuban Missile Crisis, when a series of misperceptions, miscalculations, and command-and-control problems almost started an accidental nuclear war—despite the determination of both John F. Kennedy and Nikita Khrushchev to avoid one. In perhaps the most dangerous incident, the captain of a Soviet submarine mistakenly believed that his vessel was under attack by U.S. warships and ordered the firing of a torpedo armed with a nuclear warhead. His order was blocked by a fellow officer. Had the torpedo been fired, the United States would have retaliated with nuclear weapons. At the height of the crisis, while leaving the White House on a beautiful fall evening, McNamara had a strong feeling of dread—and for good reason: “I feared I might never live to see another Saturday night.”

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The personnel who command, operate, and maintain the Minuteman III have also become grounds for concern. In 2013, the two-star general in charge of the entire Minuteman force was removed from duty after going on a drunken bender during a visit to Russia, behaving inappropriately with young Russian women, asking repeatedly if he could sing with a Beatles cover band at a Mexican restaurant in Moscow, and insulting his military hosts. The following year, almost a hundred Minuteman launch officers were disciplined for cheating on their proficiency exams. In 2015, three launch officers at Malmstrom Air Force Base, in Montana, were dismissed for using illegal drugs, including ecstasy, cocaine, and amphetamines. That same year, a launch officer at Minot Air Force Base, in North Dakota, was sentenced to twenty-five years in prison for heading a violent street gang, distributing drugs, sexually assaulting a girl under the age of sixteen, and using psilocybin, a powerful hallucinogen. As the job title implies, launch officers are entrusted with the keys for launching intercontinental ballistic missiles.

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..A recent memoir, “Uncommon Cause,” written by General George Lee Butler, reveals that the Pentagon was not telling the truth. Butler was the head of the U.S. Strategic Command, responsible for all of America’s nuclear weapons, during the Administration of President George H. W. Bush.

According to Butler and Franklin Miller, a former director of strategic-forces policy at the Pentagon, launch-on-warning was an essential part of the Single Integrated Operational Plan (siop), the nation’s nuclear-war plan. Land-based missiles like the Minuteman III were aimed at some of the most important targets in the Soviet Union, including its anti-aircraft sites. If the Minuteman missiles were destroyed before liftoff, the siop would go awry, and American bombers might be shot down before reaching their targets. In order to prevail in a nuclear war, the siop had become dependent on getting Minuteman missiles off the ground immediately. Butler’s immersion in the details of the nuclear command-and-control system left him dismayed. “With the possible exception of the Soviet nuclear war plan, [the siop] was the single most absurd and irresponsible document I had ever reviewed in my life,” Butler concluded. “We escaped the Cold War without a nuclear holocaust by some combination of skill, luck, and divine intervention, and I suspect the latter in greatest proportion.” The siop called for the destruction of twelve thousand targets within the Soviet Union. Moscow would be struck by four hundred nuclear weapons; Kiev, the capital of the Ukraine, by about forty.

After the end of the Cold War, a Russian surprise attack became extremely unlikely. Nevertheless, hundreds of Minuteman III missiles remained on alert. The Cold War strategy endured because, in theory, it deterred a Russian attack on the missiles. McNamara called the policy “insane,” arguing that “there’s no military requirement for it.” George W. Bush, while running for President in 2000, criticized launch-on-warning, citing the “unacceptable risks of accidental or unauthorized launch.” Barack Obama, while running for President in 2008, promised to take Minuteman missiles off alert, warning that policies like launch-on-warning “increase the risk of catastrophic accidents or miscalculation.” Twenty scientists who have won the Nobel Prize, as well as the Union of Concerned Scientists, have expressed strong opposition to retaining a launch-on-warning capability. It has also been opposed by former Secretary of State Henry Kissinger, former Secretary of State George Shultz, and former Senator Sam Nunn. And yet the Minuteman III missiles still sit in their silos today, armed with warheads, ready to go.

William J. Perry, who served as Secretary of Defense during the Clinton Administration, not only opposes keeping Minuteman III missiles on alert but advocates getting rid of them entirely. “These missiles are some of the most dangerous weapons in the world,” Perry wrote in the Times, this September. For many reasons, he thinks the risk of a nuclear catastrophe is greater today than it was during the Cold War. While serving as an Under-Secretary of Defense in 1980, Perry also received a late-night call about an impending Soviet attack, a false alarm that still haunts him. “A catastrophic nuclear war could have started by accident.”

Bruce Blair, a former Minuteman launch officer, heads the anti-nuclear group Global Zero, teaches at Princeton University, and campaigns against a launch-on-warning policy. Blair has described the stresses that the warning of a Russian attack would put on America’s command-and-control system. American early-warning satellites would detect Russian missiles within three minutes of their launch. Officers at norad would confer for an additional three minutes, checking sensors to decide if an attack was actually occurring. The Integrated Tactical Warning/Attack System collects data from at least two independent information sources, relying on different physical principles, such as ground-based radar and satellite-based infrared sensors. If the norad officials thought that the warning was legitimate, the President of the United States would be contacted. He or she would remove the Black Book from a briefcase carried by a military aide. The Black Book describes nuclear retaliatory options, presented in cartoon-like illustrations that can be quickly understood.

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Although the Air Force publicly dismissed the threat of a cyberattack on the nuclear command-and-control system, the incident raised alarm within the Pentagon about the system’s vulnerability. A malfunction that occurred by accident might also be caused deliberately. Those concerns were reinforced by a Defense Science Board report in January, 2013. It found that the Pentagon’s computer networks had been “built on inherently insecure architectures that are composed of, and increasingly using, foreign parts.” Red teams employed by the board were able to disrupt Pentagon systems with “relative ease,” using tools available on the Internet. “The complexity of modern software and hardware makes it difficult, if not impossible, to develop components without flaws or to detect malicious insertions,” the report concluded.

In a recent paper for the Royal United Services Institute for Defence and Security Studies, Andrew Futter, an associate professor at the University of Leicester, suggested that a nuclear command-and-control system might be hacked to gather intelligence about the system, to shut down the system, to spoof it, mislead it, or cause it to take some sort of action—like launching a missile. And, he wrote, there are a variety of ways it might be done.

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Strict precautions have been taken to thwart a cyberattack on the U.S. nuclear command-and-control system. Every line of nuclear code has been scrutinized for errors and bugs. The system is “air-gapped,” meaning that its networks are closed: someone can’t just go onto the Internet and tap into a computer at a Minuteman III control center. At least, that’s the theory. Russia, China, and North Korea have sophisticated cyber-warfare programs and techniques. General James Cartwright—the former head of the U.S. Strategic Command who recently pleaded guilty to leaking information about Stuxnet—thinks that it’s reasonable to believe the system has already been penetrated. “You’ve either been hacked, and you’re not admitting it, or you’re being hacked and don’t know it,” Cartwright said last year.

If communications between Minuteman control centers and their missiles are interrupted, the missiles can still be launched by ultra-high-frequency radio signals transmitted by special military aircraft. The ability to launch missiles by radio serves as a backup to the control centers—and also creates an entry point into the network that could be exploited in a cyberattack. The messages sent within the nuclear command-and-control system are highly encrypted. Launch codes are split in two, and no single person is allowed to know both parts. But the complete code is stored in computers—where it could be obtained or corrupted by an insider.

Some of America’s most secret secrets were recently hacked and stolen by a couple of private contractors working inside the N.S.A., Edward Snowden and Harold T. Martin III, both employees of Booz Allen Hamilton. The N.S.A. is responsible for generating and encrypting the nuclear launch codes. And the security of the nuclear command-and-control system is being assured not only by government officials but also by the employees of private firms, including software engineers who work for Boeing, Amazon, and Microsoft.

Lord Des Browne, a former U.K. Minister of Defense, is concerned that even ballistic-missile submarines may be compromised by malware. Browne is now the vice-chairman of the Nuclear Threat Initiative, a nonprofit seeking to reduce the danger posed by weapons of mass destruction, where he heads a task force examining the risk of cyberattacks on nuclear command-and-control systems. Browne thinks that the cyber threat is being cavalierly dismissed by many in power. The Royal Navy’s decision to save money by using Windows for Submarines, a version of Windows XP, as the operating system for its ballistic-missile subs seems especially shortsighted. Windows XP was discontinued six years ago, and Microsoft warned that any computer running it after April, 2014, “should not be considered protected as there will be no security updates.” Each of the U.K. subs has eight missiles carrying a total of forty nuclear weapons. “It is shocking to think that my home computer is probably running a newer version of Windows than the U.K.’s military submarines,” Brown said.In 2013, General C. Robert Kehler, the head of the U.S. Strategic Command, testified before the Senate Armed Services Committee about the risk of cyberattacks on the nuclear command-and-control system. He expressed confidence that the U.S. system was secure. When Senator Bill Nelson asked if somebody could hack into the Russian or Chinese systems and launch a ballistic missile carrying a nuclear warhead, Kehler replied, “Senator, I don’t know . . . I do not know.”

After the debacle of the Cuban Missile Crisis, the Soviet Union became much more reluctant to provoke a nuclear confrontation with the United States. Its politburo was a committee of conservative old men. Russia’s leadership is quite different today. The current mix of nationalism, xenophobia, and vehement anti-Americanism in Moscow is a far cry from the more staid and secular ideology guiding the Soviet Union in the nineteen-eighties. During the past few years, threats about the use of nuclear weapons have become commonplace in Moscow. Dmitry Kiselyov, a popular newscaster and the Kremlin’s leading propagandist, reminded viewers in 2014 that Russia is “the only country in the world capable of turning the U.S.A. into radioactive dust.” The Kremlin has acknowledged the development of a nuclear torpedo that can travel more than six thousand miles underwater before devastating a coastal city. It has also boasted about a fearsome new missile design. Nicknamed “Satan 2” and deployed with up to sixteen nuclear warheads, the missile will be “capable of wiping out parts of the earth the size of Texas or France,” an official news agency claimed.

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Russia’s greatest strategic vulnerability is the lack of a sophisticated and effective early-warning system. The Soviet Union had almost a dozen satellites in orbit that could detect a large-scale American attack. The system began to deteriorate in 1996, when an early-warning satellite had to be retired. Others soon fell out of orbit, and Russia’s last functional early-warning satellite went out of service two years ago. Until a new network of satellites can be placed in orbit, the country must depend on ground-based radar units. Unlike the United States, Russia no longer has two separate means of validating an attack warning. At best, the radar units can spot warheads only minutes before they land. Pavel Podvig, a senior fellow at the U.N. Institute for Disarmament Research, believes that Russia does not have a launch-on-warning policy—because its early-warning system is so limited.

For the past nine years, I’ve been immersed in the minutiae of nuclear command and control, trying to understand the actual level of risk. Of all the people whom I’ve met in the nuclear realm, Sidney Drell was one of the most brilliant and impressive. Drell died this week, at the age of ninety. A theoretical physicist with expertise in quantum field theory and quantum chromodynamics, he was for many years the deputy director of the Stanford Linear Accelerator and received the National Medal of Science from Obama, in 2013. Drell was one of the founding members of jason—a group of civilian scientists that advises the government on important technological matters—and for fifty-six years possessed a Q clearance, granting him access to the highest level of classified information. Drell participated in top-secret discussions about nuclear strategy for decades, headed a panel that investigated nuclear-weapon safety for the U.S. Congress in 1990, and worked on technical issues for jason until the end of his life. A few months ago, when I asked for his opinion about launch-on-warning, Drell said, “It’s insane, the worst thing I can think of. You can’t have a worse idea.”

Drell was an undergraduate at Princeton University when Hiroshima and Nagasaki were destroyed. Given all the close calls and mistakes in the seventy-one years since then, he considered it a miracle that no other cities have been destroyed by a nuclear weapon—“it is so far beyond my normal optimism.” The prospect of a new cold war—and the return of military strategies that advocate using nuclear weapons on the battlefield—deeply unnerved him. Once the first nuclear weapon detonates, nothing might prevent the conflict from spiralling out of control. “We have no experience in stopping a nuclear war,” he said.

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Donald Trump and Vladimir Putin confront a stark choice: begin another nuclear-arms race or reduce the threat of nuclear war. Trump now has a unique opportunity to pursue the latter, despite the bluster and posturing on both sides. His admiration for Putin, regardless of its merits, could provide the basis for meaningful discussions about how to minimize nuclear risks. Last year, General James Mattis, the former Marine chosen by Trump to serve as Secretary of Defense, called for a fundamental reappraisal of American nuclear strategy and questioned the need for land-based missiles. During Senate testimony, Mattis suggested that getting rid of such missiles would “reduce the false-alarm danger.” Contrary to expectations, Republican Presidents have proved much more successful than their Democratic counterparts at nuclear disarmament. President George H. W. Bush cut the size of the American arsenal in half, as did his son, President George W. Bush. And President Ronald Reagan came close to negotiating a treaty with the Soviet Union that would have completely abolished nuclear weapons.

Every technology embodies the values of the age in which it was created. When the atomic bomb was being developed in the mid-nineteen-forties, the destruction of cities and the deliberate targeting of civilians was just another military tactic. It was championed as a means to victory. The Geneva Conventions later classified those practices as war crimes—and yet nuclear weapons have no other real use. They threaten and endanger noncombatants for the sake of deterrence. Conventional weapons can now be employed to destroy every kind of military target, and twenty-first-century warfare puts an emphasis on precision strikes, cyberweapons, and minimizing civilian casualties. As a technology, nuclear weapons have become obsolete. What worries me most isn’t the possibility of a cyberattack, a technical glitch, or a misunderstanding starting a nuclear war sometime next week. My greatest concern is the lack of public awareness about this existential threat, the absence of a vigorous public debate about the nuclear-war plans of Russia and the United States, the silent consent to the roughly fifteen thousand nuclear weapons in the world. These machines have been carefully and ingeniously designed to kill us. Complacency increases the odds that, some day, they will. The “Titanic Effect” is a term used by software designers to explain how things can quietly go wrong in a complex technological system: the safer you assume the system to be, the more dangerous it is becoming.'

- Eric Schlosser, World War Three, By Mistake, December 23, 2016


Context

The International Day for the Total Elimination of Nuclear Weapons

          A nonprofit's guide to online security: So you want to learn the lingo?        
This year marks the 25th anniversary of the World Wide Web becoming publicly available. For many of us, this is a reminder of just how much the Internet has transformed our daily lives. This rings true for nonprofits too: The Internet has revolutionized the way that nonprofits communicate, fundraise, and recruit volunteers. It has enabled nonprofits like yours to share their mission with a global audience. To raise awareness. And to change the world. 

But the power of the Internet also comes with great responsibility -- namely the need to keep information safe and secure. As a nonprofit, it can be difficult to keep up with online security, especially when terminology seems complicated. Yes, you might have heard of terms like “phishing” or “cookies,” but what do they mean?

Today, you can find the answers to your questions with our quick & easy to guide to online security terminology. In less than five minutes, you’ll be well on the way to helping keep your nonprofit safe on the Internet. 

Let’s get started! Here’s a quick guide to familiarize yourself with common lingo and learn how to distinguish terms that are friends vs foes in the online security realm. 


THE BAD GUYS: MALICIOUS ACTIONS/TERMS

  • Advanced Fee Fraud (419 scams): A technique which tricks users into sending or paying money to fraudsters on the promise of receiving greater rewards afterwards. It is most commonly associated with Nigeria, and 419 is the section of the Nigerian legal code that covers this fraud.
  • Botnet: A network of computers that are infected with malicious software without users’ knowledge, used to send viruses and spam to other computers.
  • Malware: Malicious software with the purpose of infecting devices and systems, gathering personal information, gaining access to systems or disrupting the operations of the device or systems. Essentially, any software that maliciously alters or compromises the system or device.
  • Phishing / Social Engineering Attack: An attempt by hackers who pose as trustworthy individuals or businesses in order to get your personal information such as usernames, passwords, and financial information.
  • Trojans: Malicious programs posing as or bundled with legitimate ones, which are designed to compromise your system. They are usually installed on computers from opening attachments in scam emails or by visiting infected websites. The term comes from the Trojan Horse in Greek mythology.

How to avoid social engineering attacks

THE GOOD GUYS: ONLINE SAFETY TERMS


  • [Internet] Cookie: A piece of data from a visited website and stored in the user's web browser in order to remember information that the user has entered or engaged with such as items in a shopping basket on an e-commerce site.
  • Encryption: The process of encoding data, messages, or information, such that only authorized parties can read it.
  • Firewall: A security system used to block hackers, viruses, and other malicious threats to your computer. It does this by acting as a barrier, acting on predetermined rules, which allows trusted traffic but blocks untrusted or non-secure traffic. 
  • HTTPS (Hypertext Transfer Protocol): is the protocol for secure communications over a computer network used on the Internet. It essentially provides authentication of the website and the web servers associated with it. 
  • Transport Layer Security (TLS): TLS is a protocol that encrypts and delivers mail securely, both for inbound and outbound mail traffic. It helps prevent eavesdropping between mail servers – keeping your messages private while they're moving between email providers. 
  • Two Factor Authentication / Two Step Verification: A method of using an additional process to verify your identity online. It combines both ‘something you know’ (like a password) and ‘something you have’ (like your phone or security key) — similar to withdrawing money from an ATM/cash machine, where you need both your PIN and your bank card.

That’s a wrap for now! Pass on these tips to your nonprofit partners to stay safe and secure online, so you can focus on what matters most: changing the world. 

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To see if your nonprofit is eligible to participate, review the Google for Nonprofits eligibility guidelines. Google for Nonprofits offers organizations like yours access to Google tools like Gmail, Google Calendar, Google Drive, Google Ad Grants, YouTube for Nonprofits and more at no charge. These tools can help you reach new donors and volunteers, work more efficiently, and tell your nonprofit’s story. Learn more and enroll here.


          Portal 2 para PC se podria poner a la venta este Viernes        
La promoción viral de Portal 2 ha traído consigo un resultado de lo más sorprendente, y es que los 13 juegos indie que han rodeado al Potato Sack de Steam han sido actualizados con contenidos relacionados con Portal, pero el ARG como tal parece esconder un código realmente fascinante. Se menciona en su interior la […]
          ECO-IMPERIALISMO, HIDROELÉCTRICAS, MENTIRAS Y VERDADES        
Esta mañana me encontré este artículo en el muro de un amigo http://www.theecologist.org/News/news_analysis/2705631/el_quimbo_colombia_enelendesas_low_carbon_hydroelectric_racket.html. El artículo por un imperialismo ecológico critica el imperialismo económico, pero su crítica, aunque razonable en algunos puntos, no deja de tener el trasfondo errado de muchos ecologistas: ¡imponer condiciones a los países subdesarrollados para que los ecologistas de los desarrollados sigan contaminando en paz! Pero lo irónico es que The ecologist critica una de las fuentes de generación de energía renovable más bonitas, eficientes y que puede darle a la gente que vive en ese territorio que llaman Colombia fuentes de riqueza. Además, la crítica se hace de manera ligera pasando por alto las consideraciones del International Panel on Climate Change acerca de sus ventajas.  En el punto que acierta es precisamente en los abusos del estado sobre las comunidades, donde vale la pena resaltar que el aprovechamiento del potencial hidroeléctrico no da derecho a expropiar, en favor del que sea. 

Este escrito consta de varias partes. El primero es que hay una confusión entre inversión extranjera y concesión de monopolios extranjeros, donde los ecologistas aciertan. Y para la aclaración cito a un a un profesor de la Universidad de New York, a Murray Rothbard. Luego, muestro que tras el ecologismo hay también imperialismo, pero uno que suele gustarle a ciertas izquierdas, uno que impone condiciones insoportables a los países pobres, para que los ecologistas nórdicos no tengan cargos de conciencia por prender la calefacción, dado que en las zonas tropicales hay selvas que se beneficiarán de su cariño al planeta. En ella explico que hay una falacia en cuanto a la consideración que hace el artículo de las hidroeléctricas, incluso basándome en el IPCC. Posteriormente, se muestra que las hidroeléctricas además de ser tecnologías que producen energía eficiente sin emisiones de CO2 (no se discute acá el tema de si el cambio climático es originado o no por el hombre) es una oportunidad de ofrecer energía barata. El precio de la energía se relaciona con el crecimiento económico, inclusive una disminución de la demanda de energía puede ser un indicio previo a una crisis económica. La energía eléctrica es clave en la industria y una energía más barata puede disminuir costos. Finalmente, ante un planteamiento del artículo que menciona las pérdidas de energía en transmisión y distribución (o sea los cables que llevan la energía de la planta a su casa) que denuncian a que se deben ¿a las leyes de la física? ¿a viabilidad técnica pero no económica? ¿a ineficiencia? Esto porque consideraban que era más importante disminuir las pérdidas que construir hidroeléctricas. Hasta cierto punto, por física, las pérdidas en transmisión son inevitables, no sé cuál sea el punto. Pero eso no es una excusa para no mejorar la oferta. 

IMPERIALISMO ECONÓMICO Y MONOPOLIO ESTATAL
El imperialismo ecológico es una realidad. Sin embargo, muchos partidos de izquierda al ser ecologistas están convencidos de que no es imperialismo. Ya Hayek denunciaba que existía una imposición de países ricos y contaminados que obligaban a países pobres y selváticos a generar amplias áreas protegidas. Esto genera como dice don Alpiniano en El Tomismo Desdeñado unos beneficios a unas personas que no les corresponden, imponiendo cargas a otros que no las merecen. Sin embargo, luego de que en estos países -como Colombia- nadie puede hacer nada, ni tiene cómo adquirir recursos para explotar sus ventajas ahí sí llegan empresas extranjeras que, haciendo convenios con el gobierno, adquieren los beneficios que los nacionales no han tenido. 

Hace Murray Rothbard, citado por el instituto Mises Hispano una distinción importante entre la sana inversión extranjera y la alianza de empresas ricas con gobiernos ineptos pobres:

"Los conservadores norteamericanos insisten en particular en resaltar ante los países retrasados las grandes posibilidades y la importancia de las inversiones privadas procedentes de los países avanzados, y les incitan a crear un clima favorable a las mismas, de modo que no se vean sujetas al instigamiento de los gobernantes. Todo ello es muy cierto, pero, una vez más, a menudo es irreal, dada la situación de estos países. Estos conservadores caen persistentemente en el error de no saber distinguir entre las inversiones exteriores legítimas del mercado libre y las basadas en concesiones monopolistas y en donaciones de vastas extensiones de tierras otorgadas por los Estados subdesarrollados. En la medida en que las inversiones exteriores se basan en monopolios y en agresiones contra el campesinado, en esa misma medida adquiere el capitalismo extranjero las características de los señores feudales y debe ser combatido con los mismos medios"

En este sentido, estoy de acuerdo con el artículo -y en contra del imperialismo económico- en que el estado confunde inversión extranjera con monopolio extranjero. Y el monopolio es desagradable venga de donde venga, sea el monopolio estatal tan "nacional", como cualquier otro. Por eso, cuando Robledo, senador del Polo, defendía a los arroceros por la imposición ridícula de tener que comprar nuevas semillas estaba promoviendo algo anarcocapitalista y liberal, aunque con argumentos de izquierda. 

Lo mismo pasa en este caso, si se trata de una inversión privada ¿por qué el estado entra y desaloja campesinos? ¿Por qué expropia? Y por más que la ley diga que la expropiación requiere una indemnización al precio del avalúo comercial, ¿es el avalúo comercial el precio de venta? Hombre, no estoy en momento de calcular las rentas campesinas vs las rentas hidroeléctricas, pero sospecho que las rentas hidroeléctricas son más altas. Ahora, si el campesino no quiere vender al precio que dice el avaluador ¿por qué le quita el estado su tierra bajo la excusa del "bien común" para las rentas particulares? No creo que si la transacción se diera en condiciones de libre mercado los campesinos salieran a protestar. Hay alrededor de un millón de kilómetros de líneas de transmisión eléctrica, y si uno viaja por carretera suele ver vacas o sembrados alrededor. ¿Por qué esos campesinos no protestan? Porque 1. esos terrenos no son expropiados sino que cuentan con servidumbres de paso, 2. Se suelen hacer arreglos de mercado. Hombre, hay casos de casos, pero en general no se ve un descontento generalizado. 

Pero, no, la herramienta de la expropiación es el arma para el bien común, como en Venezuela que hay mucho "bien común", siendo tan paradisiado que prefieren venirse para Colombia. La expropiación existe pero tiene sus límites. En todo caso, sin estado Â¿quién expropiaría para que se hicieran las vías? 

IMPERIALISMO ECOLÓGICO

Sin embargo, las razones ecológicas que plantean para oponerse a las hidroeléctricas son más bien pobres. En primer lugar, las consideran también causa del calentamiento global. ¿Cómo? No quiero citar el artículo porque me da pereza pero la idea se resume en 1. cortan bosques tropicales que recogen el CO2, 2. son fuentes de Metano. Hombre ¿cómo un artículo que cita el Panel Intergubernamental sobre el Cambio Climático para defender a los campesinos y el agro sale a decir que son más contaminantes? En primer lugar, si uno revisa lo que dice el IPCC en materia de energía hidoeléctrica (sacaron un documento sobre energías alternativas) su resumen -de la IPCC- arranca así: "Hydropower offers significant potential for carbon emissions reductions" http://www.ipcc.ch/pdf/special-reports/srren/Chapter%205%20Hydropower.pdf. Creo que en ese punto "The ecologist" se equivoca. 

Por otro lado argumenta que las represas (reservoirs) son fuentes de Metano. La verdad, lo que dicen los científicos climáticos es que si bien el metano CH4 es un gas efecto invernadero, su absorción es más rápida que el CO2, una diferencia que va desde unas décadas en el metano, hasta miles de años para el dióxido de carbono. Además, de acuerdo con la siguiente imagen que proviene del último reporte del IPCC parte del CO2 proviene del uso de la tierra http://www.slideshare.net/fullscreen/IPCCGeneva/fifth-assessment-report-synthesis-report/11:
Francamente, si queremos disminuir TODAS las emisiones humanas de CO2 hay que empezar por dejar de respirar. ¿Y todas las artificiales? Dudo que la energía que utiliza "The ecologist" sea propiamente energía que no emita CO2 -bueno, puede ser nuclear que no les gusta tampoco- pero no es de las "terribles" hidroeléctricas. 

¿Qué otra razón puede tener "The ecologist"? ¿Proteger los bosques de los países subdesarrollados? ¿Para qué? ¿Para que haya bosques que puedan chuparse el CO2 que producen sus plantas a carbón, gas, petróleo, etc. a costa de energía más costosa, menor productividad, entre otras, en nuestros países? ¿Para que ellos puedan seguir subsidiando sus industrias a cambio de que las nuestras no puedan competir en sus mercados por el costo de la energía?

DEFENDIENDO LAS HIDROELÉCTRICAS

LAGO CALIMA
Lago Calima.
Uno de los embalses en Colombia.
En un apartado anterior cuestioné el manejo del monopolio estatal con la empresa. El estado es una asociación de políticos corruptos con empresarios ineficientes. Pero tanto la oportunidad a nivel de recursos hídricos que hay en Colombia, la eficiencia energética de las hidroeléctricas, su costo en comparación con las térmicas a base de carbón, gas, gasolina, su posibilidad de cambiar potencia (a diferencia de otras renovables de potencia inestable) y almacenar la energía, entre muchas otras, me hacen tenerle cariño a esta tecnología. Creo que en el punto anterior quedó desvirtuado que las hidroeléctricas tengan impactos a nivel global vía CO2 (lo que hacen es quitar el calmadero de conciencia de los ecologistas ricos que les permite seguir emitiendo CO2 bajo la tranquilidad que los bosques tropicales los recogerán). El metano no me preocupa realmente y creo que es una afirmación que no estaba fundamentada, al fin y al cabo, los embalses no son aguas estancadas. 

El potencial hidroeléctrico de ese territorio que llaman Colombia es una maravilla. Eso sin contar con el potencial energético de otras tecnologías renovables como las fotovoltaicas por su ubicación terrestre, las mareomotrices, entre otras. Que cualquiera venga y lo explote es necesario, aunque en condiciones de mercado, no monopólicas ni imperialistas. Adicionalmente, la energía hidroeléctrica es más barata. En el siguiente gráfico hay un promedio de los precios mensuales en comparación al porcentaje de generación térmica en Colombia:

Por puro azar puede observarse con claridad la correlación entre el porcentaje de generación térmica en Colombia y el precio constante (deflactado con IPC) de la energía. Como la gráfica de generación térmica de alguna manera encaja con la hidráulica (la cogeneración y la eólica representan porcentajes insignificantes) podría afirmarse que a mayor generación hidráulica en general menos precio. ¿Por qué se presentan esos baches en la generación? La razón es muy simple, el agua es renovable pero no predecible. Si uno mira las correlaciones de series de ingresos los caudales en dos o tres días tienen altas correlaciones, pero alrededor de dos meses -algo que corroboré con un ex empleado de ISA e ISAGEN- las correlaciones son nulas. 

Hay incertidumbre en el ingreso del agua. Adicionalmente, en unas ocasiones por década se presenta el fenómeno del niño. El fenómeno del niño genera lluvias en Perú -un país desértico- y trae sequía a un país lluvioso como Colombia. Como el agua escasea hay que producir la energía con un sustituto: las termoeléctricas. El costo de la energía se dispara. En este momento parece que están las condiciones para que se dé el fenómeno del Niño si es que no estamos ya en él. De ese fenómeno se ha venido especulando desde que empecé a investigar este tema en Junio del año pasado (o sea el 2014). Esa especulación posiblemente también influye en los precios, el aumento de la producción térmica y la disminución de la hidroeléctrica porque ante el riesgo de escasez se empieza a guardar el agua. El profesor John Jairo García y otros de EAFIT en un paper al respecto proponía medir las expectativas de aportes al sistema en relación con el precio: 

"Una variable importante sobre la determinación del precio en el mercado no regulado que debiera incluirse en estudios futuros son las expectativas climatológicas; en la medida en que se espere una disminución del recurso hídrico, generará expectativas de aumentos en el precio.". http://revistas.upb.edu.co/index.php/cienciasestrategicas/article/view/1093/1313

La intuición tras el análisis es muy buena, pero dudo que pueda encontrarse una variable de expectativas climatológicas. Aunque si algo me soprendió de John Jairo era esa capacidad de creatividad econométrica. El caso es que la ventaja de tener un sistema donde el "combustible"que es el agua es variable, permite inferir que, al menos en las condiciones geográficas de los Andes Colombianas, es más barato que el uso de otros combustibles.

Es así como la construcción de hidroeléctricas -aunque respetando los derechos de propiedad privada- es una necesidad para mantener bajos los precios de la energía. Hay muchos trabajos que buscan predecir el precio de la energía y lo hacen en función de variables hídricas. Pero nada mejor que leer los errores de las predicciones pasadas de los economistas. En este artículo participó mi amigo y profesor de econometría Mauricio Lopera y dice lo siguiente:

" La coherencia del resultado se corrobora en el mes de enero de 2014, donde se aprecia una caída grande en el precio producto de la entrada en operación de El Quimbo y Sogamoso, las cuales en conjunto aumentan la oferta de electricidad en 1220 MW" http://www.redalyc.org/pdf/1552/155226077004.pdf
Mauricio nos insistía mucho que verificáramos que el resultado econométrico coincidiera con la "intuición" económica.  El problema es que las predicciones se equivocan y fuertemente. En el artículo citado, se muestra que los precios caerían en enero de 2014, la razón sería lógica la entrada de hidrosogamoso y quimbo (que es la que menciona The ecologist). Los precios en 2014 en bolsa fueron altísimos, y apenas hoy 16/01/2015 leí que estaban inaugurando la planta de hidrosogamoso. Lo que es cierto es que esas plantas deberían influir en la disminución del precio por el aumento de la oferta, además, de un insumo mucho más barato como "combustible" que el carbón. En eso acertó el trabajo de Mauricio y otros. Pero el cómo o cuánto bajarán los precios no podemos calcularlo con exactitud. 

DEFICIENCIAS DEL SISTEMA
Los cables suelen dañar las fotos de paisajes.
Pero ¿no puede haber buenas fotos de cables de alta tensión?

El sistema de energía que nace con las leyes 142 y en concreto 143 de 1994 tiene muchas deficiencias. Aunque la L143/94 trataba de dar paso a un modelo más parecido al de un mercado, esa distinción del mercado regulado del consumidor de energía hace que nos saquen un ojo de la cara porque sus precios están muy por encima de los de bolsa; aunque relativamente influidos por ellos como lo mostraba el profesor John Jairo García. El modelo aunque avanza hacia tratar de liberar lo que considera de mercado y regular lo que considera "monopolio natural" se queda corto. Pero realmente si hay algo aburrido es la regulación del sistema de energía, como todas las regulaciones. Hablemos más bien de leyes bonitas, las del "fatum" o de la naturaleza... las humanas dan asco. 

Quiero enfocarme más en los problemas que mencionaba "The ecologist" y es las "pérdidas" de energía del sistema de transmisión y distribución. Una de las leyes de la física es la ley de la entropía. Básicamente consiste en que aunque la energía no se destruye, solamente se transforma, se degrada a formas de energía más "desordenadas". Básicamente la energía se transforma en "calor", o que es lo mismo que movimiento y vibración molecular. Utilizaremos el término "pérdida" de energía en un sentido amplio, o económico, pero entendiendo que solamente es una transformación no utilizable.  Esta es la razón por la cual no existe una máquina perfecta, sin desgaste y de movimiento absoluto. Por esta razón los relojes de péndulo necesitaban que les dieran "cuerda". 

De esta manera, por cada 1 KWh (3.600.000 Joules) que produce uno recibe una cantidad menor de energía porque esta se ha "pérdido" transformándose en calor. Esto se debe a que los transformadores -que no entiendo cómo funcionan pero cambian el voltaje- generan pérdidas, la transmisión de energía puede generar calor, en la costa el desgaste de los cables genera pérdidas. Todo esto, como me decía un ex trabajador del sector eso es parte del costo de la energía. Dice textualmente "The ecologist" que se pierde alrededor del 16% de la energía generada:

"Yet the Government is neglecting simple options to raise power supply - like reducing the high level of losses in transmission and distribution, which run at about 16% of power generation and amount to some 10,000 GWh per year - more than four times the energy production of El Quimbo."
Pero es que por las leyes de la física: ¡tiene que "perderse" parte de la energía generada! De la energía potencial del agua embalsada el 80%-90% se transmite por medio de la electricidad y el 10%-20% se "pierde" o sea se transforma en "calor". ¡Y es de las más bajas! Las térmicas pierden el 59% de la energía contenida en el combustible, las nucleares el 70%  (CARTA GONZÁLEZ, CALERO PÉREZ, COLMENAR SANTOS, CASTRO GIL, & COLLADO FERNÁNDEZ, 2013, pp. 113-114). Puede que pueda perderse menos bajo un mantenimiento mucho más costoso, o puede que efectivamente pueda perderse menos. El caso es que siempre se va a "perder" algo de la energía. 

Puede que The Ecologist tenga razón en que se aumente la eficiencia energética. Algo que puede ser inviable o física o económicamente. Pero eso no es razón para impedir que se produzcan plantas de producción de energía eléctrica, es bueno aumentar la oferta por todos los medios. 

Lo que no puede el gobierno es ordenar que se cree energía, ni que no se degrade una parte en otras formas. Gracias a Dios las leyes de la física son inderogables, imprescriptibles, inembargables, anteriores al ser humano mismo. ¿Puede imaginarse una ley que cree energía? El Congreso de Colombia Decreta "Créase energía a partir de la nada...". Gracias a Dios eso no es posible, no soy capaz de imaginarme la inflación energética lo que produciría, al menos la moneda de la naturaleza es absolutamente neutral. O una ley que diga "Derógase la gravedad", el totazo que se pegarían de cuenta de creer en su validez sería de lo lindo...

IN CONCLUSIÓN
En primer lugar pido perdón al lector por tratar la energía de una forma tan política. Es decir, es demasiado pobre, aunque no más pobre que el Ministro de Minas que confundió potencia con energía, pero ¿quién es uno para cuestionar a los "doctores" Ministros? ¡De pronto ignoro una ley que asimila energía con potencia! En segundo lugar, no es esta, ni más faltaba una defensa al régimen de energía eléctrica Colombiana, tan no lo es, que arranco dándole la razón a los ecologistas en que muchas de esas empresas grandes y concesionadas arrasan con las comunidades. El problema de esas empresas grandes, no es la falta de estado, por el contrario, su exceso, lo que falta es libertad. 

Lo que sí creo es que en sanas condiciones de mercado y con precios justos a los dueños de las tierras, la construcción de hidroeléctricas es una de las ventajas que tiene este territorio geográficamente llamado Colombia. Es vital empezar a utilizar en este territorio las ventajas que ofrece el desarrollo de miles de tecnologías de energía renovable, como la solar, la mareomotriz, la eólica y la más fuerte la hidroeléctrica. En esta región se podría utilizar un potencial enorme para producir energía barata, renovable y libre de elementos contaminantes. Esta energía se podría exportar. ¿Por qué no hay líneas de transmisión a Panamá y Centro América? ¿Por qué no hay líneas de transmisión al Perú? ¿Imposibilidad logística? ¿No serán más bien los elevados costos regulatorios -que agudizan las barreras de entrada- sumado al monopolio estatal? ¿O el monopolio de la transmisión es "natural"? 

 BIBLIOGRAFÍA
Casi todas las citas salen de internet así que si no refiero la fuente, está el link. Las formalidades APA o lo que sea me parecen demasiado engorrosas para escribir informalmente. Con el internet debería bastar con el link. El único libro que cito, con todas las normas mamonas para probar su existencia, es:

CARTA GONZÁLEZ, J. A., CALERO PÉREZ, R., COLMENAR SANTOS, A., CASTRO GIL, A., & COLLADO FERNÁNDEZ, E. (2013). Centrales de energías renovables. Generación eléctrica con energías renovables. (P. E. S.A. Ed. SEGUNDA ed.). Madrid, España.




          BREVES COMENTARIOS SOBRE LA REFORMA TRIBUTARIA        
Para vergüenza mía tengo que confesar que he perdido el tiempo leyendo la reforma tributaria. Bueno, es algo "ñoño", aparte que no he entendido ni la mitad de sus consecuencias. Sin embargo, quisiera compartir mis apreciaciones dado que el gobierno se ha desgastado (y comprado con sus recursos) una serie de propagandas para insistir en la reforma tributaria. Una de esas es que no afecta a la clase media.

Lo primero que hay que decir es que la reforma tributaria cuenta con una redacción en extremo confusa. Los políticos no tienen incentivos para clarificar sus reformas tributarias porque quieren que nadie sepa para quien es el totazo. Y es verdad que de acuerdo con su publicidad una lectura rápida no muestra que se esté gravando a la clase media. Eso hay que estudiarlo a profundidad. 

JUGANDO AL IMPUESTO TEMPORAL
Pienso de lo que entendí y lo que pude leer entre líneas es que los impuestos que se crean son temporales. Una creación de impuestos temporales es entre señal de debilidad del estado y un peligro inmenso porque nada más permanente que un impuesto temporal. El mejor ejemplo es el 4 X 1000 que nació por decreto inconstitucionalmente para salvar a los bancos en el gobierno de Pastrana, pero luego se saneó la inconstitucionalidad. Este impuesto lo están desmontando desde que tengo uso de razón tributaria. La anterior reforma tributaria, no hace menos de 2 años, había ordenado su desmonte. Ésta ¡hace lo mismo, pero deroga el desmonte anterior! ¿Qué qué? ¡Más 4 X 1000 por ahora! Una reforma tributaria no puede venir sin beneficios. Así que también hay una prórroga de beneficios temporales de leyes anteriores.

EL DISCURSO DE LA CLASE MEDIA
Como la ley 1607 de 2014 gravó onerosamente con el Impuesto Mínimo Alternativo Nacional a la renta donde claramente los ingresos eran de personas de clase media, esto fue muy criticado. La opinión pública y el análisis fueron claros al insistir lo intenso del gravamen. Como el gobierno quiere la paz, digo estar en paz, tiene que mostrar un discurso que no grave a la clase media. ¿Qué hacer entonces?

Una vieja estrategia que se remonta hasta Marx es generar en el colectivo la imagen del "capitalista" rico. "El rico es malo y no hay legitimidad en la forma de generarla". Por eso se crea el "impuesto a la riqueza". Que además es "transitorio". Dice el presidente:

"Por supuesto, esta reforma supone un esfuerzo para las empresas más grandes del país –unas 32 mil que tienen patrimonio superior a los mil millones de pesos– y para los colombianos más ricos –unos 50 mil que tienen también un patrimonio por encima de esa suma–.
Pero no afecta a la clase media del país, ni a las pequeñas y medianas empresas –las pymes–.
Además, como ya dije, esta reforma se hizo escuchando las inquietudes y sugerencias de los empresarios, motivo por el cual el impuesto a la riqueza –yo prefiero decirle impuesto contra la pobreza– desaparece en 2018.". http://wp.presidencia.gov.co/Noticias/2014/Diciembre/Paginas/20141223_03-Palabras-Presidente-Santos-sobre-la-sanciom-Ley-Reforma-Tributaria.aspx

Palabras más palabras menos hay que quitarle a los más ricos para darle a los más pobres. Pero, ¿Tiene el impuesto a la riqueza una destinación específica?  Â¡No! O sea que lo que paguen por concepto de impuesto a la riqueza va a cualquier gasto del estado. No está ni dedicándose a los programas de primera infancia, educación, lucha contra la pobreza, etc. Así que Robin Hood no le está quitando a los ricos para darle a los pobres, sino quitándole a los ricos para darle al más rico e inútil: ¡el estado! Tan no es así que otro de los novedosos inventos es la "sobretasa al CREE" pero, a diferencia del CREE que sí tiene una destinación social específica:

ARTÍCULO 22°. No destinación específica. La sobretasa al impuesto sobre la renta para la equidad – CREE no tiene destinación específica. Los recursos que se recauden por este tributo no estarán sometidos al régimen previsto en los artículos 24 y 28 de la Ley 1607 de 2012, no formarán parte del Fondo Especial sin personería Fondo CREE, y harán unidad de caja con los demás ingresos corrientes de la Nación, de acuerdo con las normas previstas en el Estatuto Orgánico del Presupuesto. http://www.comunidadcontable.com/BancoMedios/Documentos%20PDF/105%20-%2014%20s%20-%20134%20-%2014%20c%20reforma%20tributaria.pdf

Sin embargo, en este impuesto hay una gran confusión entre riqueza y su medida. Los tan expertos en análisis económico y tributario parecen no comprender un balance. Un balance cuenta con activos líquidos y activos ilíquidos o fijos. Una empresa puede estar llena de activos fijos pero padecer iliquidez. 

¿Qué de la reforma toca a la clase media? Aunque cabe reconocer que de manera rápida no encuentro un empeoramiento a las condiciones de la "clase media" en materia tarifaria. Lo único es que el gobierno aumentó a las sociedades sujeto del "CREE" del 8% al 9%. Además de novedosos enredos en este impuesto.

¿Y es que el gobierno no beneficia a los ricos? Recordemos que el mencionado 4 X 1000 nació como el 2 X 1000 precisamente con la intención de salvar a los Bancos. Vea este video de Rudolf Homes cuando en aquella época http://youtu.be/bRgATyQm54A. Los comentarios agudos de Jaime Garzón son muy buenos ¿es que por encima de las leyes sociales están los bancos? ¿Es que los bancos cuando ganan no reparten y cuando pierden sí reparten? El estado es un aliado de los bancos, para eso puede leer a Mises que lo explica muy bien en el libro Human Action. Lo irónico del 4 X 1000 es que ¡terminó afectando a los bancos! ¿No ha oído a nadie decir "págueme en efectivo para que no me cobren el 4 X 1000"?

¿POR QUÉ HACERLO FÁCIL SI PODEMOS HACERLO DIFÍCIL?


Esta imagen de www.actualicese.com da en el punto de los enredos de la reforma tributaria. Ponga la primera parte del índice tapando el meñique y abrazando el anular, que a su vez atrapa el intermedio que abraza el meñique aunque sobresale. Finalmente deje el pulgar afuera. ¡La esencia es el pulgar afuera y los demás enrollados! Podemos hacerlo fácil como a la derecha, o difícil como a la izquierda ¡El efecto es el mismo!

Esa imagen, sin proponérselo, logra ser una descripción virtual del siguiente artículo: 

ARTÍCULO 16°. Modifíquese el artículo 23 de la Ley 1607 de 2012 el cual quedará así:

“Artículo 23. La tarifa del impuesto sobre la renta para la equidad - CREE a que se refiere el artículo 20 de la presente ley, será del ocho por ciento (8%). 
Parágrafo. A partir del período gravable 2016, la tarifa será del nueve por ciento (9%).Parágrafo transitorio. Para los años 2013, 2014 y 2015 la tarifa del CREE será del nueve (9%). Este punto adicional se aplicará de acuerdo con la distribución que se hará en el parágrafo transitorio del siguiente artículo.” http://www.comunidadcontable.com/BancoMedios/Documentos%20PDF/105%20-%2014%20s%20-%20134%20-%2014%20c%20reforma%20tributaria.pdf

¿Qué? Lo que dice el artículo 23 se resume en "La tarifa del CREE será del 9%. Esta tarifa tiene efectos para los años 2013 y 2014 inclusive". Pero primero decir que es el 8%, luego que es el 9% desde el 2013. Incluyo la segunda frase simplemente porque la ley tiene efectos a futuro a menos que se especifique otra vigencia. Pero ¿para qué hacerlo en una frase si podíamos hacerla confusa?

¿IMPORTAN LOS ENREDOS EN LA ECONOMÍA?

A finales de la década de los 30 Ronald Coase planteaba la teoría de la firma donde incluía su exitosa creación del concepto de "costo de transacción". Los costos de transacción son lo que cuesta realizar un intercambio. Por ejemplo, salir a comprar ropa implica no solamente pagar el precio, sino también una tarde perdida en un centro comercial, unas medidas incómodas, caminar, gasolina, etc. Todo para comprar unos benditos zapatos. ¿Cuál es el costo de transacción de pagar impuestos? Lo primero es entender qué toca pagar, luego cuándo y luego cómo. 

Uno de los casos más comunes del pago de impuestos es la retención en la fuente. El que es agente retenedor tiene que aplicar unos enredos a la hora de pagarle a los "empleados". Pero un empleado tributario, además del empleado del Código Sustantivo de Trabajo, también lo es el independiente. Vea los artículos 383 y 384 del Estatuto Tributario sobre cómo se retiene el la fuente. Eso sin contar que tiene que pedirle el comprobante de pago de la seguridad social al independiente. Este costo de transacción de ignorarse puede generarse sanciones y de asumirse genera más trabajo al que lo hace. 

Si una reforma tributaria es confusa para un abogado, estudiante de maestría en economía con experiencia en el día a día tributario-contable. Es confusa, también, para expertos consultores en materia de impuestos y planeación tributaria ¿Va a ser fácil de entender para el trabajador del común? Hice el experimento con estudiantes de último semestre de una carrera donde tienen contabilidad, costos, impuestos, etc. en su pénsum y escasamente pudieron comprender el ejemplo anterior. 

En la medida en que los impuestos se hacen más confusos, es más difícil pagarlos. Esto implica una elección "no pagarlos y arriesgarse", "pagarlos y perder valiosas horas de productividad". Tampoco creo que ayude al recaudo, en la medida que la administración de impuestos estará muy ocupada entendiendo, aclarando, recibiendo interpretaciones diferentes. En Estados Unidos, y no es mi paradigma tributario, un doctor en ingeniería me decía que allá hacía fácilmente la declaración, acá le toca contratar un contador. Si un experto consultor se demoró un mes en entender el "Impuesto Mínimo Alternativo Nacional" ¿Va a ser fácil para las personas del común manejar estos costos? Y si los maneja ¡está dejando de pensar en cosas que sí le aportarían a su productividad! ¡Está dejando de producir y de trabajar por pagar impuestos! 

No faltará el que salga con que eso genera empleo para los contadores. La verdad no creo que un contador realmente gane con la reforma tributaria. Realmente una reforma confusa no aumenta la productividad del contador, realmente la disminuye, lo obliga a vivir de capacitación en capacitación y le dificulta llevar el trabajo que ya tiene. Es posible que pueda cobrar más, pero porque la demanda aumenta y la oferta disminuye. Puede que el contador cobre más pero ¿a qué costo? Al costo de una labor más compleja. Es como decir que el médico ganaría más con la enfermedad, pues sí, pero hasta el punto que le den sus fuerzas: ¡Bendita sea la enfermedad que da trabajo a los médicos!

¿INEVITABLE?
Puede que usted sea un creyente ferviente de esa ideología llamada Constitución de 1991. Que ame el estado social de derecho, como si por ponerle "social" capitán Constitución resolviera la pobreza, que crea que pagar impuestos es bueno. Crea usted que el  estado es un generoso Robin Hood que le quita a los "ricos tacaños" y que por ende, es inevitable resolver el déficit fiscal. Sepa varias cosas:

A) La reforma tributaria trae más confusión, una mayor confusión tributaria es un virus que eleva los costos de producción de todas las empresas. Eso ya de por sí es una pérdida.

B) Tenga en cuenta que hay muchas labores del estado que no tienen sentido. Por ejemplo, piense en el cargo de procurador judicial que todos sabemos que son una traba en procesos, especialmente los penales donde se juega con la libertad de las personas. Y ¿cuánto ganan? Piense en los carruseles de pensiones de las altas cortes mientras el juez promedio no tiene ni lapiceros. Tenga en cuenta la desigualdad de muchos funcionarios donde los altos tienen salario en especie con vehículos, escolta, entre otras. ¡Sí, la burocracia es más desigual todavía que las empresas privadas! 

C) Tenga en cuenta que las reformas tributarias son confusas porque se quiere ocultar su verdadero sentido. Por eso incluyen exenciones con nuevos gravámenes lo que las hace más confusas todavía. Las exenciones se dan a costa de los gravámenes favoreciendo grupos económicos concretos. Lea algunas de las exenciones o descuentos y verá cómo los "ricos" pero "especiales" también ganan. Además si la intención es cubrir el "hueco fiscal" ¿cree que va a haber más descuentos que beneficios? Los beneficios son el "premio de consolación", ¿no cree que su intención es más psicológica?

D) Finalmente, si quiere que el estado cubra el déficit funcionaría mejor si pensara en disminuir el gasto y priorizar. No se tiene que hacer una reforma tributaria si la intención es favorecer a los más pobres. Lo que se tiene que hacer es darle prioridad a los más pobres sacrificando el valioso "servicio" del procurador judicial, las pensiones presidenciales, el número de Congresistas, el carrusel de pensiones. ¿Cuánto no es el gasto de los órganos de control? 


CONCLUSIÓN
Concluir sobre 52 páginas y 72 artículos que remiten a otros artículos no termina aquí. La reforma tributaria no se acabó ¡apenas empieza! Pronto va a haber decretos, resoluciones, conceptos de la DIAN, seminarios, cursos, actualizaciones (en menos de dos años), sentencias, líos, enredos... Va a haber líos para resolver los líos, enredos para aclarar los enredos. Así si razona ad infinitum los enredos que trae la reforma son infinitos. Si quiere profundice en http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2157804, un análisis especial de las leyes tributarias gringas, que al lado de las colombianas son ¡fáciles! Así que esto es cuestión de tiempo que se difundan los daños que hace la reforma, por más buenas intenciones que tengan quienes la promovieron...



          COLCIENCIAS ¿PROMOTORA O TRABA?: CIENCIA A LA COLOMBIANA...        
¿Ciencia a la Colombiana? Este es un artículo que va en contra de la corriente actual, de alguna manera podrán decir que estoy en contra de la "ciencia" lo que me parece en cierto sentido excelente. Hace pocos días se desató el escándalo de que le iban a quitar plata a Colciencias. Para mí fue motivo de decepción: ¡Deberían cerrarla! Si yo fuera presidente lo primero que cerraría sería Colciencias y eso que es complicado dado como se comporta la academia actual, deseo que eso pase, que cierren a Colciencias... no ser presidente.

¿Qué ha pasado? La verdad hay un exceso de noticias que impiden afirmar científicamente qué fue lo que pasó. Hay dos hechos que creo claros: 

1. "La directora de COLCIENCIAS dijo que iban a quitarles presupuesto"
2. "La directora de COLCIENCIAS dejó su cargo a los pocos días"

COL CIENCIA... RAZONAMIENTO INDUCTIVO A LA COLOMBIANA...
¿Qué pasó realmente? ¿Cómo se supo la "noticia" difundida como escándalo nacional? Lo primero que genera inquietud es ¿cómo sabía la directora que les iban a quitar presupuesto? ¿Le escribieron el ministro o el presidente? De acuerdo con un artículo de "El Tiempo" (al que hay que leer a favor de Colciencias por el sesgo a favor del presidente) http://www.eltiempo.com/estilo-de-vida/ciencia/colciencias-recibira-menos-presupuesto-en-el-2015/14203881 manifestó que recibió un correo de su director de planeación, es decir, un funcionario de ella. ¿Y ese funcionario de dónde la recibió? El confuso artículo del periódico El Tiempo menciona al Departamento Nacional de Planeación. Esa mención parece una "Colcienciada..." es decir una imprecisión de tipo periodístico como se da en Colombia. Pero ¿y si viniera del DNP? Si uno mira las funciones del DNP frente al presupuesto sus funciones son más de carácter burocrático y asesor que realmente quien elabora el presupuesto https://www.dnp.gov.co/Qui%C3%A9nesSomos/Funciones.aspx . Por su parte, quien realmente elabora y sigue el presupuesto, por tener la misión de la política fiscal y la definición del gasto público es el Ministerio de Hacienda http://www.minhacienda.gov.co/HomeMinhacienda/presupuestogeneraldelanacion. 

¿Entonces era información veraz con la que se basaba la directora de Colciencias? Es factible que la información fuera veraz. ¿Y cómo lo comprueba? Pero no es una información que uno pueda tomar como concluyente.  Lo sería si hubiera conocido el proyecto de ley del presupuesto presentado al congreso, ni siquiera un borrador permitiría una inferencia que "les quitaron el presupuesto". Solamente podría hablarse de una intención. Pero releamos las palabras: "Voy a dar la mala noticia que me acaba de llegar en un correo. Me dice mi jefe de Planeación: 'Directora, le mando la confirmación del presupuesto del año entrante, que es 289.000 millones de pesos. Estamos ya a 125.000 millones del presupuesto del año pasado". Pero bueno esa es la ciencia a la colombiana, una declaración no confirmada de una funcionaria -con autoridad de dirigir la "ciencia colombiana"- da para que toda una academia proteste porque "le van a bajar el presupuesto a Colciencias". 

Pero bueno ese es el ridículo argumento de autoridad -no verdaderamente científico- por el que la "academia" reconoce un hecho probado: le van a disminuir el presupuesto a "Colciencias". Ni el más formalista, ni el menos riguroso de los académicos validaría una información de ese calibre. Es más ni siquiera hace bien el único trabajo que ese el estado: ¡producir formularios y saber llenarlos! Es como si un científico dijera que en su laboratorio la presión atmosférica es de 900 HPa porque se lo dijo su "asistente". Uno como mínimo mira el barómetro. Pero es ciencia a la colombiana... una mentalidad que se cree pensadora porque sabe muchos chismes... Recuerdo que hablaba una vez con una niña que estudiaba periodismo y ella leía "las fuentes son... el ministro". Y yo le dije que eso no era real, que la fuente es el acto -que es como se comunica el ministro como ministro- no la opinión -política además-del ministro. Bueno, tal vez la directora de "ciencias a la colombiana" quería rebelarse contra la ¡producción de formularios! y ver que puede haber verdad confirmada más allá del formulario... en especial lo referente al futuro...

UNA INSTITUCIÓN PARA "FOMENTAR" LA "INVESTIGACIÓN"
"Deseo tener el país más educado: ¡todos tendrán un diploma!"
¿Qué es Colciencias? Uno podría quedarse por lo que dicen los decretos que la crean, que es el mismo copy paste de esos sueños que quedan en las leyes. Acá creemos que el tiempo y el reloj se mueven por decreto, sino pregúntele a Juan Manuel Santos su ridícula e improvisada propuesta que pasó a la historia como "la hora Gaviria" y que cancelaron casualmente en el momento en que astronómicamente era inconveniente... manifestando que "ya era económicamente viable". Así como creemos que por decreto va a salir la ciencia, la tecnología y la innovación, creemos que necesitamos gente "trabajando" para hacer magia el decreto. Y eso hace "Colciencias":

Colciencias es el Departamento Administrativo de Ciencia, Tecnología e Innovación.
Promueve las políticas públicas para fomentar la CT+I en Colombia. Las actividades alrededor del cumplimiento de su misión implican concertar políticas de fomento a la producción de conocimientos, construir capacidades para CT+I, y propiciar la circulación y usos de los mismos para el desarrollo integral del país y el bienestar de los colombianos.  http://www.colciencias.gov.co/sobre_colciencias?vdt=info_portal%7Cpage_1

¿Las cosas se conocen por el qué o por el cómo? Seguramente por el cómo. ¿Cómo promueve, fomenta, (y mil sinónimos de la burocracia para enfatizar sus objetivos) la Ciencia, la Tecnología y la Innovación? Contaré mi experiencia. ¿Qué hace Colciencias?

Siendo uno de los pocos privilegiados que pudo pasar por la universidad recuerdo varias cosas. Una de mis grandes amigas (que seguro estará en desacuerdo y podrá precisar este artículo) era la Directora del Centro de Investigaciones. También intentaba entrar al mundo de la investigación universitaria con un Semillero de Investigación. Y bueno he encontrado más cosas en las universidades. 

En aquellas épocas mi amiga trabajaba con otra amiga que se encargaba de arreglar todos los asuntos de la investigación. Bueno "investigación". Recuerdo que una de sus tareas era ayudar a los profesores a actualizar el CVLac ¿Qué es el CVLac? En Colciencias http://www.colciencias.gov.co/tutorialcvlac puede verse un tutorial especial para hacer el CVLac. Esto es básicamente la hoja de vida del investigador. ¿Por qué para investigar en las universidades se requiere una hoja de vida? El tutorial para hacer el CVLac tiene unas 66 páginas http://es.calameo.com/read/000051811450cdee35ceb cuya lectura muy posiblemente serán horas de investigación... perdidas... Y eso que luego de leerlo hay que llenarlo... Una labor que podrá ayudar a la paciencia, la templanza, la fortaleza pero no la investigación, mucho menos la innovación... Bueno, puede servir a crear el llenado automático de formularios, ¿se le ocurrirá eso a la brillantez colombiana? Espero que como un chiste bastante picante el programador del llenado automático de formularios sea colombiano...

Alguna vez renegaba del colegio del que salí diciendo "en este colegio no quieren científicos sino secretarias". Pero el colegio no era más que un mini-Colciencias. Creo que Colombia solamente necesita una profesión "elaboración y llenado de formularios", así que el colegio pensaba en mi bien cuando me hablaba de la importancia de no salirme de los márgenes. De paso no debía enseñar nada más, porque los que "estudiamos" comemos cuando llenamos formularios, y comemos mejor cuando llenamos formularios más elaborados. Pero entre llenar un CVLac para decir que investigo o una declaración de renta por plata prefiero llenar una declaración de renta.

Ahora bien, no bastaba con llenar la hoja de vida. También las universidades hacen grupos de investigación. Aunque la curiositas es amplia la investigación suele centrarse, no en el macrocosmos sino en el primer pelo de la segunda pata de la hormiga culona santandereana.Y allí tenemos los grupos de investigación. Esos grupos se mueven por proyectos. Por ejemplo "El crecimiento del primer pelo de la segunda pata de la hormiga culona santandereana en la disminución  del consumo de la misma en la dieta de los habitantes de San Gil, Santander". Esos grupos también tienen hoja de vida... efectivamente, más formularios. Pero bueno, eso no es lo que hace Colciencias, lo que hace es tomar esas hojas de vida y "pesarlas" y es básicamente comparar la investigación con la producción de bienes y servicios. La calidad de la investigación es "cantidad" http://www.colciencias.gov.co/sites/default/files/ckeditor_files/files/DOCUMENTO%20Modelo%20de%20Medici%C3%B3n%20Grupos%202013-VERSI%C3%93N%20II%20Definitiva%20DIC%2010%202013%20_protected.pdf.

Es así como los investigadores ya tienen un buen tiempo llenando formularios -e investigando cómo se llenan esos formularios-. Pero uno tal vez piensa "bueno, ese no es el día a día de la 'apasionante' investigación". Pero no es extraño encontrar a los profesores llenando esos formularios que tienen plazo para enviarlos. Eso sin contar con los miles de informes que deben mandar. Creo que Colciencias también financia proyectos o autoriza sumas pero eso por lo menos no lo vi. Bueno, vi los jóvenes investigadores de Colciencias ¿Un incentivo para destruir la investigación verdadera con dudosas vinculaciones a universidades?

EL PELIGROSO MIX DE CIENCIA Y ESTADO
¿Formularios o celdas? Difícil volar alto dentro de una jaula...
Supongamos que Colciencias sí financia los proyectos de investigación y supongamos que es una financiación eficiente: la burocracia es simple papeleo en comparación al apoyo a la investigación. Esto es un peligro porque queda centralizada a los intereses y compromisos del gobierno de turno. Supóngase que un grupo de investigación investiga las vías para la paz en Colombia y encuentra "peligroso negociar en la Habana por la inviabilidad y efectividad del acuerdo para generar un desarme efectivo". O supóngase que un grupo de investigación en "Energías renovables" investiga "la generación eléctrica mediante el uso de las olas" que afecta a los monopolios del carbón y de las energías en petróleo, carbón o gas que de paso son empresas "industriales y comerciales del estado" que le generan regalías o pueden subastar para mejorar su cash flow... O algo un poco más de frente "La necesaria liberalización de la investigación para asumir los retos del mundo moderno" o algo con un tono más marxista "el factor alienante del estado en sus 'oficinas de fomento' de ciencia y tecnología". 

La primera es una investigación que puede estar en el rigor legítimo y que está en todo su derecho a disentir de las políticas del gobierno. Pero como "la investigación debe realizarse dentro de los marcos, planes y programas" del estado posiblemente no se le acuse de frente, pero sí le exigirán hasta por un milímetro demás en los márgenes. Mejor dicho le dirán "claro que puedes abrir las alas... dentro de la jaula que hemos construido para ti". La segunda tampoco saldrá de plano, pero le exigirán todo y de paso se fomentarán investigaciones para demostrar "la inviabilidad del uso de las olas en la generación eléctrica". La tercera tampoco se aprobará. El estado  no es el garante, ni el promotor, ni la ciencia nace por decreto, ni llenando formularios. Bueno, sí salen libros sobre cómo llenar formularios, 66 páginas sobre cómo llenar la hoja de vida del investigador, algo que nos "facilita" la vida...   

El nacimiento de la innovación, la tecnología y la ciencia se da de una forma totalmente contraria al planteamiento burocrático y centralizado de Colciencias. Al respecto puede leerse "El Tomismo Desdeñado" donde explican con claridad cómo el descubrimiento, el aprendizaje y demás son cuestiones que se dan en el marco de cada persona en concreto. Esa novedad, eso que estaba 'under my very nose' para parafrasear a un autor judío-norteamericano citado en "El Tomismo Desdeñado", no es algo sujeto a la forma, la cantidad o la temporalidad. De esa misma forma investigo yo, abierto a la naturaleza, al mundo y a los hechos... En esa forma de investigar no tengo que llenar formularios, a veces ni dejar registro -aunque sea mejor hacerlo- sino una permanente observación. 

No niego que en el sistema de ciencia a la colombiana pueda haber buenos, incluso genios en la investigación y verdaderos aportes a la ciencia. Pero me parece que el sistema de "ciencia a la colombiana" o "investigación de llenado de formularios" anula, restringe o excluye a aquellos que son a mi juicio los mejores investigadores y restringe el alcance de los que lo logran. Los mejores investigadores son los niños sin lugar a dudas, su permanente contacto con la magia de la naturaleza y su capacidad de asombro los lleva a proponer las mejores soluciones y conclusiones sobre el mundo. La investigación necesita también del error, cosa que no se puede si está centrada en el llenado de formularios que considera el error como incorrecto... y de paso delito...

Y seamos sinceros ¿cómo se dio el aporte a la ciencia en la historia? ¿Por órganos centralizados que fomentaran la "innovación, la ciencia y la tecnología"? Entre algunos ejemplos Fermat era un matemático aficionado cuyo oficio era el de abogado, y tener un diploma en derecho hace 'necesariamente' que uno no sepa de matemáticas. Conclusión a la que los "col-científicos" han decretado como dogma. Fermat jugaba con los números y hacía continuos descubrimientos que sorprendieron a muchos matemáticos posteriores como Euler. Pitágoras necesitaba seguramente un proyecto de investigación -y financiación de "Crotociencias"- para probar que "en un triángulo rectángulo la suma de los cuadrados de los catetos es igual al cuadrado de la hipotenusa". Se dice que Pitágoras huyó de su ciudad natal a Crotonas entre otras porque no quería participar en cuestiones de política http://es.wikipedia.org/wiki/Pit%C3%A1goras. Eso sin contar con notables condenas y asesinatos a genios del calibre de Sócrates, asesinado entre otras porque pidió como condena que "Colciencias" lo financiara de por vida por sus aportes a la sociedad...

Acabo de citar a Wikipedia que en ciencias colombianas "no es una fuente de fiar porque lo modifica cualquiera", el problema creo no es que cualquiera pueda modificarlo sino que lo hace gente que no tiene "CVLac". Probablemente los que modifican Wikipedia sean unos mediocres que pasan todo el día de fuente en fuente y no se gradúen con honores como Newton http://es.wikipedia.org/wiki/Isaac_Newton que pasaba todo el día en la biblioteca y no iba a clase. Un artículo académico trae mil fuentes -CITADAS CON NORMAS APA- wikipedia trae ¡las fuentes! con link directo. O sino vea lo que trae la Wikipedia cuando uno busca a Newton: http://gravitee.tripod.com/booki1.htm ¡Su obra maestra!

IN CONCLUSIÓN...CIERRE, CIERRE!!
Espero que todos sean científicos e innovadores como yo.
Atte: Colciencias.
El conocimiento, la verdad y demás, es dialéctico y por eso no debería concluir un debate. Pero yo concluiría, cerraría, a Colciencias. Una tímida disminución de presupuesto es poco por la ciencia, la tecnología y la innovación... pero, si eso es cierto ¡hay que reconocerle la buena obra al gobierno! Los críticos -simplemente porque no es el gobierno que quieren- critican cualquier cosa que haga o digan que haga el gobierno, es un deporte, hasta bueno, el caso es que ver algo bueno en un gobierno es TAN difícil que hay que felicitarlo si estuviera haciendo las cosas bien... 

Sin embargo, así es la realidad de este alienante y desmoralizador país cuya única profesión es el llenado de formularios... Si alguien pregunta por Colombia y lo que hacen... ¿Qué hacen? las empresas "llenar formularios" y si les queda tiempo producir bienes y servicios, las universidades "llenar formularios" y si les queda tiempo dan clases pero ¿investigan? Y los abogados "llenan formularios" y ¿en su tiempo libre? Piensan cómo hacerlos más enredados ¿Y qué hace el gobierno? ¡Produce formularios!  

Y ¿qué son entonces El Tiempo, El Espacio, El Asombro o Espectador, El Colombiano, La República, Portafolio, El Nuevo Siglo, El País, El Universal? ¿Realidades? ¡Qué va! ¿Formularios? No, eso tiene su ciencia... ¡Periódicos! Pero los dueños de los periódicos son los mismos que hacen los formularios... Esa es la ciencia a la colombiana, basta leer un periódico, e improvisar su resumen como lo hacía un mediocre profesor del colegio que estaba allí porque sabía cómo ser un buen policía... ah y sabía verificar que el "desprendible" -formulario para niños- se llenara bien so pena de llamar "negligentes" a sus alumnos... Ese era mi "modelo" de "diligencia"... Clases improvisadas, formularios bien llenados... 

Esa es la ciencia a la colombiana: producción de formularios. Y su proceso o método:

- Justificación o discusión del formulario: periódicos
- Producción del formulario: gobierno/estado
- Control y auditoria para garantizar su incomprensión: abogados, lobbies, grupos de poder. Su objetivo es que entre más incomprensible, mejor...¡calidad!

¿Y Colciencias? Una tuerca sin aceite en medio del engranaje decadente... al que muchos encuentran por donde elogiar sus "grandezas"...

NOTA: Si quiere comentar este artículo escriba 1. para queja, 2. para ironía, 3. para felicitación y agradecimiento, 4. Para reclamo... ¡Qué! Si le da la gana de escribir hágalo como quiera... si quiere insúlteme, internamente me ofenderé y reiré de usted al mismo tiempo, pero bienvenido...

NOTA 2: O uno escribe o se dedica a recopilar fuentes, ahí están los links y un libro "El Tomismo Desdeñado" de paso le dejo el "CVLac" del autor http://190.216.132.131:8081/cvlac/visualizador/generarCurriculoCv.do?cod_rh=0000534471. Algunos me entenderán que ese CVLac es ridículo...De investigador junior no tiene ni un pelo...




          LA FALACIA DE LO "EMPÍRICO" PRIMERA PARTE: ALGUNOS APUNTES SOBRE CO2 Y CAMBIO CLIMÁTICO        
Conversando con un amigo de mi hermano quisimos mirar las tendencias sobre el tema del "cambio climático" o "calentamiento global". En primer lugar, quisimos mirar en concreto las mediciones de CO2 por kilotoneladas. El Banco Mundial uno de los mayores promotores de la existencia del cambio climático nos trae una larga serie, de 50 años un número geológicamente MUY relevante, del orden de un 1 y 7 ceros... antes o sea 0,000000011111111 de la edad de la tierra. No sabíamos la "amplia" duración de los periodos geológicos... pero hay buenas noticias, Estados Unidos ha ido disminuyendo su participación en las emisiones globales como lo muestra la siguiente gráfica:
DATOS: Banco Mundial

La tendencia es "alentadora". Lo que no nos muestran es que sus emisiones han venido aumentando desde 1960. Tampoco nos dicen que las emisiones Chinas han aumentado su participación en las emisiones globales veamos las emisiones Chinas y Norteamericanas por kilotonelada en el mismo periodo de tiempo:
DATOS: Banco Mundial
Y ¿hay alguna correlación entre el aumento de las emisiones chinas con la economía norteamericana? ¿Mano de obra "balata"? El caso es que es alentador ver que en 2009 cuando llegó el ambientalista y "Nobel" Barack Obama, las emisiones disminuyeron... también habrían caído con el petrolero Bush... venían cayendo con el petrolero Bush ¿Perdón? Las crisis bajan las emisiones... ¿Qué? Sí, las crisis bajan las emisiones. Para ponerlo un poco más duro, en nada impactan los políticos al manejo de emisiones... Â¿o si? La razón es simple, si el ciclo implica disminución del consumo pasan dos cosas:
  1. Por vía del consumo: las personas tratan de recortar al máximo sus gastos en políticas austeras. Apagan más la luz. Recordemos que en general la producción de energía norteamericana es del carbón o del petróleo. También la pérdida de empleos genera disminución en el uso de vehículos.
  2. Por vía de las industrias: al ver las crisis las industrias disminuyen la demanda de capital y de producción, no solamente despiden trabajadores sino que utilizan menos las máquinas. Es lo que llaman "hechos estilizados de los ciclos económicos".
¿Es cierto esto? Pues algo así se observa en Colombia y Cuba. Por ejemplo, en Cuba la escasa industria hace que sus emisiones no estén al nivel de las colombianas o no hayan crecido lo mismo lo mismo en Colombia, la crisis del 1999 se ve reflejada en las emisiones de CO2:
FUENTE: Banco Mundial.



¿Y la disparada de las emisiones en Colombia? Hasta 2004 la construcción estuvo resentida por la crisis, a partir de 2004 se dispara, también hay minería que puede o debe influir al respecto. Lo que sí es interesante es la economía cubana, el comunismo parece que no hace creer las emisiones. Bueno, pero tienen a EEUU al lado ¿no les afecta sus mediciones? Conclusión, si es así hay que disminuir el crecimiento económico o volvernos una economía comunista -sin carbón o petróleo- para disminuir las emisiones... Es la conclusión absurda y corto placista de los ambientalistas.  
Hay muchas falencias en estos temas. Uno puede preguntarse ¿son comparables las gráficas? Si uno es estricto no. ¿Cómo miden las emisiones de CO2 en Cuba, Colombia, EEUU y China? Las mediciones son diferentes, si en mi edificio tuviera dos barómetros y los pongo en el mimo lugar es probable que den mediciones diferentes, aproximadas pero diferentes. Lo mismo si los medidores están a las afueras o dentro de las ciudades la cuestión cambia, adicionalmente los vientos pueden llevar la contaminación hacia lugares distintos. Si es en el día en una ciudad costera la brisa del mar puede sesgar el medidor hacia arriba conservando la contaminación en ese punto. Las temperaturas pueden cambiar el proceso de ascenso, la densidad del aire varía con la temperatura, el CO2 también, los procesos de ascenso por convexión variarán de acuerdo con la latitud de la zona, la presión, la densidad del aire, entre muchos otros.
No es igual la medición en zonas desérticas que no tienen vegetación a zonas con buena vegetación. No es lo mismo medir el CO2 en Cusco, Perú desértico, frío y a 3600 msnm que en Apartadó, Antioquia, Colombia altamente húmedo, caliente, mucha vegetación y prácticamente al nivel del mar (los dos climas más opuestos que conozco). Es así como un medidor de emisiones de CO2 no es comparable realmente de país a país. Que hay cierto nivel de error de país a país es claro... pero ¿cuánto? El "generoso" Banco Mundial que "tanta riqueza nos genera" no nos regala ese dato...
Es así como estos datos realmente empíricos, tomados de una medición, no son comparables. No estoy criticando el empirismo como tal, estoy criticando el mal manejo que se da a lo empírico. Si no fuera un empirista no sabría que hay diferencias en la medición de diferentes medidores en la misma situación. La idea del laboratorio que se usa en física es excelente, logra aislar diversas variables, pero también tiene su error. ¿Pero un laboratorio multivariable?

          EDUCACIÓN, DIPLOMAS E INTERVENCIÓN ESTATAL        
(Imagen tomada de GRUBER, 2010, pág. 308)
Esta semana hablábamos mi hermano y yo acerca de una propuesta educativa, estudiar pero no por un diploma. Yo le añadiría ni por una nota. El tema de la educación me llama particularmente la atención por varias razones, en primer lugar, soy el que maneja los costos de transacción (impuestos, contratos, contabilidad, planeación financiera y tesorería) de una fundación cuyo mayor objetivo es resolver problemas sociales a través de la educación. Pero, ¿qué es la educación? ¿Cómo se vive la educación? 

La educación actualmente es vista como un programa que tienen que recibir todas las personas, desarrollar unos exámenes, a cambio de obtener un diploma. Claro que el diploma es un papel y como el rey de la foto lo puede dar cualquiera... y generar naciones "educadas". Se supone que el estado "controla" la educación de "garaje", pero en sí mismo él es el promotor de que los estudiantes se preocupen por una nota (y hagan lo que sea por ella) o un diploma más que por sacar provecho y aprender. Antes las instituciones de "garaje" "facilitan el objetivo" de la "educación", OBTENER FÁCILMENTE UN DIPLOMA. Por otro lado, el estado considera la educación como un "bien público" que genera "externalidades" positivas... y niños medicados, deprimidos y sintiéndose inútiles porque los hacen ver matemática avanzada cuando ellos quieren es bailar, correr, o lo contrario, otros queremos ver matemáticas y nos hacen correr en extenuantes jornadas más allá de nuestras fuerzas. ¡Vaya externalidad "positiva"!

¿Por qué el estado se debe preocupar por la "educación"? ¿Por qué gasta la mayor parte de su presupuesto en ella? Las razones de política económica que se leen en el libro Public Finance and Public Policy de Jhonatan Gruber son las que consideraremos a continuación.

¿POR QUÉ EL ESTADO SE METE EN LA EDUCACIÓN?

En primer lugar, consideran que la educación es un bien semi público (GRUBER, 2010, págs. 292, 293 y 294) y que con base en eso va a haber fallas de mercado y problemas de redistribución. ¿Realmente es así? Más adelante procederemos a esta objeción.

Por otro lado, consideran que la educación aumenta la productividad (GRUBER, 2010, pág. 292) eso de alguna manera es cierto. Pero hay que preguntarse ¿para quién? El experto en educación Sir Ken Robinson sostiene que esa es la razón por la cual reforman la educación (ROBINSON), pero precisamente ese modelo genera caos en la vida de muchas personas. ¿Todos somos para el conocimiento académico?  Dicen que mejorar la productividad genera una externalidad positiva, pero y ¿Qué pasa con aquellos que simplemente fueron excluidos porque no eran considerados por el modelo? ¿Eso no es una perversa externalidad negativa tener niños tristes y drogados para atender a cosas que no les interesan?

La tercera razón es la más perversa de todas. La educación genera “buenos ciudadanos” (GRUBER, 2010, pág. 293). Claro que con contenidos ideológicos y cátedras de lo que el estado que muchos nos quejamos es corrupto. Pero claro, se lanza un señor con una campaña de lápiz –como si el lápiz genera aprendizaje en sí mismo- y todo el mundo va a pensar ¡qué buen candidato! ¡Va a ideologizar a nuestros niños! 

¿CÓMO SE METE EL ESTADO EN LA EDUCACIÓN?

La forma cómo se mete el estado en la educación es en primer lugar ofreciéndola como servicio gratuito. Esto no parece tan perverso. Lo que genera es el problema de la sobredemanda del bien gratuito y por ende salones atiborrados "aptos para el aprendizaje".

 Sin embargo, la mentalidad intervencionista, hace que el estado ofrezca otra intervención y es la estandarización. Esta estandarización es la forma más perversa de intervención del estado en la educación, porque pone un prototipo de seres humanos que deben cumplir con ciertas habilidades que no necesariamente son las que el mercado laboral requiere. Refiriéndose a la perversa alienación de toda política intervencionista nos dice José Alpiniano García Muñoz lo siguiente no tanto de lo alienante sino de por qué falla este modelo:

"Al igual que el plan general de los bolcheviques, estos agregados estadístidos [que son el fundamento de la macroeconomía] no reconocen la singularidad humana que torna útiles las cosas.Entonces el mecanismo social deviene ajeno a la realidad. Sería necesario acudir a tantas cosas que resulta imposible que alguien particularmente pueda señalarlo.  La economía debe considerar multiplicidad de factores que además son variables." (GARCÍA-MUÑOZ, 2012, pág. 53)
¿Qué multiplicidad de factores debe considerar? Nada más y nada menos que la PARTICULARIDAD HUMANA. Particularidad humana que es única y exclusivamente cognosible por cada individuo. Así que el estado lo que hace con la educación es crear prototipos de personas y excluir a aquellos que no han sido considerados por el programa que es incapaz de considerarlos. Adicionalmente genera toda clase de efectos secundarios en la sociedad ¿Cuál es el más grave? No tanto que los profesores hagan trampa o sometan a los estudiantes a jornadas extenuantes para sacar un mejor puntaje en las pruebas "SABER". Es aquellos que la "educación" estandarizada excluye porque sus puntajes los hacen quedar como "inútiles". Si usted es un colegial o un universitario y está leyendo esto piense que lo que se requiere para las pruebas SABER es pensar lo que el estado quiere que usted le conteste. Por ejemplo, puede no creer en la democracia pero conteste que la democracia es el mejor sistema, ¡pero es una mentira!... Pues es una forma de burlarse de lo arbitrario que son las evaluaciones y simple una broma y ellos creerán que el sistema funciona... Conozco dos casos frente a estas pruebas que pensamos así, el mío y el de un cucuteño, se sorprendían de lo bien que nos fue en esas pruebas...

OBJECIONES ECONÓMICO-ANTROPOLÓGICAS A LAS RAZONES DE INTERVENCIÓN ESTATAL

Es falso que la educación sea un bien público, por el contrario se refiere a la parte más singular de la persona.
En primer lugar si el ser humano es particular y solamente él puede conocerse a sí mismo, la educación no bien público ni semi-público sino una actividad absolutamente privada. Lo que pertenece a la conciencia y la intimidad del sujeto no es cognoscible más que por el propio sujeto. ¿Qué vendría siendo la educación entonces? Una ayuda para que cada quien se conozca a sí mismo y un apoyo para que como la sentencia de Píndaro que alguna vez le leí a Alpiniano cada quien devenga lo que es en sus habilidades. Esto podría sonar como un ideal, como un imposible, pero por el contrario es NUESTRA PROPIA CONDICIÓN ANTROPOLÓGICA la que determina la privacidad de la educación. Los colegios hacen lo contrario obligan a los niños a aprender unos contenidos iguales, ahora dizque desarrollar unas competencias y la arbitrariedad del estado lo medirá.

Esto genera entonces varias preguntas ¿Cómo ayudar a que cada quien se conozca a sí mismo? ¿De quién es función? De los padres, por eso el movimiento del Homeschooling  no solamente es una salida para el excesivo bullying causado en parte por la estandarización, sino que es un movimiento que vuelve a la raíz verdadera de la educación: ¡ayudar a sus hijos al autoconocimiento!  A continuación unas razones que expuse en otro escrito para otro blog de cómo hacer esto:

"Por lo tanto, mi querido Alcibiades, los Estados (léase ciudades) para ser dichosos no tienen necesidad de murallas, ni de buques, ni de arsenales, ni de tropas, ni de grande aparato; la única cosa de que tienen necesidad para su felicidad es la virtud. Por consiguiente, mi querido Alcibiades, si quieres ser dichoso tú y que lo sea la república, no es preciso un grande imperio, sino la virtud." (2)

Pero ¿Cómo alcanzar la virtud? La tradición iniciada con Sócrates parte de iniciar la búsqueda del conocimiento del “sí mismo”. Al respecto algunos filósofos como Kierkegaard (3) le han dado un desarrollo tal que, quizás interpretándolo exageradamente, consisten en no imitar absolutamente nada, o el famoso “desnudarse” de Fernando González (4). Sócrates, en su reconocida tendencia aristocrática –pero de la verdadera- nos propone la imitación de la virtud “Y antes de adquirir esta virtud, lejos de mandar, es mejor obedecer, no digo a un niño, sino a un hombre, siempre que sea más virtuoso que él.” (2).

Hemos visto que el bien común nace del bien y la virtud de los seres humanos y que la virtud surge del auto-conocimiento. Pero ¿cómo promover que los hombres se conozcan? ¿Obedeciendo e imitando a la virtud? Es allí donde la educación juega un papel importante en esta idea. A pesar del pésimo modelo educativo actual que se basa en la repetición de ideas pre-establecidas o diseñadas o pensadas para la producción en cadena (5), como para empacar a todos en la misma caja útil a la sociedad [como la canción Little Boxes]. Pero ¿cumple la función de enseñar a conocernos a nosotros mismos? ¿Sirve para conocer? Al vivir de hábitos los seres humanos podremos repetir fácilmente las ideas aprendidas en el colegio y en muchos casos en la universidad pero ¿de qué servirán? Inclusive el aprendizaje por repetición puede considerarse, en términos lógicos, como una falacia conocida como Argumentum ad nauseam (6) y eso no genera virtud (2)." (TORO RESTREPO, 2011)

Una de las preguntas que pueden surgir es el uso del término obedecer. Los padres suelen haber desarrollado una serie de virtudes que el hijo puede imitar. Esa sería mi forma de entender el término de obedecer como como el subordinarse sino el aprendizaje de la virtud del virtuoso. 

La educación puede aumentar ingresos pero hacernos vivir en el hastío. Además, profesiones mejor pagadas no implican eficiencia.
La segunda razón es que la educación aumenta la productividad y genera efectos Spill over sobre toda la sociedad. Yo aprendo de los demás y los demás aprenden de mí. Eso es cierto. Pero las super correlaciones que indican que una "mejor educación" implica un mejor "ingreso" no significan que eso sea un mayor bienestar para la sociedad. Me explico, uno en la universidad ve muchos temas, pero a medida que se especializa separa los que le gustan de los que le disgustan. Y uno puede dedicarse a trabajos de mayores ingresos que no es lo que verdaderamente la persona vino a dar al mundo. A este lo llamaremos el efecto prostitución. En últimas el efecto prostitución no es más que la alienación de ganar ingresos por aquello que no nos gusta. Kafka es uno de los autores que mejor conoce la alienación de trabajar lo que no somos, en "El Proceso" muestra cómo la sociedad lo está persiguiendo permanentemente. Más que una novela sobre el debido proceso es una novela sobre el juicio que el estado y su expresión social masificada el sistema nos está exigiendo; que seamos lo que no somos. Por otra parte, en la metamorfosis se muestra cómo el "buen empleo" tal vez sea convertirnos en una cucaracha o bicho raros. No somos lo que somos porque la educación y las políticas nos desvían de nuestra realidad, de lo que somos realmente. 

Al respecto en versión hispanoamericana tenemos a Facundo Cabral con su canción "Bombero". La canción muestra exactamente las exigencias que hace la sociedad en el proceso de Kafka, un juicio que no comprende. Al final se vuelve abogado -y qué profesión más alienante eligió-. Posiblemente si comparamos a un bombero con un abogado, aquel gana más que éste: ¡retornos de la educación! ¿Eficientes? Su felicidad particular y el destino de muchos se pierden, a la sombra de la alienación. Es el razonamiento hipotético de lo que no fue, pero hay algo claro con más ingresos, no fue lo que era, asumiendo que siendo bombero no hubiera podido idear un proceso que salvara muchas vidas y lo hiciera rico.  Hay varias frases que son muy llamativas al respecto:

El reflejo que nos muestra la sociedad en la alienación
es supuestamente belleza, cuando realmente estamos
¡muertos!
  • “Desde su galaxia tendrá que aprender a ser como todos, y tirar la llave del eterno sueño de ser o no ser.”
  • "Al fin de los días sentado a la sombra de su realidad, y desde la infancia, como en un espejo, la casa paterna, juguetes y amigos y aquel despilfarro de la libertad."
  • <<El viejo se apaga y vuelve a su mente el niño soñando con ser o no ser, cerrando los ojos se va lentamente por última vez: “bombero, bombero, yo quiero ser bombero, que nadie se meta con mi identidad”>>.
Aparte de los problemas de alienación, que es una cuestión antropológica, la cuestión también es económica y de eficiencia. Se proveen servicios para los cuales no se es el más apto y se dejan de proveer servicios para los cuáles se es apto. La variedad de factores que influyen una vida humana cuando opta por el camino equivocado no pueden medirse. Pero es claro que la retroalimentación negativa de la ausencia de un bombero que se necesitaba puede tener unos efectos sociales mayores -especulando nada más- que él simple hastío que padece. La alienación de los seres humanos, en especial por la educación, tiene efectos que se dispersan a lo largo de la economía que podemos no conocer.

La educación planificada no genera necesariamente "buenos ciudadanos".
Veíamos previamente que el buen ciudadano es el que es virtuoso en aquello que es. Es decir, desarrolla habilidades para aquello que vino al mundo. Si la educación, el estado y el sistema lo que genera es un juicio permanente -como en "El Proceso" de Kafka- realmente no está generando "buenos ciudadanos" sino que está persiguiendo al buen ciudadano. Observándolo, juzgándolo por su vestimenta, ingresos, forma de pensar, cuerpo, carros, casas... ¡Alienación!

Por otra parte, la noción de "buen ciudadano" es la de aquel ciudadano maleable, fácil de someter y manipular a los designios del estado. En los colegios la figura de poder que se manifiesta en el profesor es un juego similar a la figura de poder que ejerce el estado sobre la vida de los individuos. Es así como esa educación delineada por personas que no conocen a quienes educan, que además no son unidades humanas sino seres singulares con sueños y expectativas -como ser bombero, aunque el estado lo diseñe como ingeniero-, que ni si quiera han pisado un aula, diseñan programas desde unos conocimientos y dizque competencias para el "individuo promedio".  Â¿Quién es un individuo promedio? ¡Nadie!

INCONCLUSIÓN...
La educación me enseñó a concluir todo lo que escribiera ¿por qué? Porque según la educación todo ensayo agota un tema. La verdad la educación se equivoca, lo que busca un ensayo es empujar, hacer pensar y dejar una reflexión abierta. Si yo tuviera la verdad revelada en mis manos pues concluiría, daría órdenes, pero que esos cuentos se los crea el estado... El estado, sin conocer ni siquiera a los niños, sin saber nada sobre cada uno entre otras porque le es imposible, pretende concluir lo mejor para ellos diseñándoles una vida... que realmente, ni quieren, ni vinieron a vivir...


          HUELLA FRACTAL: una abstracción fotográfica.        
HUELLA FRACTAL by ElAlispruz
HUELLA FRACTAL, a photo by ElAlispruz on Flickr.

Una huella es una abstracción de algo que pasa. Tal vez la definición o frase anterior suena demasiado aristotélico-aburrida, pero no ando poeta como para decirlo. Para ello me copio de Antonio Machado quizás mi poema favorito (bueno San Juan de la Cruz le gana pero este es más "pertinente") :

Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre el mar.

Nunca perseguí la gloria,
ni dejar en la memoria
de los hombres mi canción;
yo amo los mundos sutiles,
ingrávidos y gentiles,
como pompas de jabón.

Me gusta verlos pintarse
de sol y grana, volar
bajo el cielo azul, temblar
súbitamente y quebrarse...

Nunca perseguí la gloria.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.

Caminante no hay camino
sino estelas en la mar...

Hace algún tiempo en ese lugar
donde hoy los bosques se visten de espinos
se oyó la voz de un poeta gritar
"Caminante no hay camino,
se hace camino al andar..."

Golpe a golpe, verso a verso...

Murió el poeta lejos del hogar.
Le cubre el polvo de un país vecino.
Al alejarse le vieron llorar.
"Caminante no hay camino,
se hace camino al andar..."

Golpe a golpe, verso a verso...

Cuando el jilguero no puede cantar.
Cuando el poeta es un peregrino,
cuando de nada nos sirve rezar.
"Caminante no hay camino,
se hace camino al andar..."

Golpe a golpe, verso a verso.

La naturaleza del movimiento es fluir. Los flujos son básicamente transformaciones de energía o materia. Esos cambios quizás por lo que en física se llama conservación del momento, hecho que permitió a Einstein desarrollar su teoría de la relatividad especial con su famosa ecuación E=mc^2 (dato erudito inútil para la lectura). Si algo cambia algo es influido por ese cambio, ese cambio a su vez influye en la realidad de otra manera. Esos cambios se retroalimentan de alguna manera el flujo vuelve sobre sí mismo.

Las retroalimentaciones también dejan sus huellas pero no precisas, lineales, sino imprecisas, fractales. Lo que deja de paso el flujo es un fractal. ¿Qué es un fractal? Apenas he empezado a leer "The fractal geometry of nature" de Benoit Mandelbrot y daría unas definiciones inútiles -para el objeto de este escrito- sobre la dimensión fractal. La dimensión fractal es interesantísima pero ¿define eso el fractal? 

Pues para no perder todo el denso intento de comprender la dimensión fractal, podríamos decir que un fractal es un camino finito lleno de infinitas huellas que son infinitamente pequeñas. Lo "infinitamente pequeño" tal vez no sea lo más correcto pero es lo más cercano a la intuición que decir como profesor de matemáticas:

"El límite de la huella tiende a cero". Para que el lector no se pierda entienda infinito como la siguiente paradoja: es una cantidad incontable de tanto contar. Como uno habla de lo que tiene en mente esa definición es incompleta en los descubrimientos del infinito de Cantor, pero no me meteré con eso. O sea el infinito es aún más complejo que la cantidad incontable que se genera de tanto contar. 

Las influencias y retroalimentaciones que generan huellas infinitas infinitamente pequeñas de la realidad obedecen a la multicausalidad que ya describía Tomás de Aquino que producía incertidumbre y que Nietzsche resumía en que las cosas preferían "danzar" al son del azar. Los flujos se mueven entre las múltiples causas, velocidad, temperatura -que es velocidad-, masa, gravedad -influencia de otros cuerpos-, todo energía en últimas y esto a nivel atómico (creo que a nivel de partículas subatómicas pero hasta allá no entiendo). Cada átomo se influye de manera diferente así el flujo tenga una dirección. Cada átomo genera una influencia pequeñísima. Es lo que el meteorólogo Edward Lorenz denominó "efecto mariposa" al fracasar en sus predicciones climáticas. ¿Qué pasa si muchísimas influencias pequeñísimas se unen en una dirección o en otra? 

A todas estas ¿qué tiene que ver toda esta carreta con la imagen? Lo primero que hay que decir es que la imagen es realmente la foto de un flujo editada. Es el flujo de agua que sale de una manguera. La escena es de lo más cotidiano, pero ¿por qué es tan extraña la imagen? En primer lugar, la foto se tomó con una elevada velocidad de obturador. La máxima que me permite la cámara. Eso permite capturar el movimiento del agua de la forma más cercana a cero, o sea capturar el instante como dicen los fotógrafos "congelado". 

Sin embargo las imágenes que tomé no me gustan todavía. Así que empecé a experimentar con la edición en Picasa. No es edición avanzada. Aleatoriamente buscaba las formas más llamativas hasta que recorté esta que es un "fragmento" de algo que logré. Adicionalmente este fragmento fue editado para lo que usted ve. 

No sé si es bonita o fea, a mí me gusta porque teniendo forma es amorfa, porque tiene pequeños puntos que me indican la fractalidad de la imagen. Puntos que son bastante llamativos y que tanto el lente, el simulador de imagen de la cámara y los algoritmos de edición se unieron para mostrar esta imagen.

No sobra decir que el flujo más claro es el agua que fluía. Pero ¿por qué puntos oscuros y otros más claros? Eso indica que aunque la dirección del agua es clara algunos puntos eran más densos que otros. Otros dejaban espacios, inclusive se observan grupos de gotas -lo digo porque conozco la imagen- que están por fuera de lo que pareciera el flujo principal que ¿es determinable? ¡No lo es! Si intentara medir el flujo principal encontraría claramente que está fragmentado. Por eso me gusta la imagen. El ambiente en el que se movía el agua era influido por la brisa marina por el ángulo de la manguera y si había una tendencia parabólica como lo ha dicho la física siempre el problema es que la parábola es más abstracta que la huella que estoy mostrando, así sea más manejable. 

Quisiera finalizar con esto. Tengo una prima que va para octavo grado. Odia la geometría. Yo he querido hablar con ella que además de que no tenga vocación matemática, vea el mundo más artístico y los profesores aburran más las cosas de lo que en realidad son, su clamor en geometría (en concreto la geometría "euclidiana") es creo en ella un grito de rebeldía. ¿Qué grita mi prima? ¡Lo que me enseñan es irreal e inútil! Si las abstracciones de lo real no muestran líneas sino fractales, ¿por qué seguimos pensando que la recta es el paradigma de las dimensiones? 

Para dejar empezado el escrito, pues el pensamiento es fluir y no concluye como creen los profesores de metodología de la investigación quiero decir varias cosas. No tengo pretensión científica, esto es simplemente un intento de soltar algunas lecturas y pensamientos. 

No cito a nadie entre comillas o doy un detalle de la fuente porque eso es notaría académica, pero conversaciones, observaciones, experimentos, lecturas y muchas cosas de otros no habrían hecho posible lo que aquí escribo. Si quiere vaya a la wikipedia y busquen a Mandelbrot y su libro que es rebelde y revelador "The fractal geometry of nature", el tema de la multicausalidad lo leí en el libro El Tomismo Desdeñado que es sobre economía pero que resume la física tomista. La frase de Nietzsche es de "Así habló Zarathustra". También los libros "Espejo y Reflejo" y "Las siete leyes del caos" ambos de Briggs y Peat mencionan el efecto mariposa y el tema de la influencia sutil, los fractales entre otros. Libros de meteorología, climatología y matemática citan a Edward Lorenz sobre el efecto mariposa. 

Espero que este sea un fragmento que a otro sirva y retroalimente, así lo deseche. Al fin y al cabo la realidad es como un diálogo y el diálogo como la realidad...

Puede ver fotografías "fractales" más reales mías en:  http://flic.kr/s/aHsjPzL9Fg
De otros que me gustan: http://flic.kr/y/Boj35n

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          SAN JOSEMARÍA, OPUS DEI Y ASOMBRO AGRADECIDO        

Estimados lectores del blog: aquí les dejo una carta que escribí acerca de un gran Santo. San Josemaría Escrivá de Balaguer. Muchos de ustedes pueden tener prejuicios con las personas del Opus Dei, pero así como Cristo no son los cristianos (si quiera porque qué degradación haríamos de Cristo) tampoco los seguidores de San Josemaría Escrivá siguen del todo su mensaje. El mensaje de San Josemaría Escrivá está llamado a pacificar nuestra sed de absoluto, de Ser. Muchos no hemos entendido lo revolucionario de San Josemaría asociando a sus seguidores a ideas ultraconservadoras, pero el mensaje de San Josemaría Escrivá es liberador.

A continuación la carta…

Queridos Amigos:
Si a mí me preguntan qué pienso de San Josemaría Escrivá y claramente les contesto, es el Santo que más que consuela. En general es un santo que me emociona porque tiene una propuesta absolutamente hermosa y absolutamente personal de entender la santificación. Muchos consideran al Opus Dei como un movimiento ultraconservador, a mí no me parece así haya algunos ultraconservadores en el Opus Dei, bueno también hay del Polo y la cabeza brillante. 

El Opus Dei es el movimiento más revolucionario que ha tenido la Iglesia en siglos, porque no está exigiendo grandes prodigios sino que se enfoca en las cosas pequeñas. El Opus Dei es revolucionario precisamente porque entendió que "revolución" no era "extraordinariedad", como vivir con una espina en la frente, beberse el agua de los leprosos, estar estigmatizado, tener rasguños en la frente a modo de "estigma", arrobarse y flotar en medio del éxtasis místico o esas "locuras" hechas por amor a Dios. Esos también son Santos, pero, no todos nacimos con la fuerza de Sansón, ni padeceremos las noches oscuras de San Juan de la Cruz. 

Yo a veces me siento extraño para este mundo, también me siento extraño en la Iglesia, pero ¡El Opus Dei -entendido como el mensaje de San Josemaría o de Dios a través de San Josemaría- es realmente consolador! Gozándome el mundo, entre chiste, filosofía, ironía, apoyo a bebés y mamás, alegría, rumba, finanzas, meteorología, dinero, molestar a la cabeza brillante, hacer ejercicio, revisar contratos todo el día hasta que uno se enferma del ojo, echar carreta, la vida de pareja, cuando uno habla con niñas lindas, si todo se ofrece a Dios ¡Santifica, acerca a Dios! 

Es que San Josemaría entendía al matemático del evangelio San Mateo. San Josemaría entendía que la Iglesia cotidiana, entre pequeñas obras de amor, iba construyendo el cielo poco a poco y, "al que es fiel en lo poco se le confía lo mucho". Ese es un consuelo para un mundo laico y carente de Dios, donde ya lo que acerca es la vida diaria del creyente, del buen creyente. Esa es la verdadera sal de la tierra, del Santo Ordinario. 

Chesterton promotor del asombro agradecido,
creo que es la mejor forma
de contemplar el Opus Dei.
San Josemaría nos mostró que ser Santo no es sinónimo de solemnidad y aburrición sino de dulzura y alegría, pero ante todo de la expresión del Sí-mismo. Algunos aún no entienden eso y objetan el proceso de canonización de Chesterton simplemente porque era alegre y bonachón, porque manejaba la paradoja y la ironía, porque era amigo de sir Bernard Shaw ateo, porque le gustaba la cerveza Beer and Bible. Chesterton, me parece, es precisamente a lo que se refería San Josemaría Escrivá, la santificación en el trabajo ordinario: ¡una vida de literato, irónico y promotor del asombro agradecido!  

La verdad, aunque a veces pienso si debería pedir la admisión en la prelatura personal, mi mente se pregunta si el Opus Dei no significa más que el movimiento que muchos siguen de vocación. Creo que el Opus Dei trasciende -si me equivoco pueden corregirme- la prelatura personal y lo que hace es enviar un mensaje al cristiano del común: Tu trabajo es Opus Dei, obra de Dios. Mi vida es Opus Dei como ser creado como que mi trabajo ordinario es mi participación en la creación. Me salvo escribiendo, me salvo pensando, porque ese Opus Dei que soy yo, ha sido llamado, con vocación a eso. Gente como Sócrates se salva si pregunta bien y lo ofrece a Dios, gente como el zapatero se salva haciendo bien los zapatos, el panadero haciendo el pan, el profesor enseñando, el jurista diciendo la justicia, el médico curando, el barrendero barriendo, el psicólogo enloqueciendo al prójimo, el conductor conduciendo, el contador en su labor, el empresario generando riqueza. 

La vida humana como Opus Dei obra de Dios: vivir la vocación individual, única e irrepetible que no implica necesariamente que uno haya nacido para vivir muchos éxtasis místicos. Pero ¿qué más místico que contemplar a Dios en cada acción ordinaria? ¿Qué más místico que aceptar cada acto humano como parte del plan de la creación, del Opus Dei, del "milagro ordinario"? 

Bueno, ahí los dejo con mis consuelos del Escrivá de Balaguer, de aquel sacerdote curioso, extraordinario que nos enseñó a vivir felices en cada instante, en cada una de nuestras acciones como parte del plan de Dios... como parte de un asombro agradecido, de un Opus Dei en cada zapato ofrecido con amor a Dios.


          Â¿POR QUÉ SURGE EL DINERO?        

¿Por qué surge el dinero? ¿Para qué sirve? ¿Cuál es entonces su verdadera naturaleza? En  SOBRE EL DINERO iniciamos una serie de inquietudes acerca de la naturaleza del dinero. El dinero es algo bueno, muy bueno porque puede cambiarse por cualquier cosa útil, sin embargo, en la actualidad, desconocer su naturaleza genera muchos problemas, en especial la crisis económica que se cierne como una sombra sobre el mundo.

EL ORIGEN DEL MERCADO Y EL INTERCAMBIO

Es complicado cambiar hamburguesas por casas
o cosas que
 no le interesen a esta mujer.
El ser humano primero era nómada y hacía de todo menos vivir bueno. Cada persona, o cada familia más bien, debía protegerse, buscar alimento, refugio, sanarse, pasar la enfermedad, entre otras, solo. Esa situación en términos biológicos era una desventaja notoria. Una desventaja que impedía la supervivencia. ¿Entonces Rousseau se equivoca en lo del buen salvaje? ¡Efectivamente! El buen salvaje solo es incapaz de satisfacer por sí mismo todas sus necesidades lo que reduce notablemente su vida.

Un día, unas personas inteligentes, se dieron cuenta. Él es bueno para cazar, yo para arar la tierra (bueno realmente no existía el arado), aquel para hacer protectores para el frío. De esa manera si uno hacía una cosa más veloz que otro, y el otro a su vez más veloz que aquel, pues, en vez de que cada uno intente hacer todas sus labores al tiempo ¿no es mejor que el que las hace más rápido lo haga por mí y yo haga por él lo que él no es capaz de hacer más rápido que yo? Así si uno recogía 10 frutas por día y hacía 2 empaques para conservarla al día y el otro producía 10 empaques para conservar el alimento y recogía 2 frutas. ¿Por qué no se dedica uno a hacer empaques para conservación y el otro a recoger frutas? ¡Eso fue lo que hicieron! Ese fue el origen de la economía y de la ciudad y ya lo comprendía Sócrates desde tiempos inmemoriales:

SÓCRATES: Pues bien la ciudad nace, en mi opinión, por darse la circunstancia de que ninguno de nosotros se basta a sí mismo, sino que necesita de muchas cosas. ¿O crees otra la razón por la cual se fundan las ciudades?

ADIMANTO: Ninguna otra

SÓCRATES: Así, pues, cada uno va tomando consigo a tal hombre para satisfacer esta necesidad y a tal otro para aquella; de este modo, al necesitar todos de muchas cosas, vamos reuniendo en una sola vivienda a multitud de personas en calidad de asociados y auxiliares y a esta cohabitación le damos el nombre de ciudad. ¿No es así? (Platón, pág. 55: 369 B).
Sin embargo, surge un problema. Tenemos en la comunidad una persona que hace chorizos y otra que construye casas. Si el que hace chorizos ofrece un chorizo por la casa, quizás el constructor le conteste "para construir una casa necesito más alimento que un simple chorizo", entonces el que hace chorizos le contestará "me importa un chorizo...", bueno, no le contestará eso. El que hace chorizos seguramente le contestaría que podría darle 100, 1000, los que sean, pero mientras tanto el que construye requerirá comida (además de chorizo), vestidos para protegerse del frío, etc., y con chorizos no podrá intercambiar todas sus necesidades. De la misma manera si recibiera muchos chorizos, es probable que el zapatero sea vegetariano que su medio de pago sean casas o chorizos le importe "un chorizo".

De esa manera, la ciudad, comunidad, foro, plaza, constituye, de forma "consuetudinaria" un medio de cambio. Es así como originarse de una práctica consuetudinaria y ser medio de cambio son las dos características referentes al dinero.

CARACTERÍSTICAS DEL DINERO
¿Qué implica que sea medio de cambio? Esto quiere decir que es el estándar o lo que mide un determinado intercambio. Es decir, el dinero es algo que puede cambiarse por todas las cosas, por todos los bienes o servicios. Es así como uno vende, pero para tener la libertad de intercambiar lo que quiera, no se vende por dinero porque nos pasaría lo de la isla desierta: ¡no serviría para nada! Con acierto sostuvo Domingo de Soto que se vende para recibir dinero y comprar de lo que falta sin compromiso de tener que recibir del comprador aquello que no necesite: “vendido lo que le sobra de una cosa, compra lo que de otra le falta (…) la compra es el fin de la venta”  (DE SOTO, 1968, pág. 593). El profesor José Alpiniano García Muñoz, en una tesis doctoral recientemente defendida en la Universidad de Navarra, nos aclara esta frase en relación al tema del valor del dinero "En consecuencia, quien vende no tiene como fin el dinero, sino la compra o adquisición de otra cosa que le falta." (GARCÍA MUÑOZ, 2011, pág. 28). La razón de ser del dinero no es otra pues que facilitar los intercambios de cosas realmente necesarias para cada persona. En otro libro del mismo autor se explica con más claridad este punto: "Como se dijo antes, el papel moneda sólo tiene razón de ser en la medida en que, por decirlo gráficamente, represente una cantidad o servicios, esto es, su razón de ser es su valor de cambio objetivo; el dinero vale toda la cantidad de bienes o servicios que puede obtenerse a cambio de él." (GARCÍA-MUÑOZ, 2001, pág. 148).

Bolívar. Moneda Venezolana.
El gobierno ha intentado avaluarla mediante sellos,
pero es la mejor muestra que el valor del dinero
nace de la costumbre.
Adicionalmente el dinero se caracteriza por ser consuetudinario ¿Por qué consuetudinario? Porque es una costumbre, las personas se acostumbran a que esa cosa sea la medida que utilizan para intercambiar las cosas. Sin embargo, no faltan en la vida ciertos personajes que se dan el lujo de hacer dinero. Antes el oro y la plata eran los medios de cambio, en la actualidad, los estados se inventan el cuento que el dinero vale porque es hecho por ellos. Es así como surge el cuento del curso forzoso. Es así como si uno se encuentra del lado Colombiano de la frontera con Venezuela entre Villa del Rosario (Norte de Santander) y San Antonio del Táchira  y va a comprarle a un Venezolano tendría que hacerlo en pesos. Sin embargo, es precisamente en zona de frontera donde se observa lo ridícula que es su existencia. El Venezolano podría recibirle en pesos si quisiera, o únicamente recibirle en el tan "revaluado" Bolívar (moneda de Venezuela). Es que Chávez tiene el poder de producir un Bolívar "fuerte". En San Antonio del Táchira es usual que se reciban pesos como intercambio y en Cúcuta que se reciba el tan "revaluado" Bolívar. Adicionalmente, nada obstaría para que recibieran pesos, dólares, dólares canadienses, euros, yens, o tres vacas, un kilo de oro o una libra de sal. En todo caso, se acostumbra a recibir en una moneda determinada, en un "país" (en su sentido geográfico) determinado.

Un ejemplo de que el dinero se utiliza de forma consuetudinaria es el uso del dólar estadounidense en Ecuador. ¿Por qué si es un billete que únicamente tiene cambio  curso forzoso en los EEUU? Pues porque es una costumbre. Citado por el profesor José Alpiniano, Domingo de Soto, hace ya varios siglos nos decía:  “aunque la moneda no estuviera sellada, tendría el mismo valor en el precio de las cosas”. (DE SOTO, 1968, pág. 585). Es así que si un día en Colombia o en el mundo decidiéramos cambiar nuestro "medio de cambio" por cualquier otro medio de referencia, nadie podría impedirlo...

Es imposible en Colombia que nos inventemos un medio de cambio diferente al peso, dada nuestra mentalidad legalista y con nuestro arraigado culto al estado. Como diría Fernando González estamos sometidos al "espíritu" de Santander que consideraba que la ley era la causa de la libertad. Sin embargo, en la edad media, al resurgir del comercio, el medio de cambio era bastante escaso y el tránsito inseguro por lo que acudieron a diversas vías como el renacimiento del crédito o el contrato de cambio trayecticio (GARCÍA MUÑOZ, TÍTULOS-VALORES. RÉGIMEN GLOBAL, 2008, pág. 23 y siguientes).

CONCLUSIONES
El dinero -o medio de cambio- nace como una necesidad para facilitar los intercambios estandarizando los precios de las cosas. No proviene del estado su valor o legitimidad, sino que proviene de los individuos que utilizan cierta cosa o documento para hacer sus intercambios. Eso se denota incluso cómo los individuos en momentos de escasez de un determinado medio de cambio inventan o crean figuras para facilitar el intercambio a pesar de ello.

OTROS ARTÍCULOS


1. EL ALISPRUZ : SOBRE EL DINERO
2. EL ALISPRUZ : ¿LA POBREZA PROVIENE DE LA FALTA DE DINERO?



BIBLIOGRAFÍA

DE SOTO, D. (1968). De Iustitia et iure (Vol. III). Madrid: Instituto de Estudios Políticos.

GARCÍA MUÑOZ, J. A. (2011). Derecho y Economía según Tomás de Aquino, Tesis Doctoral. Pamplona, España: Universidad de Navarra. Facultad de Filosofía .

GARCÍA MUÑOZ, J. A. (2008). TÍTULOS-VALORES. RÉGIMEN GLOBAL. Bogotá D.C, Colombia: Temis S.A.

GARCÍA-MUÑOZ, J. A. (2001). Derecho Económico de los Contratos.Bogotá: Ediciones Librería del Profesional.

Platón. La República (Versión en PDF ed.). www.planetalibro.com.ar.





          CARBON        
Introducing Carbon, the first full length book showcasing my personal ideas around science fiction art and design. This is a project I'm very excited about, a chance to delve deep and develop the various worlds and concepts that are the result of a life long passion for nature, science, technology, and futuristic science fiction ideas.

These images are explorations I have been working on to develop the design and art direction of the book. It's been a lot of fun to work with concepts springing from the Carbon name. Carbon is the workhorse element of nature, it forms the strongest bonds and is the basis for life as we know it in the universe. Carbon nanotubes and graphene take their hexagonal molecular structure and hold great promise for artificial muscle, advanced building materials, powerful motors, faster computing, and so much more.

Carbon will contain a wealth of exclusive artwork, design, and descriptive text breakdowns, including in depth development of several personal projects that I wish to evolve into short film and video game concepts. In this sense Carbon forms the first step towards turning these dreams into reality.

I'm looking forward to exploring the graphic design of the book, and want to create a bold and exciting product that will be much more than just a collection of art and ideas.

I'm also looking forward to exploring ideas in environment design and story telling, realms I rarely get to delve into with my regular conceptual design work.

I have a heap of artwork for Carbon already, but this is just the start and familiar to anyone who knows my work. The book will allow me the opportunity to really push myself and create fresh new work, to go crazy and expand on some of the more involved ideas I've been thinking about for years. I have a massive pile of sketches ready to be fleshed out, some real exciting stuff!

The kick starter campaign will have to wait till I get back from a trip to the US for Comicon (more on that later), so keep an eye out, it should be something special! Cheers!
          SOBRE EL DINERO        
Uno de los problemas tanto de la avaricia como del derroche en el que caemos algunas veces es desconocer lo que es realmente el dinero. ¿Qué es el dinero? En primer lugar el dinero es un BIEN. El dinero no es algo malo como muchos creen, el dinero es necesario. Pensar que el dinero es algo malo es un error rotundo en la naturaleza misma del dinero.

Si el dinero no es malo ¿por qué es mala la avaricia?  He allí el punto, el dinero no hace malo al hombre, lo que pervierte al hombre es desconocer su naturaleza. Digo esto porque en las ocasiones en las que he desconocido la naturaleza del dinero he caído en una tremenda infelicidad, como cuando uno se equivoca. Sí he sido avaro y también derrochador. No en exceso, pero sí por desconocer lo que es el dinero.

Y ¿cuál es la naturaleza del dinero? El dinero es una cosa inútil. Usted puede comerse un billete y ¿es alimento?  Todos sabemos desde niños que es mejor lavarse las manos después de tomar billetes o monedas. El dinero en sí mismo no sirve para nada. En una selva o en una isla desierta y sin gente, si uno está muriéndose de hambre, de nada servirá tener una maleta con un millón de dólares, bueno quizás para hacer una fogata y dudo del potencial de un billete para encender fuego. Para eso es buena la metáfora del rey Midas que todo lo que toca se convierte en oro, ¡qué hambre! Porque el oro no alimenta.

Si el dinero es inútil, ¿por qué la gente trabaja por dinero? ¿Cambia una cosa por dinero? ¿lo primero que busca un atracador es dinero? ¿Por qué un banco paga dinero por recibir dinero en depósito y cobra dinero por dar dinero en préstamo?  Â¿Por qué lo que se produce se cuenta en dinero? Pues trabajan, cambian, atracan, especulan y producen cosas ¡inútiles! No, eso no es cierto, el dinero es inútil pero puede cambiarse ¡por cualquier cosa útil!

Es así como iniciaremos con este una serie de cortas notas para explicar lo que es el dinero y cómo las crisis actuales no se resuelven simplemente porque parten de un desconocimiento de la naturaleza misma del dinero.

Artículos relacionados

1. EL ALISPRUZ : ¿POR QUÉ SURGE EL DINERO?
2. EL ALISPRUZ : ¿LA POBREZA PROVIENE DE LA FALTA DE DINERO?










          Siendo humanos ¿Qué somos cuando somos? ¿Qué somos cuando no somos?        
La mula pensante, mujer mantequilla y demás auto-apelativos de los cuales ya me desactualicé me puso el reto de hacer un video en respuesta a la inquietud de alguien. ¿Qué es lo que somos? ¿Qué significa ser humano? Ella lo hace en un simple video de 57 segundos. Me impone el mismo reto ¿seré capaz? La verdad me da pereza quedarme horas buscando fotos y editando, por eso prefiero soltarme en el blog y escribir. Sé que si me dedicara a editar un video, mi exagerado perfeccionismo me llevaría a quedarme horas editando sin contar aquellas en las que se bloquearía el computador.

El video con el que inicia la discusión pueden verlo aquí, parto de la base que es bueno, por eso, absolutamente digno de dedicarme a criticarlo. Como prefiero lo escrito, lo describiré. En primer lugar, su visión del ser humano parte con el vicio de la esperanza, ¿acaso todos estamos llamados al conocimiento? Por lo que he aprendido de ella, sí, todos estamos llamados al conocimiento, pero no todos lo desarrollamos de tal forma tan trascendente como la que describe el video. Si no fuera una amiga, ¿qué no me impediría para poner -como ella dice- una vieja chismosa que demuestre el afán de conocimiento? Y si lo hiciera ¿implica que lo que ella plantea es falso? No, es real ¿Qué pasa entonces? ¡Es incompleto! Es tan real la descripción de la vieja chismosa para describir al ser humano, como el filósofo con su mano en su quijada sentado. Mi primera crítica, no se enfocó en el vicio de la esperanza, se centró en la ausencia de lo cotidiano.

1. Cotidianidad, gloria y grandeza.
MOVIMIENTO CONGELADO
Movimiento congelado.
¿Es cotidiano encontrar al ser humano creando? ¿Es cotidiano ver obras de arte como Van Gogh? Eso no es cotidiano, pero ¿significa que no hay obras de ese calibre en el hombre imago Dei? O ¿Será más bien que hay muchas formas más sutiles y ocultas de desarrollar esa creación? ¿Acaso no hay estética en la contemplación diaria de mi gata? ¿Acaso no hay estética en todos los días de aquellos que silenciosamente trabajan para producir el alimento que comemos y que nos hace que ese ser permanezca Siendo? ¿No es eso creación? ¿No es eso poesía diaria? ¿Qué será de esa madre abnegada que da la vida por su hijo enfermo? ¿Qué será de aquel que sonríe al pobre? Indiscutiblemente Van Gog es un genio, lo son muchos seres humanos pero ¿dónde está nuestra percepción de la belleza cotidiana? 

El deseo de gloria y grandeza está viciado, pero ¿no hace parte ese vicio también del siendo? Anhelamos grandes obras milagrosas, que el sol se salga de cauce para creer en un Dios que todas las mañanas permite que el sol nos ilumine con su amanecer y de paso a la noche con su hermoso atardecer. ¿Por qué nos perdemos de esta estética cotidiana? ¿Por qué nos perdemos de ese asombro agradecido de lo cotidiano? 

Efectivamente somos seres infinitos, pero, también, somos finitos. Ese infinito requiere de incontables sucesos finitos, ¿carecen de belleza esos finitos? ¿Cómo podrían hacerlo si en ellos está, paradójicamente el infinito? Desde el momento mismo de nuestra concepción inicia un proceso que poco a poco va desarrollando diversas fases, desde una sola célula hasta las millones que somos ahora. Esa fase celular es un estado finito, pero tanto en ella, como cada momento de nuestra vida, contiene ese siendo. Desde nuestros momentos más trascendentes, hasta nuestro sueño, mostramos aquello finito que somos.

Tal posible interpretación del video nos lleva a que ese siendo sea una fotografía, sea como congelar el movimiento. ¿Acaso la foto muestra el movimiento del niño? Lo congela, pero nosotros intuimos que se mueve. La vida, es una sucesión de instantes, de videos, que reflejan una imagen eterna, imago Dei pero una imagen que se mueve instante tras instante.


2. La nostalgia y la inmovilidad... el ridículo.
Hoy en día, la civilización nos aliena. No al nivel de gloria que cree la mula, sino a la cotidianidad. De repente, el finito nos absorbe, al punto que nos desespera. Cada instante se sucede sin descubrir ese infinito que nos hace, en el que somos siendo.Al perder de rumbo tanto el instante como el infinito, nos alienamos, estamos siendo sin ser, siendo en o para otra cosa, no siendo ese fin en sí mismo que es el ser humano. Es allí donde la vida pierde sentido y la angustia nace como consecuencia irremediable de no ser lo que somos. 

NOSTALGIA DE ANTAÑO by ElAlispruz
No ser en nosotros, ser en otro es la alienación. Esa alienación que nos hace irónicos, absurdos y ridículos. Es hacer el papel que no nos corresponde. Es como aquel que se equivoca en el libreto que le corresponde y todos se ríen, es como aquel golpe sordo en medio de una melodía. La situación no es solamente ridícula, es triste. 

¿Por qué nostalgia de antaño? Hace una semana tomé la foto de la derecha. Aquel mimo, solo, desesperado por unos pesos, refleja aquel pasado nuestro que sufre porque ya no es. Cada instante que se sucede sin percibir el infinito nos paraliza e inmoviliza, en esa inmovilidad del instante perdido es cuando de repente recordamos y desesperamos. Esa es la nostalgia de antaño, ese verbo tan usado pero tan irreal como el hubiera, el habría o hubiese. Nietzsche nos recuerda que la voluntad no puede querer hacia atrás, pero, la voluntad suele querer en proporciones viciadas aquello que no puede, pero que pudo en un instante anterior.

¿Por qué de repente se empieza a querer hacia atrás cuando no se puede? ¿Qué nos indica esa desesperante agonía de nostalgia y desesperación? ¿Qué en un siendo no fuimos? ¿Pero cómo si permanecimos? ¿Acaso el existencialismo de Sartre acierta en que podemos subsistir, simplemente existir, sin esencia? Tal vez en el instante más pobre de la filosofía, más lejano al ser como el siglo XX, es en el instante donde más se logró comprender lo que somos. Tal vez tener ese contacto absurdo con la nada, es la mejor forma de comprender el ser. 

Sin ese delirio agotante de la desesperación ¿cómo podría el auténtico saber que va por el camino correcto?   En ese camino donde el siendo no es, pero el ser persiste, es donde más nos llama esa sed de absoluto. De repente, en el fondo, podríamos permanecer en esa sucesión de instantes sin sentido o buscar aquello que da sentido a cada uno de los instantes. 

3. Ser o no ser, ¿no ser siendo?
"All is vanity"
El ser humano es quizás lo que denota el video de la mula filosofante, pero ese ser humano, ese being Â¿no incluye instantes en los que sigue siendo being? La sucesión de instantes sin sentido o el desconocer que los instantes suceden [las dos formas de desesperación Kierkegaana] son instantes donde no somos lo que somos pero seguimos siendo ¿cómo resolver la evidente contradicción? Si partimos de una lógica rigurosa la contradicción y la violación de que un ser no puede ser y no ser al mismo tiempo nos indican un error o al menos una paradoja pero ¿es que acaso la realidad no trasciende la lógica misma? Ese es un problema a resolver ¿qué es el hombre cuando no deviene lo que es? ¿Qué es el hombre cuando está alienado? ¿Pierde el hombre su condición humana por el simple hecho de caer en la desesperación? 

Una primera respuesta podría ser el academicismo aristótelico-fastidioso de plantear una distinción entre el ser humano y el actuar humano. Pero esa distinción sería como decir que el hombre visto desde atrás es espalda y desde adelante pecho, nariz, ojos. Los aristotélicos suelen hacer eso, partir, dividir, distinguir. El aristotélico es como el lujurioso cree que la mujer es únicamente cuerpo y el reprimido cree que la mujer es espíritu sin ser cuerpo. Aristóteles les diría que ambos tienen razón porque están distinguiendo. No es que las distinciones sean malas, son necesarias, siempre y cuando procedan de la realidad. La distinción con fines académicos no permite intuir, sino solamente, partir. 

En todo caso esa cuerdísima distinción aristótelica tendría algo de razón, que el hombre actúe como burro ¿lo hace burro? El actuar como rata ¿nos hace ratas? Esta inquietud para el que lee de paso puede ser ridícula, pero, si eso fuera así, el más degradado y desesperado sería menos humanos y por ende carecería de derechos, lo cual tanto en esencia como por su consecuencia antropológica es un error. No perdemos nuestra calidad de humanos por actuar contrario a lo humano, al fin y al cabo ¿qué hay más humano que actuar y querer así sea contra nosotros? ¿Qué hay más humano que querer, así sea querer no ser lo que somos?

Así que ¿cómo resolver este problema?  La verdad, en este momento, no se me ocurre una respuesta. Lo único que se me ocurre es que, ese yo como la relación que se refiere a sí misma (Kierkegaard), cuando actúa contrario a su ser, no deja de ser, es un ser en contradicción. ¿Qué quiere decir ello? No tengo ni idea. O tal vez no sea más que ironía, ridículo, absurdo. 

4. Volviendo al video, repensando la vida misma. 
El video muestra aquello que nos llama, aquello que tenemos que devenir pero, ¿qué pasa si no devenimos aquello? Esa es la carencia, carencia del video, carencia de la vida, porque ¿siempre nos descubrimos en ese cosmos, en esa contemplación estética directa? ¿Acaso actuamos acorde con esa imago Dei? Aparte de cotidianidad, esa sucesión de instantes en los que somos aquel being, el video no responde a la complejísima pregunta ¿qué somos cuando no somos lo que somos?  

El video muestra una humanidad viciada de esperanza y alienada por el infinito. Bueno, realmente no lo hace, pero desprevenidamente podríamos tomar esa interpretación. Sí, somos lo del video, pero, también somos lo contrario al video. ¿Siendo y no siendo al mismo tiempo? Quizás, pero, al fin y al cabo... siendo...

          5 fabulosas técnicas de belleza para que luzcas radiante siempre        
Inicia el 2017 practicando 5 hábitos para lucir bella | Elena del Mar
Nada más saludable y rejuvenecedor que llevar rutinas de belleza que cuiden de tu aspecto y te permitan lucir renovada cada día. Elena del Mar como uno de los centros de estética en Chicó, te da a conocer 5 diferentes pero espectaculares rutinas para que las pongas en práctica por el resto de días. Empiézalos de manera distinta.


Estás a tiempo. Renueva tu estilo de vida

Pasados casi 30 días del año aun estás a tiempo de retomar y aplicar a tus días rutinas que te permiten empezar a renovar tu rostro y cuerpo, por ello, propón consentirte y sorprenderte, verte bella y radiante gracias a prácticas que podrás realizarte en algún spa en Bogotá norte y te ayudarán a lograr ese cambio tan deseado. Ten en cuenta estos consejos o hábitos de belleza, son especialmente para ti.

#1. Cambia de look


Sin dudas, este aspecto es crucial para que te sientas diferente contigo. Poder mirarte al espejo y lucir mucho mejor es el paso fundamental para que empieces a tomar decisiones en tu vida. La grandiosa Coco Chanel un día dijo: â€œuna mujer que corta su cabello está a punto de cambiar su vida” y sí que es cierto. O, ¿qué sucede cuando vas a la peluquería y decides transformarte? ¿Cómo te sientes? Tú tienes la respuesta. Entonces hoy toma camino a la peluquería y cambia tu look.

#2. Ejercítate y moldea tu cuerpo


Aunque suena hermoso, realmente es un objetivo difícil por su amplitud. Por ello, intenta ponerlo más específico, por ejemplo, salir a trotar todas la mañana, asistir al gym que está cerca a tu casa. De este modo, será mucho más alcanzable y no olvides que tu mayor motivación siempre serás tú; lucir bien y mantener tu peso para que tu salud no esté en riesgo.

#3. Aliméntate correcta y balanceadamente


Cuando se trata de cambiar hábitos es importante y muy aconsejable que lo hagas de manera gradual, ya que así acondicionas tu cuerpo y los empiezas a tomar como costumbres en tu vida. Por tanto, ¿qué tal si empiezas analizando cómo son tus comidas? ¿Tomas muy pocas raciones de fruta o verdura? ¿Tomas agua? Te aconsejamos que comiences a evitar los azúcares. Margarita Rosa de Francisco, actriz y presentadora aconseja evitar los lácteos, los fritos y el pan y, te invita para que tomes agua, té verde y agua de Flor de Jamaica.

#4. Para el cuerpo y rostro una buena hidratación


Éste hábito te anima para que te consientas gracias a buenas rutinas de limpieza de tu rostro. Limpiezas que puedes realizar en tu casa y si deseas más profundidad, existen spas en el centro de Bogotá que te ofrecen fabulosos planes y promociones que te prometen limpiezas correctas. Adicionalmente, es muy importante que te acostumbres a usar protector solar. Y, por supuesto, exfolia tu rostro y piel corporal una vez a la semana, te ayuda a eliminar células muertas.

#5. Fíjate en las tendencias


Estas serán las que te ayuden a determinar qué sigue y qué tipo de procedimiento o técnica de belleza podrías practicarte. Observa y analiza las tendencias en maquillaje, ejercicios, tratamientos que podrás realizarte en tu centro de estética en Hacienda Santa Bárbara o bien, aquellas grandiosas técnicas que podrás llevar a cabo en la comodidad de tu casa.

Hoy te hemos enseñado 5 diferentes consejos para que te propongas, en lo que queda del año, cambiar y adoptar hábitos en tu vida que te permitirán lucir mucho más radiante y bella. En Elena del Mar te ofrecemos procedimientos faciales y corporales, llevados a cabo con grandiosos equipos y tecnologías que te prometerán lucir magnífica. Visita nuestro centro de estética facial en Cafam Floresta y empieza a cambiar desde hoy.

Artículo tomado de Elena del Mar.

          Sorvete na testa do ano!!! Nokia fecha o NokiaBR...        
Hoje está correndo na blogosfera a celeuma sobre o fechamento do blog NokiaBR por imposição da Nokia. O José Antônio recebeu uma intimação de um escritório de advocacia sobre o uso indevido da marca "Nokia" (o que realmente eles têm razão) e entre outras ameaças e imposições, resultou no cancelamento imediato do domínio NokiaBR.
O mais estranho é que o blog NokiaBR era tocado por "um fã de carterinha" da marca e seu conteúdo era, em grande parte, positivo para a empresa finlandesa... Mas, como disse a Bia Kunze do Garota sem fio, em vez deles correrem atrás dos "Nokla", foram atrás do José Antônio.
O duro é que estes escritórios de advocacica parecem aqueles cachorrinhos pentelhos que ficam tentando latir o mais alto possível para se fazerem de ferozes e acabam espantando quem não deveriam...
Comigo há alguns anos tive uma experiência semelhante... Sou proprietário de uma pequena rede de varejo que comercializava uma marca de produtos que estava em litígio entre o importador antigo, de quem eu me abastecia, e o novo. Um belo dia apareceu uma "Notificação Extra-Judicial" de um escritório de advocacia representando o novo importador que entre outras ameaças, dizia que seria expedida uma ordem de apreensão de todo o meu estoque adquirido LEGALMENTE do importador antigo...
Na hora liguei para o representante de vendas do novo importador, já que eu era um dos maiores clientes do estado de outras marcas da empresa e me prontifiquei a me desfazer o mais rapidamente possível do estoque que havia adquirido do antigo importador daquela marca, vendendo abaixo do custo e não dando mais ênfase na vitrine.
E também solicitei que todos os representantes daquela empresa, a nova importadora que havia mandado a notificação, nunca mais aparecessem nas minhas lojas, pois não seriam atendidos. Ou seja, um advopgadozinho de m... espantou um dos maiores clientes da empresa...
Até hoje, passados mais de 5 anos, diretores e gerentes desta importadora em todas as feiras tentam de todo custo "abrir o ponto de venda" novamente...
Veja o relato do José Antônio no seu blog Zeletron.
Veja a repercussão na blogosfera...
Garota Sem Fio
Rodrigo Toledo
TekiMobile
BRLinux
FayerWayer
ManéBlog
Picolé Parcelado
RichardMax
ProveIsto
AllGSM
FreeBird
Fico com a sugestão do Rodrigo Tolego, vamos todos criar links para o blog "autorizado pela Nokia" do José Antônio, o Zeletron para que ele possa, em pouco tempo, ficar bem ranqueado nos Googles da vida...

Atualização: veja a resposta da Nokia sobre o assunto.
          Gacetilla de Prensa        

El pasado sábado 08 de agosto se agasajo a las niñas y niños que se acercaron a la sede del Sindicato de la Fruta de General Roca, en donde se realizó la Fiesta del Día del Niño para los hijos de los trabajadores del empaque.

“La Fiesta del Día del Niño la venimos realizando desde que asumimos en el 2004, es una actividad que nunca hemos dejado de hacer porque nos parece que el esfuerzo para agasajar a los más chicos bien lo vale y nunca es mucho. Uno siempre quiere lograr una mejor fiesta, pero los impedimentos económicos atentan contra ese objetivo y realmente hay que agudizar el ingenio para lograrlo”, expresó Marcelo Portiño, Secretario General del Sindicato Local.

“Los integrantes de la Comisión Directiva queremos agradecer la colaboración de las empresas Agro Roca S.A., Bermejo Hnos., Primera Cooperativa Ltda., Maresba, Zetone, Fruempac, San Formerio., Flor del Valle, Moño Azul, como así a la Mutual de la Fruta, a la Dirección de Cultura del Municipio de General Roca, a la asociación civil “Gestar”, y a Sur Teatro por el espectáculo, ya que gracias a sus aportes hemos logrado concretar una Fiesta del Día del Niño muy positiva”, manifestó finalmente Portiño.

Pablo Camarada

Secretario de Prensa


          Gacetilla de Prensa        


Inicio Curso de Capacitación y Actualización Sindical

El día Sábado pasado, en la sede gremial de la Seccional General Roca del Sindicato de Obreros Empacadores de Frutas de Rio Negro y Neuquén, se realizó el primer modulo del Curso de capacitación y actualización sindical”.

“Interpretación de recibos de sueldo y acuerdos de productividad” fue el primer tema del programa curricular del Curso, el que fuera dictado por el Secretario General Marcelo Portiño y por el Secretario Tesorero Mariano Grijera. Concurrieron unas 30 personas entre Delegados de plantas de empaque e integrantes de Comisión Directiva local.

“Estamos muy satisfechos con la concurrencia y notamos una muy buena predisposición de los compañeros a capacitarse, han participado mucho y bien, realmente estamos muy contentos. Este curso de capacitación lo estamos haciendo con mucho esfuerzo, pero contamos con la colaboración de la asociación civil “Gestar, promoviendo el desarrollo humano” quien es la organización que nos ayudo en la formulación del proyecto y es quien coordina y organiza las distintas actividades de este curso”, expresó Marcelo Portiño.

“El Viernes también nos llego una noticia que nos dio mucho animo para iniciar la capacitación, pues por iniciativa del Legislador Juan Elbi Cides del MPP, se declaró de interés social al curso de capacitación en la sesión de la Legislatura”, manifestó Portiño.

El próximo encuentro se realizará el día 15 de Agosto en la sede sindical de Misiones 1675 de esta ciudad, en donde se dictará la primera parte del modulo sobre el Convenio Colectivo de Trabajo que regula la relación laboral del sector del empaque, el que será dictado por el Dr. Jorge Crespo.

Pablo Amadeo Camarada

Secretario de Prensa

Comisión Directiva

Seccional General Roca


          Gacetilla de Prensa        
Dirigentes de la Seccional General Roca del Sindicato de Obreros Empacadores de Frutas de Rio Negro y Neuquén coincidieron en objetar el proyecto impulsado por el Legislador Fabián Gatti, vinculado a la negociación paritaria de los trabajadores de la fruta, por considerarlo discriminatorio, inconstitucional y totalmente desacertado.
“Nos sorprende que haya legisladores que tengan tan poco conocimiento de la legislación que regula nuestra actividad, pues el Sindicato de la Fruta es un gremio Nacional, y CAFI también lo es, y por ende el ámbito de discusión y negociación de nuestros salarios se da en paritaria ante el Ministerio de Trabajo de la Nación, y además tenemos un Convenio Colectivo de Trabajo que dispone que la negociación se realice en ese ámbito. El desconocimiento de este Legislador realmente nos preocupa, y nos sorprende la liviandad que tiene a la hora de presentar proyectos de ley”, expresó Sergio Poblete, integrante de la Comisión Directiva.
Marcelo Portiño, Secretario General de la Seccional local del Sindicato, manifestó “queremos pensar que la intención no es mala, pero vemos que con la iniciativa de Gatti se nos sigue atacando y se nos hace cargo de los problemas de la fruticultura, cuando lo que deben hacer es buscar a quien se queda con el pedazo más grande de la torta, y que no somos nosotros. Además, nos preguntamos que significa esto de “garantizar las condiciones salariales para el normal desempeño de la actividad”, cuando con este proyecto se nos quiere coartar nuestro derecho a huelga, lo que nos lleva a pensar que esta hecha a medida de los empresarios empacadores, y no para defender a los productores.”
“Nadie desconoce que el momento en el que los trabajadores de la fruta somos fuertes para reclamar por los salarios es cuando comenzamos nuestras labores con el inicio de temporada. Pero tampoco nadie tiene en cuenta que las negociaciones paritarias se inician en el mes de Octubre de cada año, y no nos gusta llegar a un conflicto como el de este año, y esto queda demostrado porque hacía 20 años que no realizábamos una medida de fuerza de este tipo, y recordemos que somos trabajadores temporarios”, expresó Mariano Grigera, integrante de Comisión Directiva.
En coincidencia, Portiño agregó “los trabajadores de otros sectores realizan medidas de fuerza en cualquier momento, pero nosotros con el proyecto de este Legislador no podremos realizar ninguna medida de fuerza, viola nuestro derecho a huelga y precarizan aún más la relación laboral, lo cual entendemos que es inconstitucional, y además discriminatorio porque parece que el proyecto es solo para los trabajadores del empaque”.
Finalmente culmino diciendo “mientras nosotros trabajamos en la elaboración de proyectos inclusivos, como es el de pago de asignaciones familiares a los trabajadores temporarios para todo el año, Gatti elabora proyectos para coartar derechos a los trabajadores.”

PABLO CAMARADA
SECRETARIO DE PRENSA


Esta gacetilla fue emitida en razón de lo publicado por varios medios de prensa de la región, entre ellos el Diario Rio Negro en donde se puede ver la propuesta del Legislador Fabián Gatti:

http://www.rionegro.com.ar/diario/2009/06/04/1244123603.php





          Primer Vistazo a la Campaña de Robert Pattinson para Dior Homme + Detalles sobre la Conferencia de Prensa        
La espera ha terminado: POR FIN tenemos las primeras imagenes (aunque estén en mala calidad, mejor que nada) de Robert Pattinson en el famoso y esperadísimo anuncio para Dior. OMG tiene muy buena pinta.

Para ver el video tendremos que esperar un poquito más :(

Dior: Dior se complace en anunciar que el actor Robert Pattinson es la nueva cara de la fragancia Dior Homme fragrance. #DiorRob

De la web de Dior Mag

"El hombre detrás del perfume"
Él ha vuelto de Autralia dónde estaba rodando la nueva película de David Michod con Guy Pierce, The Rover. Y pronto comenzará el rodaje de Maps to the Stars de David Cronenberg junto a John Cusack y Julianne Moore. Y luego será el turno de Hold On To Me, de James Marsh. Alguna idea? Preciavente, estuvo en Cosmopolis y Water For Elephants. Los cinéfilos deberían haberlo averiguado ya... Y su primer papel? Cedric Diggory en la cuarta entrega de la serie de Harry Potter. Caliente? Y luego... Bueno luego, por supuesto, vino la inolvidable Twilight Saga. No puede quedar ninguna duda, y lo has averiguado: Robert Pattinson dará cuerpo al nuevo hombre Dior, el nuevo Dior Homme.

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• Primeras Imagenes:

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• Yves Bongarçon: Rob dice en el anuncio: "Sueña como si fueras a vivir para siempre. Vive como si fueras a morir hoy"
 
  
Canción usada para el anuncio:



Conferencia de Prensa: 

*Es una periodista famosa aquí en España. Ella escribe para revistas como Vogue y GQ ;)*
#Dior y #RobertPattinson que combinación para esta noche...

Tiempo para él
Estamos listos amantes del tumblr, el anuncio de #Dior con #RobertPattinson es muy sexy
#RobertPattinson está delante de mí hablando, es agradable, lindo, dulce y dice que le encanta el olor de Londres

"Como un actor tu estas por tu cuenta" #RobertPattinson

Lo siento no permiten tomar Fotos de él
Fiesta de Dior Homme en Soho House

Tweets



_analeia 

Rob?

tommyraffa

Sí, Rob esta aquí

*Este chico se encuentra en la fiesta y efectivamente ha confirmado que Rob ya se encuentra en Soho House :)*
Cenando con #RobertPattinson. Realmente genial
*Natalie Portman también se encuentra allí, recuerden que ella es imagen de Miss Dior*

Artículos

• De Women's Wear Daily:

PARIS - Christian Dior Perfumes ha confirmado que el actor Robert Pattinson es la nueva cara de la fragancia de Dior Homme.
La estrella de "Crepúsculo" se une a una lista de embajadores famosos iluestres para las fragancias de Dior, que incluyen a Jude Law, Alain Delon, Natalie Portman y Charlize Theron.
El fotógrafo americano Nan Goldin y el director francés Romain Gavrais grabaron las campañas que protagoniza Pattinson, dijo Dior, haciendo notar que serán difundidas en Europa excluyendo UK, y Asia, excluyendo China y Japón.

• Comunicado Oficial de Dior - De Marie Claire UK

Después de meses de especulación sobre la colaboración de la estrella con la marca, la casa de Dior ha lanzado un comunicado oficial hoy confirmando la campaña.
Ellos han dicho: 'La Casa de Dior está encantada de anunciar que el actor Robert Pattinson va a ser la nueva cara de la fragancia Dior Homme'.
El comunicado después alaba la exitosa carrera de Robert en un gran número de películas de alto-perfil, diciendo: 'Desde su primer papel relevante en 2005 en la 4º secuela de Harry Potter, la estrella de cine Robert Pattinson ha sido más conocido recientemente por su papel en el éxito de taquilla, The Twilight Saga.
'Desde entonces él ha probado el alacance de sus talentos actorales eligiendo películas tan variadas como Remember Me de Allen Coulter, Water for Elephants de Francia Lawrence, en la que fue protagonista junto a Reese Witherspoon, o con su papel como Bel-Ami, el famoso personaje de Maupassant.
En el último tributo a su talento, David Cronenberg le escogió para protagonizar su última película, Cosmopolis, adaptada de la novela de Don De Lillo. Un papel sorprendente como el chico de oro que se estrenó en el Festival de Cine de Cannes de 2012.
Recientemente ha terminado de grabar The Rover, de David Michod, en Australia con Guy Pearce y pronto estará en el set en la próxima película de David Cronenberg, Maps To The Stars. Después, protagonizará Hold On To Me, dirigida por James Marsh y co-protagonizada por Carey Mulligan'.
(...)
Dior Homme añade: 'Hoy estamos emocionados de anunciar que se unirá al privilegiado círculo de caras de Dior. Fotografiado por el artista americano Nan Goldin y grabado por el director francés Romain Gavras, esta nueva campaña publicitaria de Dior Homme será distribuida ahora exclusivamente en Europa (excepto UK) y Asia (excepto China y Japón).

• Glamour.es

[...]

Y es que acabamos de saber que la maison le ha nombrado imagen de la nueva fragancia masculina de Dior Homme. El 'estreno' de esta nueva faceta lo podremos ver en septiembre, cuando se presentarán el perfume y la campaña con Robert como protagonista.

Además, Glamour será la primera de las revistas femeninas en tener una entrevista exclusiva con el actor. Será en el número de septiembre, y en ella nos contará todos los detalles de su nueva faceta como embajador de una firma de lujo. No es la primera vez que Robert Pattinson trabaja como modelo (recordemos que los inicios de su carrera fueron posando) pero sí lo es como imagen de una casa como Dior.

Fuentes 1 2 3 4 5 6
Traducción: LaSagaRobsten

Todo Twilight Saga
          Bolo de banana sem glúten de liquidificador        

O Bolo de banana sem glúten de liquidificador é uma receita perfeita para preparar em casa e servir aos familiares. Ela não leva farinha de trigo, mas mesmo assim adquire uma boa consistência e preserva o sabor da massa. Leia a matéria e veja o passo a passo dessa deliciosa iguaria.

Você pode gostar também:

[caption id="attachment_3014" align="alignnone" width="600"]Aprenda a fazer um delicioso bolo de banana sem glúten. (Foto: Divulgação) Aprenda a fazer um delicioso bolo de banana sem glúten. (Foto: Divulgação)[/caption]

O glúten é um composto de proteína encontrado em vários ingredientes que usamos da cozinha, como é o caso da farinha de trigo, do centeio, da cevada e do malte. Algumas pessoas possuem intolerância a essa substância, como é o caso dos portadores de doença célica. Quando o organismo não aceita bem o glúten, é comum desenvolver sintomas como anemia, diarreia, fraqueza e perda de peso. Muitas receitas podem ser preparadas para quem não pode comer glúten, inclusive o bolo de banana.

A receita de bolo de banana sem glúten não precisa ser preparada apenas para as pessoas com doença célica, afinal, ela também pode ser incluída na dieta de quem busca uma alimentação mais saudável. Já está comprovado que o glúten causa uma série de disfunções, como inchaço, prisão de ventre, excesso de gordura corporal e alteração no humor.

Receita de Bolo de banana sem glúten de liquidificador

[caption id="attachment_3013" align="alignnone" width="601"]Bolo preparado em uma fôrma inglesa. (Foto: Divulgação) Bolo preparado em uma fôrma inglesa. (Foto: Divulgação)[/caption]

Vamos preparar um bolo de banana sem glúten de liquidificador? Acompanhe a receita:

Ingredientes:

2 xícaras (chá) de farinha de arroz
1 xícara (chá) de açúcar mascavo
3 bananas nanicas bem maduras
1 colher (chá) de canela em pó
½ xícara de chá de leite
½ xícara de chá de óleo
3 ovos
1 colher (sopa) de fermento em pó
1 pitada de sal

Modo de preparo

[caption id="attachment_3016" align="alignnone" width="617"]A farinha de arroz substitui a farinha de trigo. (Foto: Divulgação) A farinha de arroz substitui a farinha de trigo. (Foto: Divulgação)[/caption]

1. Coloque no liquidificador os ovos, as bananas picadas em rodelas, o leite e o açúcar. Bata por alguns minutos.

2. Agora acrescente a farinha de arroz e a canela em pó. Bata mais um pouco.

3. Coloque a mistura do bolo em uma vasilha e acrescente o fermento em pó. Bata bem com o auxílio de um fuê.

4. Unte uma fôrma com margarina e farinha. Depois, coloque a massa.

5. Leve o bolo de banana sem glúten ao forno pré-aquecido a uma temperatura de 180 graus. Deixe assar por 30 minutos.

6. Antes de tirar o bolo de banana do forno, faça o teste do palito e veja se ele realmente está no ponto.

7. Finalize a receita polvilhando duas colheres de açúcar branco com 1 colher de canela sobre o bolo.

8. Pronto! Agora é só cortar em pedaços e servir para a família com café.

Prepare o bolo de banana sem glúten de liquidificador em casa e torne a sua dieta muito mais saborosa. Receita do dia agradece a sua visita. Bom apetite!

O post Bolo de banana sem glúten de liquidificador apareceu primeiro em Receita do Dia.


          Guiso de Patatas con Rabas o Calamar        
Empezamos con los fríos y que mejor forma de combatirlos que un rico y buen guiso. Hoy prepararemos una rica receta fácil, que a parte de resultar su elaboración realmente sencilla, también la hemos convertido en una receta económica. Los ingredientes para realizar esta receta podrían ser calamares, sepia o como en este caso unas […]
          Tomar la decisión de avanzar        
 
Realmente emotivo.
Compromiso.
          otoño color de galleta        
A veces estamos tan inmersas en nuestra rutina, que no nos damos cuenta de como nuestro mundo cambia de color, y queridas, el dorado de octubre os espera al otro lado de la ventana deseando inundar vuestros ojos y vuestros corazones... y por eso he preparado esta entrada llena de ideas doradas, ocres, marrones y naranjas para celebrar este mes y darle una cálida bienvenida al interior de nuestros hogares y corazones.

UNO:   EL DORADO DE LAS HOJAS....HACER UNA GUIRNALDA

Si las haces en telas y fieltro te servirá otros años... es tan sencilla de hacer, y tan tan bonita


tienes los patrones paar descargar aquí!

Y con manzanas? uaaaaa... preciosa!!!


DOS: HAZ TU PROPIA ESCOBA

tan sencillp como cojer una rama grande y ligera, barnizarla y atarle otras ramitas pequeñas barnizadas... es una dorno precioso para colorcar sobre la puerta de entrada, se dice uq elas escobas evitan visitas desagradables y traen buena suerte

tienes este bonito tutorial AQUI

TRES:  A QUIEN NO LE GUSTAN LAS SETAS?

The little house by the sea comparte generosamente los patrones para hacer estas preciosidades


CUATRO: PASA UNA TARDE EN LA COCINA

Un domingo de lluvia ponte tu música favorita y haz algo realmente bueno y bello... algo que te de confort...
 Como no sentirte bien con una tarde de té y dulces así?


Muero por hacerlo!! si vosotras también AQUÍ teneis la receta!!!

CINCO:  DISFRUTA DE LAS NOCHES LARGAS...


Y hazlas aún más mágicas con estas luminarias de papel, imprime con el ordenador alguna silueta en un papel no muy grueso, pues debe dejar pasar la luz de la vela que pongas dentro, cierralo formando un círculo con la parte impresa hacia adentro y listo!! Si quieres en lugar de imprimirlo, puedes perforarlo... o usar unas sencillas bolsas de papel con una velita dentro...

SEIS:  DEJA QUE TE DEN CALABAZAS!!

de papel...

 CLICLIC


de tela...




SIETE:   OLOR DE OTOÑO
Llena una cestita de mimbre de naranjas, limones, piñas, castañas y hojas perennes y colócala en el recibidor para darte una especial bienvenida al llegar a casa....


No voy a extenderme más porque el otoño me gusta tanto que podría escribir una entrada de tres quilómetros, y en dos semanas espero poner un montón de ideas para Halloween!! De todos modos ESTE es el enlace a la entrada con ideas de octubre que escribí el año pasado, si os quedais con ganas de más ya sabeis!

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Ay!! cuanto Me gustaría tener más tiempo y poder disfrutar cien por cien de este otoño!! Yo me estoy llenando las manitas de él... y he hecho un par de piececitas otoñales que espero que os gusten ^:^...  yo por lo menos estoy disfrutando un montón haciéndolas!!!!


Poco a poco quiero ir dejando de poner mis crafts aquí, he abierto un blog solo para ellos :) me encantaría que paseis a tomaros un te!! viistadme en oh!mywindywoods...
Y ahora voy a hacer casitas encantadas!!!
Feliz otoños!!!!!!!

          Fresas Salvajes y grajeas Bertie Botts de Todos Los Sabores (de todos todos)        
Queridas mías...

Esta brujilla, hoy no tenía muy claro sobre qué actualizar el blog, porque tengo un montón de cositas que tengo ganas de compartir aquí...
Pero justo ahora he encontrado entre las hojas del caminito que conduce al bosque la primera de las Fresas Salvajes de Invierno, con un hechizo muy básico la he transformado en este bolso, que acompañará a una personita en sus aventuras ;)



Acolchadito, perfumadito mmm suave como las fresas, las primeras fresas de invierno...


pero como con una sola fresa no me sentí del todo satisfecha y este época del año no es muy productiva frutíferamente, decidí entrar en mi cocina... para fabricar yo misma las...



FAMOSAS GRAJEAS DE TODOS LOS SABORES DE ...


Y cuando digo de todos los sabores me refiero a todos todos!!! Las Seguidoras de la Saga Harry Potter ya las conoceran... y seguro que muchas de vosotras deseais probar estos dulces tan de moda en el mundo mágico!!! Y bueno no todas podemos desplazarnos a Hogsmeade cada vez que nos apetece así que...

Quereis hacerlas vosotras mismas??? Si?? Pues Lapiz y Papel!! Ahí va esta receta supersecreta!!!


NOTA: la receta escrita a continuación ha sido sacada de un antiquísimo libro custodiado en la Biblioteca Nacional de Brujas y Magos asi que no me ha sido nada fácil conseguirla!!



Los sabores de las mermeladas utilizados para hacer las grajeas pueden ser cambiados a vuestro gusto... yo os daré algunos ejemplos, pero después podeis hacer grajeas de chorizo o potaje de garbanzos o de sandía!!! Lo que más os guste!! Creo que es una idea muy chula para la Noche de halloween!! Y a los niños seguuuuro que les encanta y os ayudaran encantados a prepararla!!!

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INGREDIENTES

300 ml de agua
300 gr de mermelada (a vuestra elección)
25 grs de maicena
150 grs de azúcar
15 grs de cola de pez (son unas láminas que se venden en el súper para hacer gelatina sin sabor)

PREPARACIÓN

Lo primero que tenemos que hacer es reblandecer la cola de pez en un taza de agua fría.

Ahora ponemos los 300ml de agua a hervir junto con el azúcar.
Cuando hierva le añadimos la maicena disuelta de un dedo de agua fría.
Mezclamos todo y removemoscon un cucharón (puede ser una cuchara pero lo  de cucharón suena más dramático) hasta que la maicena se haya disuelto del todo.



Cuando empieze a hervir de nuevo añadimos la mermelada y sin dejar de remover dejamos cocer un par de minutos.
Ahora escurrimos la cola de pez que ya se habrá ablandado y la añadimos a la mezcla, batiendo hasta que se disuelva del todo.
Seguimos removieeeeeeeendo y removieeeeeendo (se cantas sale más bueno) hasta conseguir una masa gelatinosa y homogenea.

Y ahora ya queda poco... vertemos la masa en un molde rectangular y lo dejamos reposar para que se enfríe y espese.

Cuando ya tenga buena consistencia la cortamos en dados y ya sooo queda el toque final, las pintamos con clara de huevo y las espolvoreamos con azúcar glas.

LISTAAAAS!!!

NOTA: PARA HACERLAS MÁS DRAMÁTICAS Y DIVERTIDAS PODEIS PONERLES TAMBIÉN COLORANTE ALIMENTARIO!!!


TODOS LOS SABORES:

Pero, ¿como darles sabores realmente peculariares a nuestras grajeas? Necesitamos mermeladas de sabores curiosos, calabaza, cebolla, calabacín... donde conseguirla? Cómo hacerla?? Don t worry!! Aquí os doy las recetas de algunas mermeladas muy fáciles de hacer en casa para preparar las grajeas!! Lo más divertido es hacer grajeas de sabores distintos, algunos agradables y otros no tanto, y mezclarlas todas de manera que no sepas cual te va a tocar!!!!

MERMELADA DE TOMATE

MERMELADA DE CALABAZA

MERMELADA DE CEBOLLA

MERMELADA DE LIMÓN

  Podeis buscar más recetas de mermeladas en internet!! podeis tambíén seguir la receta y no poner mermelada y en su lugar poner por ejemplo un montón de pimienta negra!!!

besitos de castañas haditas!!!! Voy a darme un paseo por vuetros blogs, pero tengo tan mala señal de internet estos días que tarda 10 minutos en cargar cada blog así que perdonadme si me veis un poco ausente, no lo estoy eh??? ;

CONTACTO:  awalkafterrain.shop@gmail.com
          Familia Perversa que adora sexo        

A história a seguir é veridica e ocorreu comigo a um ano atrás. Minha mãe sempre foi um tesão por onde ela passava todos os homens olhavam. Ela tem 38 anos, quando eu nasci ela estava com 18 anos e meu pai 19. Minha mãe tem 1,63m, 53Kg, peitos de cilicone(eles eram muito pequenos), bunda em pé barriguinha lisinha e coxas grossas, sua boa forma se deve as varias horas de malhação diaria dela. Bom! vamos ao que interesa desde os 14 anos sentia tesão pela minha mãe mas achava que tudo iria ficar somente na imaginação e eu me contentando na punheta. Meu pai é bancario e sempre trabalhou em Vinhedo, cidade vizinha de Jundiaí que é onde nós moramos, por isso sempre chegava tarde. Aqui em casa sempre fomos muito liberais e sempre tomamos banho de porta aberta, nos trocamos um na frente do outro, ficamos conversando com o outro enquanto tomamos banho e assim vai. Então toda vez que minha mãe ia tomar banho eu ia atraz conversar com ela e vê- la nua, e logo em seguida corria pro quarto e batia um punheta deliciosa, e assim se seguiu por muito tempo. Quando estava com 16 anos ela pedia minha opimião sobre a roupa que ia usar para sair com meu pai, ela sempre usava roupas muito sensuais mas nas sextas ela caprixava, colocava calçinha enfiada na bunda, cinta liga e vestidos agarrados, sempre desconfiei que era para ir ao motel com meu pai até que um dia resolvi esperar eles chegarem. Fiquei deitado no sofá, quando foi 5:30 da manhã, eles chegaram e entraram em casa, dando risadas, pasaram pela sala e foram para o quarto deles esperei um pouco e fui atrás. A hora em que cheguei la observei pela fresta da porta e vi os dois deitados nús na cama e conversando, fiquei ali ouvindo a conversa, eles começaram a comentar da noite, minha mãe disse que tinha adorado e meu pai perguntou a ela o que tinha achado de ver ele transando com a loira, na hora assustei mas continuei a escutar e minha disse que tinha adorado e que aquela loira era um tezão, que ela chupava meu pai como uma vadia e depois comentou que o noivo dela tinha uma pica deliciosa que tinha sido a melhor que ela experimentou em toda sua vida, após isso fui para o meu quarto e bati uma punheta. No final de semana fui a praia com uns amigos e voltei na segunda. Quando foi segunda a tarde minha mãe foi para a academia aproveitei que estava sozinho e fui mecher em seu armario, mechendo em suas calcinhas achei um cartão de uma casa de swing de São Paulo e descobri que na verdade eles não ião ao motel de sexta e sim para a casa de swing, fiquei excitado e decidi que ia tentar algo com a minha mãe. Como de costume toda sexta ajudei minha mãe a se produzir mas passei a elogia- la. Mas o que realmente quero contar ocorreu o ano passado. Meu pai foi transferido para Santa Catarina mas não deu para eu e minha mãe irmos juntos então ficamos aqui em Jundiaí. Havia achado o momento para comer minha mãe, toda vez que ela ia tomar banho ia junto, elgiava seu corpo, dizia que ela era muito gata e tudo mais. Ja fazia um mes que meu pai estava no sul, minha mãe ja devia estar sentindo falta de dar então decidi atacar. Fui tomar banho e chamei ela para ir junto ela veio mas queria ficar conversando falei que não que era para ela entrar debaixo da agua comigo, ela tirou sua roupa e entrou, na hora em que ela entrou eu perguntei se ela estava com frio pois os seus bicos estavam duros e ela me respondeu que estava. Estava lavando as costas dela quando meu pau começou a endurecer eu deixei ele ficar duro quando ela se virou ele estava super duro e ela se assustou e perguntou porque ele estava duro eu disse que era porque ela era um tezão. Ela brigou comigo mas eu a puchei para junto de mim e comessei a beijar seu pescoço e passar a mão em seu corpo ela rejeitou mas eu continuei e disse no seu ouvido assim: - sua vadia você adora dar para os outros na casa de swing agora vai ter que dar para mim. Nisso ela cedeu e pegou no meu pau e fez uma chupeta ate eu gozar na sua boca depois disso fomos para cama, eu me deitei ela colocou sua buceta na minha boca e mando eu chupar chupei ate ela chegar ao orgasmo quando chegou sai da minha cara e montou no meu pau e galopou até eu gozar......bom por enquanto é só isso de pois eu conto como foi, quando o meu pai e a minha tia também participou.....
          FUTEBOL NA GUERRA        

Em tempo de Guerra o futebol teve vez até no front




Pegando o gancho do post anterior sobre centenário, em 2014 também marca um século do início da I Guerra Mundial, conflito sangrento ocorrido principalmente na Europa e que deixou um saldo de milhões e milhões de mortos entre soldados, civis e até animais. 

De um lado os "Aliados", compostos por França, Grã-Bretanha, Rússia, Bélgica, Sérvia, Itália (começou o embate como adversária, mas se aliou em 1915) e Estados Unidos; do outro, Alemanha, Áustria-Hungria, Império Otomano e Bulgária formavam as "Potências Centrais". O confronto bélico se iniciou em 1914 e só veio ter fim em 1918 com a derrota das Potências, a queda dos otomanos e a consequente assinatura do Tratado de Versailles por parte dos alemães em 1919.

Contudo, mesmo em tempos de guerra o futebol continuava a ser praticado - não só nos países com seus campeonatos locais, mas também no campo de batalha. Foram vários relatos, documentos, registros fotográficos e livros tratando do assunto, quando soldados aproveitavam os breves momentos de descanso e/ou cessar fogo não-oficiais para se divertirem com a bola nos pés.

O cartaz acima foi uma motivação para os jovens ingleses ingressarem no front, visto a declaração do jornal germânico "Frankfurter Zeitung" de que os britânicos "não eram de nada". Já a foto é de 25 de dezembro de 1915, num campo próximo à Salonika na Grécia, numa das chamadas "Tréguas de Natal", em que soldados de ambos os lados faziam um cessar fogo para celebrarem os festejos de fim de ano.

O 17º Regimento de Middlesex ficou conhecido como o "Batalhão do Futebol" ou "The Extremers" ("Os Extemados") devido à maioria de seus componentes serem à época jogadores de futebol. Tal ideia partiu de William Joynson-Hicks, membro do Parlamento britânico. O objetivo principal era despertar o nacionalismo através do futebol. Dirigentes dos clubes e árbitros também se alistaram.

O grupo teve como um de seus líderes o escocês Richard McFadden, atacante do Clapton Orient (hoje Leyton Orient) que entre 1911 e 1915 era o ídolo maior do clube e seu maior artilheiro. O jogador morreu durante os confrontos e hoje é reverenciado pelos torcedores do modesto time inglês ao lado de dois colegas de equipe também mortos na guerra, William Jonas e George Scott.

Os jogos nos terrenos castigados pela guerra muitas vezes eram à base do improviso: bolas feitas de lata, entulhos diversos e arames; as traves muitas vezes eram apenas as botas dos soldados alinhadas e os combatentes corriam atrás da vitória mesmo com seus pesados uniformes. 


Ingleses e alemães rivalizavam também nas peladas durante a guerra



O ex-combatente Ernie Williams, em uma entrevista à rede BBC inglesa há alguns anos, recordou uma das partidas mais famosas da época. "Uma bola foi lançada do lado dos alemães e, em poucos instantes, vários soldados começaram a jogar. Havia umas 200 pessoas e todas pareciam estar se divertindo. Ninguém com más intenções entre nós e não havia juiz, nem placar". 

Vários jogadores britânicos, que inclusive atuavam por suas seleções, estiveram no "Batalhão do Futebol" durante as batalhas de Deville Wood e Guillemont  - essas duas na Batalha do Somme - e na Batalha de Arras em 1917. Nomes como o do já citado escocês McFadden, do zagueiro Frank Buckley (Bardford City e Inglaterra), do meiocampista Lyndon Sandoe (Cardiff City e País de Gales) e todo o time do Hearts of Midlothian da Escócia engrossaram as fileiras nas trincheiras da I Guerra Mundial.


Exeter City de 1914: sete dos jogadores que enfrentaram o Brasil foram à guerra



Na postagem anterior  relembramos os 100 anos de história da Seleção Brasileira de futebol. E em sua primeira partida o adversário foi o inglês Exeter City, com vitória brasileira por 2 a 0 no campo da Rua Guanabara, atual Laranjeiras, no Rio de Janeiro. A I Guerra estava em seu começo no dia 21 de julho daquele ano, mas devido às dificuldades de comunicação da época os britânicos ainda não tinham conhecimento do conflito - só ficaram sabendo quando estavam retornando à Europa a bordo do navio Alcântara.

Relatos de alguns dos jogadores deram conta de que com o navio portando uma bandeira inglesa em seu mastro houve o temor da embarcação ser atacada pelas forças inimigas. Porém, felizmente a viagem foi realizada sem transtornos e os únicos tiros ouvidos foram de navios franceses como advertência para o confronto durante a passagem pelo Canal da Mancha.

Aidan Hamilton, autor do livro "Have you ever played Brazil? - The story of Exeter City's 1914 tour to South America" ("Você já jogou contra o Brasil? - A história da turnê de 1914 do Exeter City pela América do Sul", inédito no Brasil), relata que 7 dos 11 jogadores que entraram em campo no histórico jogo contra os brasileiros foram convocados para a guerra: o goleiro Reg Loram, o médio e capitão do time Jimmy Rigby, os zagueiros Jack Fort e Sammy Strettle, e os atacantes Charlie Pratt, Billy Lovett, Fred Goodwin e Fred Whittaker - estes dois últimos integrando o "Batalhão do Futebol". Ainda segundo Hamilton, Goodwin sofreu sérios ferimentos nos confrontos e jamais voltou a atuar. 

Afora estes citados, quatro atletas dos quadros do clube inglês que não estiveram presentes na excursão ao continente americano, também se alistaram: William Kirby, Arthur Evans, Fred Hunt e Kadie White - todos mortos no conflito.


Todo o time do Hearts, da Escócia, participou da I Guerra




O alistamento militar na Grã-Bretanha não era obrigatório até 1916, por isso o governo teve que apelar para o nacionalismo aliado ao futebol, já que era a principal prática esportiva da ilha europeia naquele tempo. Atraídos por esse chamamento patriótico, todos os jogadores do escocês Hearts alistou-se em 1914 no "Batalhão do Futebol" para os combates contra os alemães e seus aliados.

O galês Bertie Felstead, outro ex-combatente da I Guerra, registrou em um relato encontrado após sua sua morte em 2001 que "não era um jogo propriamente dito, eram todos contra todos em que chutávamos a bola sem objetivo. Poderia haver uns 50 de cada lado, eu acho. Eu joguei porque realmente gostava de futebol. Não sei quanto tempo durou. Provavelmente uma meia hora, e ninguém estava contando o placar". 

Ou seja, o futebol serviu como instrumento de integração e paz entre as forças rivais, tal qual como aconteceu em fevereiro de 1969, quando o Santos de Pelé fez uma excursão pela África. Na ocasião o time paulista conseguiu que o Zaire (atual República Democrática do Congo), que vivia um grande conflito interno entre blocos étnicos e políticos, vivesse um dia de cessar fogo para que a população pudesse acompanhar o maior jogador do planeta e seus companheiros em campo.

O "Batalhão do Futebol" foi desmobilizado em 1918, ano do fim da guerra, e contabilizou várias perdas para o esporte britânico. Em 2010 foi erguido o memorial para o 17º Regimento de Middlesex na cidade francesa de Longueval, no norte do país. Placas de granito com nomes dos atletas/combatentes mortos encontram-se no local para que os fãs de diversos clubes possam prestar homenagens aos seus heróis das batalhas nos campos de futebol e de guerra.




Cartaz: Johnson, Riddle & Co., Ltd., de Londres/ING
Foto 1: Getty Images
Foto 2: Chester Chronicle
Fotos 3 e 4: Autor desconhecido


          UM DIAMANTE DE 100 ANOS E MUITOS QUILATES        

Leônidas da Silva: o eterno "Diamante Negro" e sua marca registrada, a bicicleta




As lendas e heróis sobrevivem anos após anos no imaginário das pessoas, sobretudo quando são seres reais. E no futebol não pode ser diferente, pois os mitos do esporte, os que de alguma forma contribuíram para o seu engrandecimento ao longo do tempo, jamais poderão ser esquecidos. Ainda mais em datas tão especiais como é o caso que vamos ver nesta postagem.

Há 100 anos, mais precisamente no dia 06 de setembro de 1913, nascia no Rio de Janeiro aquele que viria ser o primeiro grande atacante em escala mundial da história advindo do Brasil: Leônidas da Silva. Quando criança, no bairro de São Cristóvão, Leônidas dava seus primeiros chutes na bola com os amigos nas ruas e logo se notava sua imensa habilidade com a bola nos pés e a grande capacidade de marcar gols. Tanto que observadores do tradicional São Cristóvão de Futebol e Regatas levaram o garoto para atuar pelas categorias inferiores. No time suburbano conquistou o título carioca de juniores em 1929. A partir de suas grandes atuações o atacante já começaria a se tornar uma realidade no futebol.

Depois de rápidas passagens pelos extintos Sírio e Sul-América, Leônidas da Silva chegou ao Bonsucesso em 1931 e continuou a mostrar sua maestria em marcar gols. Não à toa já era chamado para a Seleção Carioca, na qual levantou o título de campeão brasileiro de seleções estaduais no mesmo ano. Foi durante a estada no clube alvirrubro que sua marca registrada na carreira foi colocada em prática pela primeira vez - a bicicleta.

Em 24 de abril de 1932 jogavam Bonsucesso e Carioca Esporte Clube quando ao receber uma bola cruzada da linha de fundo, Leônidas percebeu que ela estava atrasada em relação ao seu corpo. De pronto voltou-se de costas para a meta do arqueiro adversário e protagonizou um salto com chute que por pouco não balançou as redes. Atônita, a torcida presente ao modesto estádio do Leão da Leopoldina aplaudiu a desconhecida técnica com a conhecida interjeição de espanto "Oh".

Alguns pesquisadores não atribuem a Leônidas da Silva a criação da bicicleta, e sim o seu aperfeiçoamento. Uma parte credita a invenção da jogada ao espanhol naturalizado chileno Ramon Unzaga, tendo executado a jogada pela primeira em 1914 quando defendia o Club Estrella del Mar do Chile e que, posteriormente, ficou conhecida como "chilena". Já outra parcela atribui a outro brasileiro, o ex-atacante Petronilho de Brito, ex-Sírio Libanês/SP e San Lorenzo/ARG. Leônidas sempre se autoproclamou o autor da invenção da jogada e assim ficou conhecido durante toda sua vida.

Tamanho já era o sucesso do jogador de grande elasticidade e facilidade no domínio da bola que o poderoso Peñarol do Uruguai veio buscá-lo para atuar em seus quadros no ano de 1933, onde ajudou o clube a ficar com o vice-campeonato nacional. Em 1934 Leônidas regressou ao Brasil para vestir a camisa do Vasco da Gama e lá foi campeão carioca.

Foi na sua passagem pelo time cruzmaltino que Leônidas da Silva teve sua primeira convocação pra seleção brasileira. Foi chamado para defender a então camisa branca nacional na Copa do Mundo da Itália, quando marcou o único gol do Brasil no torneio, no qual sua equipe fez péssima campanha sendo derrotada logo na primeira partida pela Espanha por 3 a 1 e que culminou com a desclassificação.

Depois do Vasco o prolífico atacante teve uma breve passagem pelo extinto Sport Club Brasil no primeiro semestre de 1935 até chegar a outro grande do Rio de Janeiro: o Botafogo. No alvinegro de General Severiano Leônidas continuou ganhando títulos e ajudou a conquistar mais um carioca com seus muitos gols.

Veio então sua ida para o Flamengo em 1936, o primeiro clube profissional que realmente teria uma sequência na carreira e que se tornaria um de seus grandes ídolos. Foram 153 gols em 149 jogos com o rubronegro carioca durante 5 anos - uma impressionante média de mais de um gol por jogo. Faturou o campeonato estadual de 1939 com a camisa flamenguista.

À essa altura da carreira Leônidas já era reconhecidamente o melhor atacante do futebol brasileiro, dono de um talento que poucos jogadores poderiam ter. Tanto que foi figura carimbada para a Copa do Mundo de 1938 na França. Em campos franceses mostrou ao mundo toda sua genialidade sendo o artilheiro da competição com 7 gols e sendo peça importante para o terceiro lugar brasileiro. Por conseguinte foi eleito o melhor da competição. Um dos gols, inclusive, foi feito de pés descalço após sua chuteira descolar o solado e o jogador retirá-la. Como chovia bastante no estádio de Estrasburgo na partida diante da Polônia os pés do jogador estava completamente enlameado e o árbitro não percebeu o ocorrido. No raro vídeo abaixo o próprio artilheiro explica o inusitado fato.


Importância dos alimentos orgânicos produzidos sem agrotóxicos

Embora existam os riscos e malefícios dos agrotóxicos nas frutas e verduras, o Inca afirma que você, assim como a população em geral, não deixe de fazer o consumo destas, vez que são essenciais para uma alimentação saudável.

O Instituto defende é a produção de alimentos orgânicos livres de agrotóxicos por terem maior concentração de nutrientes e compostos que previnem o câncer, por exemplo.

O que você pode fazer para resolver o problema é optar pelo consumo destes alimentos orgânicos, mesmo que o preço deles não seja tão animador.

Outra alternativa para amenizar tal situação é cozinha ou descascar aqueles alimentos que ingere cru ou com casca. Mas, lembre-se devido muitos agrotóxicos serem “sistêmicos”, isto é, quando aplicados circulam através da seiva por todos os tecidos das plantas, logo, existem casos em que lavar e descascar não te garante a eliminação total dos resíduos agrotóxicos.

Por fim, fique alerta quanto ao consumo de frutas e verduras com agrotóxicos. Tome todos os cuidados necessários para que você possa preservar sua saúde.

E você? Tem medo de consumir alimentos com agrotóxicos? Qual sua opinião a respeito do uso deles no Brasil? Registre nos comentários!

E VOCÊ? Já ouviu FALAR SOBRE o MED: PROGRAMA REVOLUCIONÁRIO DE EMAGRECIMENTO DEFINITIVO!

Um forte abraço.


          Hibiscus: os segredos desse chá!        

CLAUDIO AMORIM MED EMAGRECIMENTO

Provavelmente alguém já chegou perto de você e comentou sobre o chá de hibiscus; não é mesmo? Então, lhe veio aquela pergunta à mente – “afinal, o que é hibiscus ou hibisco”?

Bom. Realmente diversas pessoas estão fazendo uso do chá de hibiscus por diversos motivos.

Aqui neste post, você vai descobrir o que é hibiscus e quais são os segredos desse chá que, inclusive, muitas famosas como Letícia Spiller e Fernanda Souza estão tomando para ostentarem uma barriguinha chapada e manter o corpo “sequinho”.

Confira!

O consumo de chás

Beber chás é um costume europeu que chegou ao Brasil em função das tradições indígenas que utilizavam ervas como forma de cura. Daí em diante, o consumo desta bebida continuou a crescer assim como a variedade de sabores e diversos benefícios.

Há aquelas pessoas que tomam chá pelo sabor, já outras optam pelos ingredientes menos conhecidos investindo nos benefícios que os chás oferecem à saúde.

Um dos chás mais consumidos atualmente é o de hibiscus que tem um sabor mais agradável e pode ser ingerido quente ou gelado.

Hibiscus – o que é e para que serve?

Hibiscus é uma planta que possui flores e folhas exuberantes. A bebida é preparada com o caule seco da flor chamada Hibiscus Sabdariffa, e é a preferida de quem está buscando emagrecer.

A principal responsável pela redução do acúmulo de gordura corporal é a ação antioxidante do chá que contribui significativamente para você perder gordura na região dos quadris e do abdômen.

Isto ocorre porque um dos benefícios do chá de hibiscus se encontra na capacidade que ele tem de diminuir a adipogênese, um processo em que as células pré-adipócitas do seu corpo se transformam em adipócitas maduras (adipócitas=gordura) que fazem você engordar.

Hibiscus – os segredos desse chá!

O hibiscus é rico em nutrientes como magnésio, cálcio, fósforo, potássio, vitamina B2 e vitamina B1. Além disso, seu sabor é levemente adocicado dispensando o uso de açúcar ou adoçantes.

Todos estes nutriente fazem com o que o chá de hibiscus te ofereça diversos benefícios:

  • Ajuda seu corpo captar energia nas células auxiliando no metabolismo da glicose e do oxigênio, principais fontes de combustível celular.

  • Tem ação diurética contribuindo para eliminar os líquidos que causam inchaço e retenção.

  • Por ser rico em antioxidantes, o chá de hibiscus previne o envelhecimento precoce e doenças do coração.

  • Auxilia na redução da pressão sanguínea.

  • Tem ação termogênica, o que te ajuda a perder peso.

  • Reforça o sistema imunológico.

  • Alivia dores musculares.

  • Auxilia na saúde dos cabelos, pele e ossos.

  • Proporciona ação anti-inflamatória.

O chá de hibiscus também emagrece porque possui um inibidor que impede a produção de amilase, a enzima que transforma o amido em açúcar. Assim, tomar esta bebida após as refeições vai te ajudar a diminuir a absorção de carboidratos, o que gradualmente te levará a emagrecer.

Segundo pesquisas, os flavonoides presentes no chá de hibiscus possuem efeito vasodilatador e cardioprotetor. Desta forma, as substâncias elevam o colesterol bom (HDL), reduz o colesterol ruim (LDL) e diminuem a pressão arterial e triglicérides.

Como consumir o chá de hibiscus para emagrecer

Se você for fazer o chá de hibiscus a partir da flor a granel:

  • Coloque para ferver 200 ml de água (não aqueça muito para não perder as propriedades da flor).

  • Desligue o fogo e acrescente 5 gramas da flor seca.

  • Tampe e deixa descansar entre 3 a 5 minutos.

  • Coe e beba.

Especialistas recomendam que ao fazer uso deste chá de hibiscus para emagrecer, você consuma 1 ou 2 xícaras de 200 ml por dia. A cada xícara utilize de 4 a 6 gramas da flor seca, o que equivale a uma colher de chá.

Para potencializar o efeito da perda de peso adicione um alimento termogênico ao chá, como canela, hortelã ou gengibre; pois enquanto o hibiscus evita o acúmulo de gordura o segundo te ajuda a manter o gasto calórico.

Gostou?

Portanto, agora que você descobriu os segredos do chá de hibiscus acrescente-o em sua dieta. É uma maneira de perder o excesso de gordurinhas que te incomoda e ficar com um corpo mais bonito. Lembre-se de sempre ter uma alimentação saudável e praticar exercícios físicos.

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E então? O que você acha desta ótima estratégia para emagrecer? Comente!

Um forte abraço.


          Meditação ajuda a controlar a ansiedade mesmo?        

CLAUDIO AMORIM MED EMAGRECIMENTO

Provavelmente você ouviu dizer que a meditação controla a ansiedade e por este motivo está aqui buscando mais informações sobre este assunto.

Saiba que você está no lugar certo, pois aqui neste post você vai descobrir se realmente a meditação ajuda mesmo a controlar a ansiedade.

Confira!

Os diferentes momentos da vida...

Em determinados momentos da vida, parece que as coisas não estão indo tão bem como você espera, daí vem aquele desânimo e a vida passa a ter pouco sentido.

Algumas das causas pelas quais estes sentimentos surgem são o estresse e/ou ansiedade. E você sabia que a ansiedade é um recurso adaptativo muito importante que ajuda na sua autopreservação?

É isso mesmo!

O problema está quando ela se encontra em excesso, o que te leva a um estado de forte sofrimento, pois quando você vive em ansiedade automaticamente vem a tensão e sua mente se ocupa com preocupações sobre coisas que de fato ainda nem aconteceram.

Então, como resolver este problema?

Meditação para ansiedade – uma valiosa técnica que te ajuda a tornar seus dias mais tranquilos!

Pesquisas científicas tem comprovado que a meditação, muito mais do que relaxar, tem efeitos concretos sobre sua saúde. Apenas para você ter uma ideia, de acordo com um estudo realizado pela Universidade Johns Hopkins (Estados Unidos) meditar durante 30 minutos diariamente ajuda no alívio dos sintomas da ansiedade, dores crônicas e depressão.

Muito bom, não é verdade?

Outras pesquisas comprovam que pessoas que meditam há mais de 10 anos tem uma redução na produção de adrenalina e cortisol, hormônios associados a transtornos como ansiedade, hiperatividade, stress e déficit de atenção.

Sendo assim, é correto afirmar que a ansiedade (um termo de origem grega que significa sufocar, estrangular, oprimir) pode ser tratada com técnicas de meditação, vez que vai te ajudar a ter mais controle sobre suas emoções.

Logo, se você está sofrendo os transtornos da ansiedade e não sabe mais o que fazer para viver melhor, você deve aprender a fazer meditação e experimentar todos os benefícios que ela é capaz de te proporcionar!

Exercícios de meditação para ansiedade

A meditação é uma técnica milenar que, além de auxiliar no combate à ansiedade, ela acalma a mente, disciplina e traz conforto emocional aumentando sua capacidade de concentração.

E se você pensa que exercícios de meditação envolvem somente a combinação de música instrumental e cheiro de incenso, já pode mudar de ideia, pois existem técnicas para todos os tipos de perfil:

  • Meditar vendo uma bela paisagem.

  • Meditar em silêncio.

  • Meditar entoando mantras, etc.

Conheça agora alguns exercícios de meditação para ansiedade que conduzem sua mente à tranquilidade:

  1. Faça a repetição de um som particular, ou seja, aquele que só é conhecido por você. Esta é a técnica transcendental.

  2. Sente-se na chamada posição de lótus (ou pose de índio) com as pernas cruzadas e coluna ereta. Com os olhos fechados, focalize o fluxo de ar que vai entrando e saindo de seus pulmões. Corpo São é o nome desta técnica de meditação.

  3. Em um local tranquilo, sente-se com a coluna ereta, feche os olhos e repita o mantra Maranatha. Já esta técnica é denominada de Cristã e bhakti-ioga cujo foco da meditação são as orações, divindades ou textos sagrados.

  4. Permaneça de olhos abertos, sente-se em uma posição confortável e mentalize alguns pontos positivos da natureza humana como compaixão, amor incondicional e perdão, por exemplo. Esta é a técnica de meditação Raja Yoga cujo foco é a reflexão.

Portanto, a meditação ajuda a controlar a ansiedade mesmo! É importante você saber que o tempo para sentir as melhoras varia de pessoa para pessoa e não depende tanto da duração desta prática.

O que conta mesmo é sua constância para criar o hábito, sua disciplina e firmeza de propósito.

VEJA ESSE VÍDEO:

E então? Até o momento o que você tem feito para controlar a ansiedade? Teve algum resultado positivo? Compartilhe sua experiência registrando-a nos comentários!

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Um forte abraço.


          Temperos naturais que são uma delícia! Aprenda como e onde utilizá-los!        

CLAUDIO AMORIM MED EMAGRECIMENTO

Atualmente você encontra vários tipos de temperos industrializados que prometem realçar o sabor dos alimentos. Estes realmente aguçam o paladar, contudo, são extremamente prejudiciais à sua saúde devido a maioria conter o sódio e conservantes em sua composição.

Temperos naturais é a opção perfeita para reduzir o consumo destes tipos de substâncias, pois além de saudáveis garantem muito sabor aos pratos!

Conheça a seguir, alguns temperos naturais que são uma delícia! Aprenda também como e onde utilizá-los. Confira!

1- Alecrim

O alecrim é uma erva que tem um sabor e aroma bem marcantes. Antigamente, mais precisamente no século XIV, era extraído o óleo do alecrim para produção de um cosmético popular da época chamado “A Água da Rainha da Hungria”.

Nativo do mediterrâneo, o alecrim hoje é usado como tempero natural no mundo inteiro!

Propriedades: é rico em vitamina B e C, ferro, cálcio, fósforo, potássio, magnésio, contém antioxidantes que possuem propriedades anti-inflamatórias, prevenindo o envelhecimento precoce, o crescimento de células cancerígenas e evitando danos ao seu corpo.

Como e onde usar: o leve toque de pequenos ramos de alecrim no preparo de abobrinha e batatas com pele assadas faz com que o prato fique uma delícia. Azeite de alecrim e alho com casca são perfeitos para pizzas. Esta erva também combina com aves, massas, peixes, carnes de cordeiro, de porco e de cabrito.

2- Curry

 O tempero curry é de origem indiana e é uma mistura de diversas especiarias tais como o coentro, manjericão, canela, cravo, cúrcuma, páprica, cominho, noz-moscada, gengibre e cardamomo.

Propriedades: tem efeito antioxidante, antibacteriano, estimula o sistema imune e reduz processos inflamatórios, previne seu corpo de doenças crônicas como diabetes e cardiovasculares.

Como e onde usar: é usado em carnes, molhos, sopas, peixes, aves e pratos com queijos e ovos, cozidos e assados em geral. O curry pode até mesmo ser acrescentado em seu chocolate quente!

3- Chimichurri

Conhecido como o melhor amigo de todo churrasqueiro, o chimichurry é mais um dos temperos naturais feito com ervas que tem origem nos pampas uruguaios e argentinos!

Propriedades: rico em vitamina B2, sais minerais, age como antioxidante, melhora a digestão, combate o inchaço abdominal e reduz significativamente as taxas de colesterol. Devido sua ação termogênica, o chimichurry ajuda a emagrecer!

Como e onde usar: este é um tempero bem versátil. Você pode usar o tempero chimichurry em marinadas para carne, porco e cordeiro, aves ou como molho para acompanhar qualquer destas preparações ou sanduíches e pães. É ótimo também para dar um toque especial no feijão, requeijão ou manteiga. Uma delícia!

4- Pimenta calabresa

A pimenta calabresa é uma das importantes aliadas de pessoas que buscam ajuda para emagrecer.

Propriedades: fonte de vitamina A, B1, B2, B3 e C. Contém capsaicina (substância responsável ela pungência da pimenta). É anti-inflamatória, vasodilatadora, favorece a redução de coágulos no sangue, alivia dores de cabeça, atua como cicatrizante, alivia doenças cancerígenas e também do coração, é eficiente na queima de calorias, é antioxidante e possui ação termogênica que te ajuda a perder peso.

Como e onde usar: com leves pitadas nas receitas caseiras como saladas, frangos, arroz, carnes e outros, a pimenta calabresa dá um toque diferenciado ao sabor dos alimentos. Ela vai bem até em doces como mousses.

5- Gengibre

O gengibre é um dos melhores temperos naturais que existe! Na medicina asiática ele é considerado como uma especiaria “quente”; sabe por quê?

Porque o gengibre serve para reforçar as energias masculinas da vitalidade e do “fogo”. Gostou? Então, veja como e onde você pode utilizá-lo:

  • Serve para condimentar peixes, sopas, bolos, leguminosas e biscoitos. Pode ser apreciado como fruta cristalizada e servir de ingrediente para sucos detox.

Veja outros tipos de temperos naturais que são uma delícia:

  • Coentro.

  • Hortelã.

  • Louro em folhas.

  • Orégano.

  • Sálvia.

  • Manjerona.

  • Estragão.

  • Salsão.

  • Mostarda em grão.

  • Kümmel.

  • Cadamomo.

  • Páprica.

Portanto, escolha o tempero natural que seja melhor para cada tipo de prato que você for preparar e bom apetite!

E VOCÊ? Já ouviu FALAR SOBRE o MED: PROGRAMA REVOLUCIONÁRIO DE EMAGRECIMENTO DEFINITIVO!

Um forte abraço.


          Monitor e2014T touch en Windows 10        

Hola

Realmente voy a hacer dos consultas en una la primera relativa a la función tactil de este monitor en windows 10.

Lo he utilizado en windows 7, 8 y 10 en su compilacion 1511 y va perfecto tanto el configurador dell display manager como la función tactil. Sin embargo el otro día actualicé windows 10 a la compilación 1607 (la última y conocida como Aniversary version) y aunque aparentemente es reconocido el monitor, es así pues no hay ningún conflicto en el administrador de dispositivos, puedo configurarlo con dell display manager sin  embargo la función tactil falla. Se marcan los iconos cuando toco, puedo desplazarlos pero no se me abren ni se abre el menu contextual, tampoco dentro de las aplicaciones puedo activar los iconos de la barra de archivo ni los de ampliar ventana, minimizar y cerrar, hace como que los activa porque se quedan marcados pero no responden. He desintalado los dirvers, los he vuelto a instalar, he buscado drivers en linea para la función táctil. ¿alguna idea?

La otra cuestión es que lo compre de segunda mano por ebay en Alemania es de marzo del 2014 y no tiene etiqueta de servicio. He intentado agregarlo a mis dispositivos para tener información actualizada de drivers y actualizaciones pero no he conseguido hacerlo ni con el número de pedido pues no lo reconoce aunque ponga Alemania que fue el país de origen de la compra. Alguien sabe alguna alternativa para poder registrar este dispositivo aunque ya esta fuera de garantía?

Saludos


          My Authentic Self        

Sometimes I really surprise myself.  I don’t know how this all happened, in the realm of two days..but it has happened and I like it. I feel liberated...from myself?



I have been coloring my hair for 25  years. I first began with foil highlights added in to my strawberry blonde hair. The darker blonde would grow in and back to my colorist I would run.  After a few pregnancies my hair grew in darker. I’ve gone brunette, blonde, red…all colors of the rainbow. The past 10 years I’ve been coloring and foiling to keep up with the gray. Or the darks. I'm not sure what color my hair is any more.  I hadn’t even thought of the alternative: my authentic self.  My gray self.



I’ve heard others say “I’m not ready to be old” and I’ve just nodded my head in agreement. Gray and old are no longer synonymous in my world. One might begin to gray at 25, or 45 or 65. Age is how I live. Not how I look. Age is how I feel. Now how I look.



I have a couple of fantastic  friends who sport their gray beautifully.  I’ve always looked at them with longing as I wished I could do the same but that's where my thought would end. I’d then make the call for an appointment and I’d go to my stylist.   $150 every 6-8 weeks for color, foil, cut, style, wax and tip.



As I was driving into work yesterday I saw the grays and darks coming through my roots and thought to myself that  my last appointment was February 15, it’s about time to call for an appointment-I came into work and thought about my hair. Why do I continue to color it? Why do I continue to change who I am. I haven’t had botox-my skin is who I am. I haven’t had liposuction. My body is who I am. I realized I no longer wanted to color my hair. I want to be my authentic self.



My authentic self.



That’s who I want to be. Who I am. Gray hair and all.






During the course of one day I realized I no longer want those chemicals placed upon my head. My hair is dry and processed. My head itches. I live a pretty healthy life. I consume a plant based diet, we grow food in our garden, I move my body daily, I do what I can to battle the genes I was dealt. Why would I continue to place chemicals upon my scalp? It was the normal.

 
I sometimes make the mistake of thinking that what I look like is more important than who I am.



No longer.  Granted, I’m only 7 weeks from my last foil. I’m only 2 days into this way of thinking. I’m thinking of beautiful Nancy, Karen, Simona, Bonnie, Denise, Twyla and Lynette, with their beautiful silver hair. They are their authentic selves.




Women with gray hair strike me as being high priestesses of sorts. They are  beyond societal beauty norms so much so that they've created their own niche where they are alluring without the battle of aging. We  are beautiful as gray or blonde or brown. 

These  women are also beautiful because they aren't slaves to narcissism. They have the moxie to take their vanity in moderation, which gives them an air of wisdom and strength.


Gray. Silver. Authentic. Me. I’m going with it. 

Are you rockin' your gray? Are you coloring?

I'll keep you posted. I'll let you know if I continue to feel this way.  Who knows? I could change my mind.

For now, it feels right.
          FOO FIGHTERS - DISSIDENTENTES DO GRUNGE        
Nº75 MOTO REPORT Março 2008

A 5 de Abril de 1994 Kurt Cobain, com um tiro de espingarda no céu da boca, pôs fim à sua vida e, em consequência disso, à carreira dos Nirvana. Dave Grohl, o baterista que havia cimentado a sua carreira e reputação nas entranhas do grunge, enceta um novo projecto: os Foo Fighters. Nele provou ser, não só um excelente baterista, mas um bom guitarrista, um grande compositor, um vocalista agradável de se ouvir e um performer de mão cheia. Com tanta criatividade, e, para mais, sendo um poli-instrumentista, seria impossível passar o resto da vida atrás de uma bateria…


Após a morte de Kurt Cobain, Grohl entrou no Robert Lang’s Studio em Seattle com o amigo e produtor musical Barrett Jones. Excepção feita para a parte de guitarra de “X-Static” Grohl tocou todos os instrumentos das faixas.

Gary Gersh (que já tinha trabalhado com os Nirvana, e que era um “descobridor de talentos” da Capital Records) incluiu Dave Grohl no catálogo da editora. As faixas acabaram por ser misturadas, e o resultado final tornou-se posteriormente no primeiro álbum – homónimo – da banda. Grohl não quis que este fosse um projecto de estúdio ao estilo One Man Show, então trabalhou para formar uma banda de suporte ao álbum. Inicialmente, o seu antigo colega Krist Novoselic era o principal candidato, mas ambos ponderaram sobre imagem errada que estariam a dar dos Foo Fighters como sendo uma continuação dos Nirvana. Grohl decidiu convidar outro músico, o baixista Nate Mendel, e mais tarde o baterista William Goldsmith.
Pat Smear, que era um membro não oficial do Nirvana após o lançamento de In Utero, foi adicionado como segundo guitarrista, completando assim a banda. O colectivo realizou a sua primeira digressão ainda em 1995, abrindo os concertos de Mike Watt. Com o segundo trabalho de estúdio, Dave Grohl realizou um feito considerado por muitos músicos quase impossível. Gravou todas as músicas do disco, nada mais, nada menos, em somente uma semana. Ele tocou guitarra, baixo, bateria, e cantou em cada uma das treze canções compostas integralmente por si. É obra! Como precisava de um baterista (já que Goldsmith se havia desentendido e abandonado o projecto), Grohl indagou o baterista das digressões de Alanis Morissette, Taylor Hawkins, sobre a possibilidade de indicação de algum músico da sua confiança; para sua surpresa Hawkins voluntariou-se para a banda.

Em Setembro de 1997, em frente a uma multidão imensa no MTV Video Music Awards, Pat Smear anunciou sua saída da banda e introduziu o seu substituto, Franz Stahl. Ainda antes da gravação do terceiro álbum There Is Nothing Left to Lose, Stahl saiu da banda alegando divergências musicais. Após diversas audições foi escolhido como substituto Chris Shiflett. Primeiramente como músico para actuações ao vivo, Shiflett tornou-se membro integral antes da gravação do álbum. Antes do lançamento de There Is Nothing Left to Lose o então presidente da Capitol, Gary Gersh, foi forçado a sair da editora. Dada a longa história de Grohl com Gersh, a banda também saiu da editora para entrar na RCA. Posteriormente Gersh uniu-se ao ex-empresário dos Nirvana, John Silva, para formar a GAS Entertainment, uma empresa que gere os Foo Fighters e outros artistas como Jimmy Eat World, Beck e Beastie Boys. Entretanto, o grupo estabeleceu contacto com os membros sobreviventes da banda de rock Queen. No começo do ano, o guitarrista Brian May participou na versão de “Have a Cigar”, original dos Pink Floyd, que foi incluída na banda sonora do filme Mission Impossible 2. Quando os Queen foram distinguidos no Rock and Roll Hall of Fame, em Março de 2001, Grohl e Hawkins foram convidados para se juntarem à banda em “Tie Your Mother Down”, com Grohl a assegurar a voz. Em 2002 May tocou em “Tired of You” e “Knucklehead”. No final de 2001 a banda gravou o quarto álbum. Após quatro meses em Los Angeles para completar as gravações Grohl passou algum tempo com os Queens Of The Stone Age para completar o album Songs For The Deaf (2002). Assim que o trabalho terminou, Dave, inspirado pelas sessões de estúdio, pensou em adicionar novas faixas ao então terminado álbum dos anunciou sua saída da banda e introduziu o seu substituto, Franz Stahl. Ao invés disso, o álbum foi completamente regravado em dez dias no estúdio pessoal de Grohl em Virginia. One by One foi lançado em Outubro de 2002. A banda sempre evitou posicionar-se politicamente.
Contudo, em 2004, ao saber que a campanha presidencial de George W. Bush estava a usar “Times Like These”, Grohl decidiu apoiar publicamente a campanha de John Kerry. Em Junho de 2005 foi lançado o álbum duplo de estúdio In Your Honor. Grohl citou que o álbum duplo (um com faixas eléctricas e outro com temas acústicos) era uma comemoração do décimo aniversário da banda. Durante a promoção do álbum Grohl – que é fascinado por OVNIs – teve a oportunidade de actuar no Roswell International Air Center in Roswell, Novo México. O local terá sido supostamente palco da queda de uma aeronave alienígena em 1947. A banda decidiu organizar pequenas digressões acústicas em 2006, incluindo o ex-guitarrista Pat Smear, Petra Haden no violino e Rami Jaffee dos The Wallflowers no piano e teclado. Em Novembro a banda lançou seu primeiro álbum ao vivo, Skin and Bones, com quinze faixas seleccionadas em três concertos em Los Angeles. Um DVD foi lançado logo depois, e apresenta faixas não disponíveis no CD. Em 25 de Setembro de 2007 a banda lançou o seu mais recente álbum, Echoes, Silence, Patience and Grace, pela RCA Records. Neste novo trabalho eles voltaram a trabalhar com o produtor Gil Norton, que não produzia um disco dos Foo Fighters desde 1997. O álbum já conta com dois singles, “The Pretender” e “Long Road To Ruin”. As suas passagens por Portugal ao longo dos anos têm sido alvo de críticas positivas, com concertos lotados e descargas vigorosas de rock, energia e muita emoção.

Citação:
«Nós sentimos a falta do nosso querido amigo Kurt. Sentimo-nos muito gratos por termos tido a oportunidade de colaborar com um artista tão talentoso.»
«…eu não tenho de levar o estilo de vida convencional do rock’n’roll. Eu tenho uma casa realmente modesta. Eu tenho os mesmos amigos desde os sete anos de idade, e uma noite boa para mim é um concerto, uma pizza, um DVD e uma boa cama quente…eu deixei de usar drogas aos 20 anos. Faziam-me sentir esquisito…sentia que não precisava delas…eu fumava erva e tinha ataques de pânico….detestaria ver a minha música sofrer por causa das drogas…mas claro que não me importo de beber meia garrafa de whiskey de vez em
quando se estiver com amigos.»
Dave Grohl no programa Enough Rope, de Andrew Denton, em 30 de Maio de 2005.

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© General Moto, by Hélder Dias da Silva 2008

          OS MONGES DO FUNK - RED HOT CHILI PEPPERS        
Nº74 MOTO REPORT Fevereiro 2008
Anthony Kiedis (voz), Flea (baixo), Chad Smith (bateria) e John Frusciante (guitarra),eis a actual formação dos RHCP e aquela que tem sido responsável, ao longo dos anos, pelos maiores sucessos da banda. Mas a história começa mais atrás, no longínquo ano de 1983, em Los Angeles. Sim, os Red Hot estão quase a celebrar as bodas de prata.

OsRHCP têm o seu embrião em 1979, nos intervalos das aulas em Fairfax High School, Hollywood, Los Angeles. Os garotos de 15 anos, Michael Balzary (Flea), Hillel Slovak e Jack Irons eram três amigos que tinham algumas ambições musicais e formavam uma banda chamada Anthym. Um dos grandes admiradores dessa banda era Anthony Kiedis, também amigo de infância de Flea, Hillel e Irons. Em Abril de 1983 nascem os RHCP, ainda com o nome Tony Flow And The Miraculousy Majestic Masters Of Mayhem, a partir de uma ideia súbita de Anthony Kiedis, e com ele Flea, Hillel Slovak (guitarra) e Jack Irons (bateria) apresentam-se num clube de Los Angeles. A princípio seria só uma brincadeira, mas o resultado foi bom e passaram a fazer mais actuações, baptizando a banda para Red Hot Chili Peppers. A explicação para o nome é, aliás, bem curiosa. Consta-se que eles adoravam comida mexicana com bastante pimenta (chili) e que Flea era fã da banda de apoio de Louis Armstrong (os Red Hot Peppers). Juntando os condimentos, o quarteto californiano encontrou o seu próprio nome. Anos depois uma banda inglesa, formada no início dos anos setenta, chamada Chili Willy And The Red Hot Peppers tentou acusá-los de lhes terem copiado o nome. A banda, aos poucos, foi conseguindo juntar elementos de diversos géneros musicais, tais como punk rock, funk, rock alternativo e rock psicadélico. São também reconhecidos por inserirem ritmos de hip-hop em várias faixas do seu repertório. Ao fim de alguns meses o guitarrista Jack Sherman e o baterista Cliff Martinez entram para a banda, mas em 1985 são substituídos pelos elementos originais. Durante a digressão Freaky Styley, em 1986, Kiedis toca pela primeira vez em Grand Rapids, a sua cidade natal, e tem a brilhante ideia de entrar em palco todo nu com o pénis enfiado numas meias (daí a expressão “Cocks On Socks”), o que acaba por ser um escândalo na sua cidade, tornando-o na “ovelha-negra” para o público de lá. Em 1986 Anthony Kiedis e Hillel Slovak usam heroína numa base regular. Este problema viria a ditar a morte do guitarrista em 1988. Já Kiedis, alternava o consumo com cocaína. Kiedis tinha perdido qualquer noção da realidade e entregara-se às drogas totalmente. Ele andava por becos e tinha contacto com alguns gangs. Chegou ao ponto mais baixo da sua vida e passou a consumir drogas debaixo de uma ponte no centro de Los Angeles. Não se alimentava, não dormia, não tomava banho, tudo na sua vida se resumia à droga. Nesta época eles fizeram a pior digressão da história da banda e Kiedis foi convidado a retirar-se por causa do seu vício. Flea aconselha-o a fazer um tratamento. É nessa altura que o vocalista percebe que as drogas não eram mais diversão e que tinham invadido por completo a sua vida. Kiedis vai tratar-se e conta com a ajuda de seu pai. Durante a passagem pela clínica ele experimenta a acupunctura e esta acaba por se revelar um meio alternativo de aliviar a sua tensão. Sai limpo da clínica, escreve “Fight Like a Brave” e retorna aos RHCP. Após a morte de Hillel, a banda decide reunir-se e é então que descobrem um novo guitarrista, John Frusciante de apenas 18 anos que, além de ser grande fã dos Peppers e de Hendrix (um ídolo para todos os membros, principalmente Flea, que tem a cara de Hendrix tatuada no seu ombro esquerdo), praticava cerca de quinze horas por dia. Quando aconteceu o primeiro concerto com a banda, os fãs não acreditaram que ele nunca tivesse tocado com os RHCP antes. «John era absolutamente um clone de Hillel. Ele não toca somente igual ao Hillel, ele movese como o Hillel...», disse Alain Johannes. Coincidência ou não, John tinha realmente todo o estilo de Hillel, pois era seu fã. Depois de muito procurar, também encontram um novo baterista, Chad Smith, que veio de Detroit. Nesta fase começa o período dourado da banda. Os trabalhos que vão desde Blood Sugar Sex Magik (1991) até Stadium Arcadium (2006) correspondem ao expoente máximo dos RHCP, tanto em termos criativos como em relação ao triunfo comercial. A formação actual remonta a de 1991, com excepção feita para o período compreendido entre 1992-1998, onde Frusciante abandona a banda devido à sua dependência de heroína (entra Dave Navarro dos Janes Addiction). Frusciante esteve praticamente à beira da mor te, e os vídeos que surgem no YouTube a documentar este período da sua vida são bem esclarecedores. Com o retorno do guitarrista à sua banda de sempre, com todos os elementos a optarem por um estilo de vida saudável, e cada vez mais virados para a meditação transcendental, os trabalhos discográficos e as digressões tem sido cada vez melhores, e a prová-lo está a actuação no último Rock In Rio-Lisboa em 2006.

De moto:
Chad Smith, no documentário Funky Monks, no percurso de casa para o local das gravações
de Blood Sugar Sex Magik, aos comandos da sua Harley-Davidson.

«Estávamos a deixar as coisas fluir, ensaiando e escrevendo material novo [NR: que viria a ser o disco One Hot Minute]. Entre outras coisas, cada um de nós comprou uma Harley-Davidson. Chegámos mesmo a formar um gang…»
Anthony Kiedis em Scar Tissue, a sua auto-biografia (pág. 318).
E segundo o mesmo livro, era na sua moto que Anthony Kiedis rumava à baixa de Los Angeles para comprar heroína e cocaína. Isto passou-se ao longo de vários anos.

Citação:
«Ela dominava. Fazia coisas do tipo ir encher a boca com água quente do chuveiro para depois vir ter comigo e fazer-me sexo oral. O que terei eu feito para mereceruma experiência tão boa?»
Anthony Kiedis sobre Karen, a irmã de Flea, em Scar Tissue (pág. 59).
Porreiro pá! O que tu fizeste para merecer…não sei, mas diz lá ao Flea para me apresentar a irmã dele…
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© General Moto, by Hélder Dias da Silva 2008

          Neander 1400cc Turbo Diesel        
Nº72 MOTO REPORT Dezembro 2007
O diesel como nunca o vimos,
numa moto que nunca imaginámos

Volta e meia há quem tenha a ousadia de afirmar que um motor a diesel casaria na perfeição com uma custom cheia de estilo. É um tema que gera sempre polémica e, logo de seguida, temos conversa para várias horas, por exemplo, à mesa de um café. Sendo, ou não, um mero golpe de vista, o que é certo é que na Alemanha (pátria de duas tecnologias universalmente disseminadas: motor a 4 tempos e motor a diesel) alguns engenheiros investiram tempo e dinheiro na criação de uma cruiser a gasóleo, permitindo-nos alimentar, mais uma vez, a tal velha discussão, mas desta feita, com contornos práticos. Foi mais uma ideia que se materializou.


Os motociclistas têm, em regra, uma opinião relutante no que toca aos motores diesel, geralmente devido às menores prestações, ao elevado volume e peso do bloco e até mesmo ao som produzido. Em 1890, Rudolf Diesel revolucionou o sector rodoviário, com a sua invenção do motor com explosão por compressão e, desde então, esse tipo de motorização tornou-se num dos pilares do conceito de mobilidade. Na verdade, esta tecnologia beneficia de um menor volume de emissões poluentes para a atmosfera e de um consumo de combustível, em média, 30% mais baixo do que o de um motor equivalente a gasolina (que utiliza, portanto, uma vela para produzir faísca, e assim conseguir a explosão). Deste modo são compensadas algumas das desvantagens desta tecnologia, tal como o aumento do ruído, a vibração mais elevada, os maiores custos de produção ou o maior peso e volume. Embora com um consumo mais vantajoso, os motores diesel requerem uma mais complexa e robusta construção, tornando-os até agora inadequados para determinadas aplicações, tais como aeronaves e motociclos.

O que há de novo
Surge então o fabricante alemão Neander Motors com planos para mudar todo o preconceito, graças ao seu inovador motor diesel de 1430cc turbo-alimentado, com dois cilindros em linha, desenvolvido por Rupert Baindl. O seu irmão mais novo, de 750cc, que, de acordo com Baindl, conseguiu uma extraordinária relação de 115cv às 12.000 rpm, foi o embrião para o projecto seguinte com vista à criação de um propulsor de 990cc mas que nunca chegou ao seu término. Todavia, com a obstinação do mentor destes dois projectos, foi este o passo que faltava, ainda que de gigante, para a construção da Neander 1400 Turbo Diesel. Na verdade, esta moto é uma cruiser esteticamente semelhante a muitas produções americanas e japonesas mas, em vez de um mais vulgar VTwin, está equipada com um dois cilindros em linha, para mais a… diesel. São 1430cc reais refrigerados a ar e óleo, com dois cilindros de 108mm x 78,2mm, com oito válvulas no total (quatro de admissão de 35mm e quatro de escape de 30mm) e DOHC (dupla árvore de cames à cabeça), A admissão da Neander é canalizada verti calmente para baixo, no centro da cabeça, entre as àrvores de cames, enquanto que as quatro válvulas de escape são possuidoras, cada uma, do seu tubo de exaustão (dois à frente do motor e dois na parte traseira), podendo dar a ilusão de se tratar de um motor de quatro cilindros. As saídas de escape são encaminhadas conjuntamente para um único turbo-compressor Garrett Intercooler, entregando uma pressão máxima de 1,4 bar, para um catalisador de 3 vias montado na frente do motor. A injecção, por sua vez, é directa e trata-se de uma Bosch EFI. Equipada com uma caixa de seis velocidades, curiosamente com as mesmas relações da Aprilia RSV1000R e embraiagem multidisco, debita 112cv às 4.200rpm e produz um binário de 214Nm às 2.600rpm. Contudo a Neander Turbodiesel, no que toca aos componentes de “moto” propriamente ditos é surpreendentemente convencional e recorre a um quadro desenhado pelo especialista em personalizações Gunther Zellner.

Porquê diesel?
A pergunta, no entanto, impõe-se: por que é que a Neander é assim? Porquê um motor diesel? É Lutz Lester quem explica: “Phillip Hitzbleck de Neander detinha os direitos de autor de uma famosa banda desenhada alemã, cujo protagonista era uma personagem chamada Werner. Trata-se de um motociclista de má vida, que adora a liberdade, está sempre em apuros com a polícia e é doido por cerveja. Tornou-se uma figura de culto na Alemanha. Houve inclusivamente dois filmes sobre ele na década de 1990, e eventos variados, capazes de mobilizar um total de 250 mil pessoas em torno desta personagem. Porém, em 1999 Phillip Hitzbleck quis levar a marca de Werner para outro nível, por exemplo, uma série televisiva. Foi mais longe ainda e criou um novo evento de motos na parte norte da Alemanha ao longo de três dias, com música, drag races, etc. Em todo o caso, para promover este evento tínhamos a intenção de levar a marca Werner ao MotoGP com a nossa própria moto, tendo mesmo decidido que se iríamos a estas corridas, o deveríamos fazer com algo completamente novo. Foi então que ouvimos falar sobre o dois cilindros em linha a diesel de Rupert Baindl. A ideia pareceu perfeita, mas não foi possível encontrar os parceiros suficientes para esta aventura. Foi quando Rupert disse que deveríamos era levar o motor para a rua e não para as pistas. Este poderia ser o primeiro motor turbo-diesel a nível mundial a equipar uma moto de série. Assim, em 2002 Phillip decidiu deixar a empresa Werner, investiu o seu próprio dinheiro para reiniciar a Neander, e formou uma equipa para criar uma moto a diesel de produção em série para que qualquer um a podesse comprar. Agora estamos prestes a testar o resultado.”

Acção!
Passar a perna pelo acento da Neander Turbo Diesel (a 64,7cm do solo) é relativamente fácil. Sentado, também não há a menor surpresa quando se pressiona o botão de “start”, uma vez que não há necessidade de pré-aquecimento como na velha geração diesel, pelo que estamos a um segundo do verdadeiro choque. Esta moto não está concebida para nos surpreender apenas no momento em que rola em estrada. Fá-lo logo a partir da altura em que se dá o arranque pela total ausência de vibrações devido a um mecanismo interno de compensação, cuja rotação de duas engrenagens em sentido contrário ao do motor anula a trepidação por ele produzida. Engrenando a primeira velocidade, sente-se a acção da suave embraiagem, e a moto abandona com elegância o seu lugar. O pico de potência da Neander surge só quando o conta-rotações aponta para as 2.000rpm altura em que o turbo-compressor entra em funcionamento. Há uma deliciosa entrega de potência a partir de então, com a curva do binário a atingir o seu máximo às 2.600rpm, mas mantendo-se praticamente horizontal até às 4.200rpm, altura em que potência e binário começam a abandonar-nos. Mas talvez a maior surpresa é a rapidez com que esta power-cruiser ganha rotação. Com uma compressão de 16:1 e um peso de 295 kg, a Neander atinge os 160 km/h a escassas 2.820 rpm e a velocidade máxima cifra-se nos 220 km/h. Graças a uma razoavelmente confortável posição de condução, extrema economia de combustível, impressionante binário e ausência de vibrações, esta moto é indiscutivelmente uma devoradora de quilómetros.

O canto do cisne
Realmente, a única desvantagem para este motor diesel de vanguarda é o som que produz, que, em abono da verdade, não é muito agradável, especialmente em plena aceleração. A questão nem é tanto pelo motor em si, mas principalmente pelo ruído produzido pelo turbo-compressor.

Balanço final
Os motores diesel têm avançado muito nos últimos dez anos, principalmente pela evolução conjunta dos turbo-compressores intercooler de geometria variável e injecção common-rail, tecnologias presentes na Neander. Qualquer que seja a bula por onde nos rejamos, esta moto é uma surpresa, não só pela sua mecânica única, mas também pela forma eficaz e eficiente com que aplica os benefícios do diesel ao desenvolvimento de um motociclo. Porém as surpresas e a exclusividade pagam-se caro. Neste caso pagam-se 95 mil euros…

Ficha Técnica
Potência: 112cv / 4.200 rpm
Binário: 214nm / 2.600 rpm
Aceleração 0-100km/h: 4.5 seg.
Velocidade máxima: 220km/h
Consumo: 4.5L / 100km
Caixa: 6 velocidades
Transmissão: Correia
Distância entre eixos: 1.920mm
Forquilha: 41mm (dupla)
Pneus Frente: 150/80R17 V
Pneus Trás: 240/40R18 H
Comprimento: 2.480mm
Altura Banco: 65mm
Peso: 295kg
Depósito: 14L
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          TIM - ENTRE O PALCO E AS VIAGENS        
Nº71 MOTO REPORT Novembro 2007

















































Tim dos Xutos & Pontapés é um valor bem firme na cultura portuguesa. Da vida que se dizia malvada, ele soube – com trabalho e confiança – transformá-la na vida que cedo desejou para si próprio. Forçou, resistiu, e nunca ousou desistir. Simultaneamente, Tim é um apaixonado pela liberdade, pela estrada. Diz que está na sua natureza. Recentemente expandiu o seu leque de interesses por uma outra variante que lhe permite continuar a percorrer o mundo e a vencer a distância. Com um atributo de peso, Tim juntou-se à grande família motociclística. Não das duas, mas das três rodas. Atencioso, humilde e disponível, Tim deu-se a conhecer um pouco melhor. E conhecê-lo sob esta invulgar perspectiva, encarando ângulos mortos e abordando contextos ausentes das inúmeras entrevistas que já fez, revelou-se fascinante.

MOTO REPORT: Como surgiu a tua ligação com as motos?
TIM: Quando era catraio, andava, como todos os miúdos, atrás das cinquentas. Tinha amigos com as Sachs, as Honda CB50 e algumas Yamaha, mas, nessa altura, nunca consegui ter nenhuma. Também não seria para andar assim tanto... afinal vivia no Alentejo… Bom, depois lá consegui arranjar uma Sachs Lebre. Era de três velocidades, mas acabou por não andar muito. Nunca lhe limpei o carburador, nem lhe fiz outras coisas que devia ter feito, e pronto, aquilo foi ficando um bocado em stand by. Entretanto casei e vieram os putos. Durante uns vinte anos não tive nem tempo nem oportunidade para mais nada. É isso, fiz uma pausa de mais de vinte anos.

MR: É conhecido o teu gosto pelos “carochas” e os “pão-de-forma”. Na verdade, tu és um apreciador dos motores refrigerados a ar da Volkswagen. Foi daí que surgiu a ideia do trike?
TIM: O trike foi uma oportunidade. Na verdade é do Diogo Varela que é o “sobrinho dos Xutos”, um amigo de longa data, que também já esteve ligado ao meio musical. Comprou o trike há uns anos, e depois também lhe aconteceu o mesmo que a mim, ou seja, casou e teve dois filhos, que são muito mais pequenos que os meus. O Diogo mora aqui em Lisboa, e não tem sítio para guardar o trike, por isso tinha-o parado no Alentejo, perto do Cabo Sardão. Vai daí o trike começou a degradar-se. Apanhou muita humidade, muito sal, os cromados foram embora, as borrachas estavam a ir, a parte eléctrica também, o depósito ganhou furos e foi nesse estado que o encontrei seis anos depois de o ter conhecido. Deu-me pena e sugeri que se ele mo passasse para as mãos, sem que o comprasse propriamente, porque ele não o quer vender, ao menos não se estragava tanto. Assim sempre vou andando com ele e vou vendo os problemas, porque tenho alguma experiência com os Volkswagen.

MR: Fazes a manutenção?
TIM: Quer dizer, vou tentando… Quando ele começa a queixar-se eu pelo menos sei do que é. Consigo identificar o problema, posso é não conseguir repará-lo. Há montes de coisas que agora já sei. As chamadas avarias de 1º grau, aquelas que podem acontecer mais vezes, acho que já sei lidar com quase todas. A mecânica é simples.

MR: Para ti que vantagens tem um trike face a uma moto?
TIM: Olha, a única vantagem é a gente poder tirar facilmente as mãos quando lhe apetece (risos). De resto não tem muitas... Eu até costumo dizer que aquilo tem as desvantagens da moto com as desvantagens do carro (risos). Um gajo não consegue passar nas filas, apanha frio, chuva, e não é muito seguro porque curvar também não é assim tão fácil.

MR: Não passas nas filas de trânsito, mas também não cais para o lado…
TIM: Também se tombar não será fácil sair debaixo dele (risos). Espero que não aconteça…

MR: O que dizes da posição de condução em percursos mais longos?
TIM: Não tem nada a ver com uma moto, mesmo que seja uma chopper. Fiz-lhe um pequeno ajuste nos pedais e ficou bem. Posso-me chegar mais para cima ou mais para baixo. É muito bom para o pendura. É espectacular mesmo, tipo poltrona. Chegam a dormir lá em cima quando vão comigo. Para quem vai a conduzir é muito bom, pois tem a vantagem de ter o encosto. Os braços, posso tê-los em várias posições. Como o acelerador é fixo, estabeleço uma velocidade – tento ser um bocadinho mais rápido que os camiões, para não estar a levar com a poeira – e mantenho. Quando preciso ultrapassar, enrolo ligeiramente o punho e ele passa bem. Portanto, tenho as mãos mais ou menos desocupadas. Mas, por exemplo, ao fim de uma hora e meia fico um pouco cansado de pernas e braços. Por isso vou parando várias vezes. Isto não é para correrias.

MR: És muito minucioso com a aparência do trike?
TIM: Não, nada disso. Eu gosto de ter o trike limpo. Depois gosto que o trike se suje. E depois limpo-o todo outra vez. Faz parte. Mas não consigo ter os cromados a cem por cento porque eles já não são muito novos. Já se gastou dinheiro com eles, e agora, de vez em quando, vou-lhes dando um banhito com WD-40, mesmo na parte eléctrica para a humidade não danificar nada, e está tudo bem. Como podes ver, o trike não tem um aspecto muito “fancy”. Aliás, é uma coisa um bocado mais “hard”.

MR: Tens mais motos?
TIM: Tenho lá em casa a XR125 deste ano – que já é boazinha para mim e para o puto – para fazermos um bocadinho de terra. Tem a sua graça. Eu retomei agora estas lides porque começou a instalar-se no meu filho mais velho, que tem 17 anos, a ideia de que, por vivermos em Rio Maior, estamos um bocado fora da cidade e, por isso, ele gostava de ter
uma 125cc para ter mais mobilidade.

MR: De manhã acordas entusiasmado quando sabes que vais andar de trike?
TIM: Acordo principalmente entusiasmado mas também inquieto. Temos de andar sempre com alguma preocupação em relação a tudo. Não me posso esquecer de muitas coisas. Dependendo da viagem tenho que ter uma série de cuidados. Mas fico sempre um bocado preocupado, porque até ele estar como está hoje, já teve alguns problemas e podem sempre surgir mais alguns. Até já levou um motor novo…

MR: Constou-me que este ano à ida para Góis tiveste um desses tais problemas, não foi?
TIM: Pois foi. Fiquei na subida, em Pedrógão. No dia anterior tivemos concerto em Braga. Eu e o Kalú fizemos a viagem até Coimbra, de moto, e deixámo-las lá para seguirmos viagem na carrinha com os Xutos até Braga No sábado voltámos a pegar nas motos em Coimbra e fomos para Góis. O trike começou a engasgar e, depois, na subida para o Pedrógão, aquilo começou mesmo a correr mal. Tivemos mesmo que parar numa oficina para ver a parte eléctrica. Trocámos platinados e revimos aquilo tudo. Afinal era o filtro da gasolina entupido mas, para além disso, por causa do esforço que obriguei o motor a fazer, tinha tudo desafinado, e um dos cilindros estava morto. Acho que o segmento deve ter colado. Como não valia a pena estar a mexer no resto e tinha um acordo com quem me tinha vendido aquele motor, fui lá trocá-lo. Fiz como que uma troca da bilha de gás – entreguei uma vazia e trouxe outra cheia. Neste caso entreguei o bloco avariado, paguei um pouco mais, e trouxe outro impecável, um 1300cc recuperado e garantido.

MR: Quer dizer que ficas sempre a pensar: “O que será que me vai acontecer hoje?”
TIM: Sabes, esta é uma moto feita à mão. Tudo pode acontecer. Podes passar por um buraco e a caixa dos fusíveis cair porque está num sítio um bocado bera. Podes ficar sem bateria, o que é muito mau porque neste caso o acesso é medonho. Realmente muita coisa pode acontecer…

MR: Qual a moto que mais te agradou?
TIM: Foi uma Black Widow. Não é muito rápida, mas tem uma posição de condução que eu gostei logo. E ela já estava alterada, tinha o guiador mais curto, estava rebaixada, e por ter o centro de gravidade muito baixo, era muito fixe de conduzir. Nem era muito pesada, aquilo é mais aspecto que outra coisa.

MR: Andar de moto faz-te bem. É libertador?
TIM: É muito bom. E o mais engraçado é que eu e a minha mulher, a Margarida (que nunca teve nada a ver com motos), fomos a Faro este ano no trike, com uns amigos de Santarém (eles numa Varadero), e ela ficou impressionada. Não vou dizer que adorou, mas achou que aquilo tinha sido realmente uma experiência diferente e muito boa.

NR: Já tinhas ido à concentração de Faro sem ser para tocar?
TIM: Não. É sempre uma data muito complicada para os Xutos. Este ano lá consegui ir. Tinha o Rui Veloso com quem cantei uma música, o Joe Cocker que me interessava ver e, claro, a concentração em si.

MR: Qual foi a tua melhor experiência de moto?
TIM: Não te sei dizer, até porque estive muitos anos sem conduzir. Acho que a melhor experiência é a primeira vez que tu sais em plena liberdade, ou porque a moto é tua, ou porque podes andar com ela um bocado. Isso é muito bom, mesmo que não saibas para onde ir. Depois, no meu caso, há já alguns anos que quando vou aos Açores alugo lá uma scooter e ando nela o tempo todo. Este ano também o fiz com os meus filhos e a minha mulher. Alugámos duas scooters, e por lá andámos os quatro. É algo completamente diferente. Sentes as diferenças de temperatura, sobes e desces a montanha, tens o frio, tens o calor, tens o cheiro da natureza. Depois é o mar… paras a moto onde queres e vais ao banho, arrancas outra vez… Tudo isso é a parte boa da moto.

MR: És um condutor defensivo?
TIM: Eu conduzo sempre defensivamente. Não te podes esquecer que a minha vida é conduzir e ser conduzido por muitos e muitos quilómetros, portanto não poso ser adepto de uma condução mais rápida. Às vezes pode haver necessidade de o fazer, mas lembro-me sempre do perigo.

MR: Viagens por fazer, tens alguma?
TIM: De moto não tenho nenhuma planeada. Tenho uma prometida, de Lisboa a Moscovo, mas na “pão-de-forma”.

MR: Bem, é de homem…
TIM: Pois é (risos). Tenho mesmo que a fazer. Está prometida… Eu aí de 15 em 15 dias vou aos mapas, faço as rotas, vejo onde estão as estações de serviço, etc. Depois guardo tudo e passados uns tempos volto a pegar naquilo outra vez. Mas esta é de estimação… Hei-de fazê-la.

MR: Será que as sensações que experimentas a andar de mota te poderão levar a escrever sobre isso? Servirão de inspiração como a tua relação com o rio Tejo que te influenciou por diversas vezes?
TIM: Não sei. Eu gosto muito de uma frase minha muito burra que é: “eu gramo mesmo é conduzir”. Não sei porquê. Eu quando tirei a carta, e comecei a conduzir, foi quando me senti bem. Até aí pertencia aos meus pais. Daí para a frente passei a pertencer a mim mesmo e nunca mais parei. Sou uma pessoa que já fez muitas centenas de milhares de quilómetros, e nunca deixei de gostar. Comparando a sensação de viajar com a de conduzir uma moto, em concreto, a principal diferença está no contacto com os elementos da natureza, mas é uma condução muito concentrada, que se calhar não liberta assim tanto. Há pessoas que se preocupam com o trabalhar do motor, outras vão concentradas na velocidade, ou nas curvas, e geralmente não é uma condução onde uma pessoa possa estar completamente relaxada como acontece quando viajas de outra maneira. Essa sensação de liberdade acontece sim quando chegas ao destino mas, até lá, a tua cabeça vai muito concentrada. Tudo depende das pessoas. Creio que o poder viajar é sem dúvida o melhor de tudo. Já escrever sobre isso é muito complicado, porque está tão dentro de mim, faz tão parte da minha natureza que nem consigo explicar às outras pessoas. Por exemplo, cheguei a alugar uma “pão-de-forma” de 1965 igual à minha, em Inglaterra (volante à direita), andei com ela por lá durante mais de uma semana, fiz quilómetros e quilómetros nela, só pela libertação que me transmitia e pelos sítios onde estava.


MR: Nasceste no campo, cresceste na cidade, mas voltaste novamente ao campo. Precisas desta dualidade para te sentires bem, ou este retorno define aquilo que realmente gostas?
TIM: Eu gosto muito de viver no campo e trabalhar na cidade. Depois, também gosto bastante de trabalhar em muitas cidades, com muita gente. Isso é que me faz bem. E lá está outra vez a viagem, porque aquela cena da viagem entre o trabalho e a casa, ou entre o concerto e o regresso, é o que me põe a cabeça em dia. Já vivi dez anos na cidade, nesta
profissão, em Lisboa, depois de me casar, e o frenesim era de tal maneira que não havia tempo para descomprimir. As coisas aconteciam em sucessão. Quando ia para os concertos, ainda havia um breve período de pausa, mas depois era sempre em alta rotação. Quando uma pessoa sobe as escadas até ao 2º andar e sente-se fisicamente cansada, começa a pensar que se calhar há qualquer coisa que não está bem. Tive a oportunidade, arrisquei, pudemos fazer isso, a família mudou-se toda para Rio Maior e as coisas agora estão estáveis.

MR: Em vez de teres comprado algo caro e extravagante, encontraste neste trike o brinquedo que te satisfaz. És uma pessoa simples?
TIM: Sou. Claro que sim.

MR: Como cultivas a tua simplicidade?
TIM: O que eu preciso de cultivar, e o que o trike me proporciona, é a afirmação da minha liberdade. Eu acho que isso é muito importante nas motos. Nós somos livres, queremos ser livres, não o somos a todas as horas do dia, nalguns dias somos mais livres que noutros, e queremos demonstrar isso. Muitas vezes a nossa forma de demonstrar pode passar por adquirir uma moto, ou um barco, ou uma coisa dessas. Mas não tem nada a ver com o exibicionismo, de comprar algo melhor que o do vizinho só por uma questão de afirmação, ou por se ser conhecido. Não tem nada que ver com isso. É uma questão normal. Apesar do trike ser o que é – um veículo algo extravagante – eu até gosto muito de andar nele porque ponho o capacete e os óculos e ninguém me topa (risos). Agora, não gosto nada de exibicionismos ou “espampanâncias”. Eu sei que o trike está comigo um bocado a prazo. Depois, quando voltar para o Diogo, comprarei uma moto, e logo se verá. Mas não há truque nenhum para cultivar a simplicidade. Eu trabalho muito, ou melhor, eu não trabalho nada, eu toco é muito… Estou envolvido com três ou quatro projectos distintos e como vês eu não tenho tempo para ser complicado. Tenho só tempo para que as coisas aconteçam naturalmente. Limito-me simplesmente àquilo que gosto de fazer e não dá para mais nada.

MR: Em síntese, se pudesses resumir o teu lema de vida, qual seria?
TIM: Eu acho que é realizar os sonhos, trabalhando para isso. Eu sei que é difícil para muitas pessoas, e sei que fui muito afortunado, mas também sei que me dediquei muito a eles. Acho que soube fazer com que as coisas acontecessem. A primeira vez que toquei num palco tinha 15 anos. Assim que subi e desci daquele palco tive a sensação completa e absoluta de que era aquilo que eu queria fazer o resto da vida, porque era o que eu sabia fazer naturalmente. Estudei, fiz cursos, envolvi-me numa série de coisas, e essa sensação que eu tive aos 15 anos acompanhou-me sempre. Adoro estar nem que seja na parte de trás do palco. Nem que não esteja a tocar. Mesmo quando trabalhei nos Outonos em Lisboa na parte de dentro do palco do Teatro São Luiz, adorei aquilo, não tive – nem tenho – problema nenhum. Se tivesse que viver num sítio diferente seria certamente na parte de trás de um palco. Quando vou assistir a um espectáculo para mim já é complicado, e disperso-me com os pormenores. Ou são as luzes, ou é o som, ou é a roupa, enfim, acabo por nem desfrutar, porque o que eu queria mesmo era estar lá atrás a trabalhar. Quando chega a parte de bater palmas apetece-me ir lá para dentro falar com o pessoal e perguntar em que é que eu posso ajudar (risos).

MR: Dos Xutos, o Cabeleira é o que tem o look mais motard. Será que a coisa promete?
TIM: Pois, ele tem mesmo essa pinta. Mas o Cabeleira gosta mais é de carros desportivos. Ele sempre gostou de ter carros potentes. Ele é mesmo assim, já a tocar gosta sempre de o fazer com o volume muito alto. Mas motos acho que não…

MR: O Kalú não te olha de esguelha quando apareces no trike? É que para ele está aí uma roda a mais para ser uma mota e uma a menos para ser um carro…
TIM: Às vezes (risos)… E o Kalú é motociclista há muito mais tempo, e com muito mais experiência que eu. Tem a Hornet, é vespista, etc. Mas o Kalú é hiper cuidadoso a andar de moto. É muito zeloso. Na família dele conduz-se muito bem.

MR: Quando vez um buraco não ficas baralhado com qual das rodas te deves desviar?
TIM: Sei perfeitamente. O buraco tem de passar debaixo do meu pé. É preciso é escolher o pé certo.

MR: Consegues estacionar sem pagar parquímetro aqui em Lisboa?
TIM: Nunca experimentei (gargalhada). O trike andou muitos anos em Lisboa, quando estava com o Diogo, agora, comigo, anda fora de Lisboa. Quando está bom tempo faço o percurso de Rio Maior a Santarém nele. Às vezes venho a Lisboa, mas geralmente vou mais é a Almada para o ensaio dos Xutos. Aí temos espaço de garagem, em minha casa
também tenho espaço de garagem, portanto como a moto nem tem sítio para pôr o papelinho...


TRAJECTO
O nome de baptismo de Tim é António Santos. Tim é apenas o diminutivo que o acompanha desde a infância. Nasceu em Ferreira do Alentejo, em 1960, e aos cinco anos foi para Almada, onde fez a escola primária e o liceu. Em 1978, os
Xutos & Pontapés fazem o primeiro ensaio, ainda com Zé Leonel na voz e Tim no baixo. A primeira actuação ao vivo dá-se a 13 de Janeiro de 1979 na sala dos Alunos de Apolo, em Lisboa, durante a celebração dos “25 anos do Rock & Roll”. Com 19 anos entra simultaneamente para o curso de contrabaixo no Conservatório e para o Instituto Superior de Agronomia. O ano de 1981 traz grandes mudanças nos Xutos. Saiu Zé Leonel e Tim torna-se o vocalista. “Aconteceu por acaso”, refere. Para além da música, o vocalista dos Xutos nunca deixou de estudar e em 1987 licencia-se em engenharia agrónoma. “Fiz o estágio, estive a trabalhar em Coruche, seis meses depois gravei o “Circo de Feras” e profissionalizei-me na música”. Integrou o colectivo Resistência no início dos anos 90. Fundou uma editora, a El Tatu, e realizou telediscos para, por exemplo, os Censurados. Produziu várias bandas, entre as quais, os Ex-Votos, banda do primeiro vocalista dos Xutos. Mais tarde, em 1996, foi um dos elementos dos Rio Grande, e em 2002 dos Cabeças no Ar. Lançou dois discos em nome próprio, participou em duas curtas-metragens e no ano passado representou um papel no cinema (no filme “Transe” de Teresa Villaverde). Dá aulas de baixo e guitarra no Conservatório de Música de Santarém. Esporadicamente leva aos palcos o projecto Preto no Branco onde só toca versões de músicos portugueses: de Zeca Afonso a Mão Morta, de Rádio Macau a Sérgio Godinho. Ah!… e também anda de trike!

LINKS
• http://www.umeooutro.blogspot.com
• http://www.tim-solo.net
• http://www.myspace.com/timasolo
• http://www.xutos.pt
• http://xutos-blog.blogspot.com






































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          NEHMESIS A ESTRELA DA REVOLUÇÃO MÉTRICA        
Nº70 MOTO REPORT Outubro 2007
Nos EUA – berço das polegadas cúbicas, medida tão característica das míticas Harley-Davidson – há quem ouse especializar-se na construção e transformação de choppers baseadas no sistema métrico internacional (centímetros cúbicos). Os estúdios BMS (Broward MotorSports Choppers) são talvez a elite desta nova tendência que teima em se afirmar no país considerado como o mais improvável para tal empreitada. A Nehmesis, deixou de ser uma Yamaha Road Star, para passar a ser a estrela de uma outra constelação. O resultado – além de absolutamente soberbo – firmou créditos em várias frentes e prepara-se para deixar uma legião de seguidores do conceito.

No país dos automóveis estilo “banheira” com seus motores V8, as motos customizadas não são, de todo, conhecidas por economizarem nos equipamentos, cromados, acessórios e pinturas. Muitos são os dólares investidos neste nicho de mercado. Mas até então, por razões óbvias, o alvo das mais radicais customizações era a prata da casa, ou seja, as Harley-Davidson e os seus clássicos motores como o Twin Cam 88. De há uns tempos para cá, os fãs das custom nipónicas resolveram fazer uma “revolução métrica” para exaltar as qualidades das motos com capacidades expressas no sistema métrico internacional, ou seja, em centímetros cúbicos. A bandeira dessa “revolução” é o programa de TV, “Metric Revolution”, que vai para o ar pela ESPN2, nos EUA. Cada episódio conta a história da personalização de uma moto (não-americana) feita por alguns dos melhores transformadores do país.

CO MO NASCE UMA ESTREL A
Entre as estrelas do “Metric Revolution” está a Nehmesis, baptizada com o nome do proprietário do estúdio BMS Chopper, da Flórida, Sam Nehme. Adepto dos motores em centímetros cúbicos, Sam, fundou o maior centro de customizações de motos Yamaha do mundo inteiro. O aviso deixado no seu site www. bmschoppers.com não deixa margem para dúvidas: “Nós somos exclusivamente especializados em motos métricas (desculpem-nos os proprietários de Harleys). O nosso objectivo é transformar/construir as customs métricas mais fantásticas do mercado e ainda assim garantir a fiabilidade a que esta tecnologia nos habituou.” O projecto da extraordinária Nehmesis começou quando Sam e a equipa da oficina BMS foram convidados a participar no programa “Metric Revolution”. Não havia restrições de custo e material, a única exigência era que a moto fosse projectada e construída em seis meses, prazo que Sam e seus colaboradores consideraram impossível de cumprir. Mesmo assim, com a ajuda de seus 50 funcionários, o desafio foi aceite. De uma Yamaha Road Star 1700, com zero quilómetros, aproveitaram apenas o motor, os seus apoios e a caixa de velocidades (esta por conter o número de identificação do veículo). A partir daí, tudo – com excepção da pintura e das rodas – foi idealizado e executado pela BMS. O inédito mono-braço dianteiro, feito em alumínio, consumiu muitas horas de desenvolvimento para se tornar uma realidade. Incorporado, nesta bela peça, estão dois amortecedores pneumáticos que, em conjunto com o monobraço da suspensão traseira, ajudam a erguer, literalmente, a moto até 25 cm ou baixá-la até o chão, dispensando o descanso lateral, uma vez que a Nehmesis apoia-se sobre o próprio quadro. Mas a ousadia não pára por aí. Em vez do tradicional quadro de duplo-berço com tubos na parte dianteira, a BMS criou um quadro no qual o enorme V2 de 1.700 cm³ fizesse parte da estrutura ficando assim mais visível. Por onde quer que se olhe a Nehmesis surpreende com suas soluções de engenharia. Atrás, o enorme pneu de 360 mm (mais largo que o de um Dodge Viper) da marca Vee Rubber impressiona. Foi preciso desenvolver um braço oscilante tipo mono-braço para comportar este que, até agora, é o maior pneu alguma vez usado numa moto.
Cobrindo-o está outra peça impressionante, o guarda-lamas traseiro que já traz embutido lateralmente os LEDs.
Destaque também para a embraiagem automática, que permite trocas de caixa apenas girando o punho esquerdo. Além disso, todos os cabos e fiação estão ocultos. Há ainda ou tras dúzias de curiosidades: a pinça do travão dianteiro está embutida no mono-braço; já a traseira fica junto ao pinhão-de-ataque, também escondida. Isto sem falar no refinado acabamento, com muitas peças cromadas e estilizadas, algumas até folheadas a ouro (como, por exemplo, as tampas da cabeça do motor). Os motivos de esqueletos da pintura estendem-se até mesmo na cobertura do filtro-de-ar que está bem à vista. O guiador é bastante largo. Os escapes também são directos e o banco, forrado, é só para o condutor. A injecção é electrónica e a refrigeração é a ar. Este modelo é um delirante exercício de criação sobre rodas, uma espécie de obra de arte, feita quase exclusivamente para ser admirada. Mas, se for preciso, também anda. Aliás, ela pode mesmo circular nas estradas, desde que sem muitas irregularidades, já que a sua altura ao solo não permite grandes extravagâncias.

O TR AJECTO DA ESTREL A
O que fez da Nehmesis uma moto tão especial foi o prémio que recebeu na Biketoberfest, realizada em Outubro de 2006, em Daytona Beach, na Flórida. Com a sua extrema beleza e soluções para lá de inovadoras, a Nehmesis foi “autorizada” pelo júri do Rat’s Hole (prestigiado concurso de motos customizadas) a competir na categoria de motos acima de 1.000 cm³. “Foi a primeira vez em 38 anos que eles permitiram que uma moto métrica participasse na categoria americana” ressalta Sam. Mais surpreendente que a participação foi a Nehmesis ser eleita a grande vencedora do famoso concurso. Como estrela que se preze, esta belíssima criação além de vencer o concurso em Daytona, conquistou outros prémios, como a escolha popular entre outras centenas de motos no Las Vegas Metric Revolution Show. Mas, para Sam, o prémio mais importante continua a ser o do Rat’s Hole. “Foi realmente emocionante derrotar as motos americanas construídas com base nas Harley-Davidson”, comemora o construtor. O preço não está ao alcance de qualquer um. Fruto da nobreza dos materiais, das avançadas soluções de engenharia, das 3.000 horas de trabalho e currículo de prémios entretanto conquistado, quem quiser levar esta original criação para a sua garagem terá de desembolsar perto de 250 mil dólares (cerca de 178 mil euros).

Road Star é a denominação escolhida pela Yamaha para o modelo Wild Star (ou XV 1600) no mercado americano. Crê-se que a diferença na nomenclatura esteja relacionada com o posicionamento estratégico do produto face ao seu principal concorrente: a Harley-Davidson Road King. Contudo a versão 1700 da Wild Star nunca foi comercializada na Europa. Em Portugal, até 2005 era possível encontrar a Wild Star 1600, e durante cerca de dois anos foi possível adquirir a Road Star Warrior 1700, que era um outro modelo, mais desportivo e arrojado, estilo muscle bike, criado com base no motor da retro bike XV 1700 que, como se disse, só esteve à venda nos EUA.
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          A VERDADEIRA ESCOLA - TUNING DAS "CINQUENTAS"        
Nº64 MOTO REPORT Abril 2007

O tuning das motos, tal como o dos carros, cativa quem o faz e quem o vê. Nos automóveis, os modelos sofrem “restylings”, grosso modo, a cada três anos, mas nos ciclomotores os intervalos de tempo são mais espaçados. As pessoas vão-se cansando de ver os mesmos modelos, durante anos a fio, sem alterações. Esse cansaço acumulado – de ver sempre a mesma coisa – começa então a disseminar-se um pouco por toda a parte e os utilizadores resolvem, eles próprios, iniciar um qualquer processo de transformação da sua moto. Se, por um lado, existe algum constrangimento financeiro, por outro acaba por ser ele, muitas vezes, o impulsionador para se tomar a decisão de “quitar” a motinha actual ao invés de comprar uma nova mais potente. Perde um sector do mercado mas ganha outro, o dedicado ao fornecimento de componentes de tuning. Como desafio até se torna interessante fazer com que uma “cinquenta” pareça tão bem decorada e tão desenvolta quanto uma “125”. Saiba este sector adaptar-se às novas realidades e nunca há-de morrer.

Desde finais dos anos 90 que há um declínio geral do mercado, qualquer que seja a cilindrada. A legislação não ajudou, os incentivos desapareceram, os seguros agravaram-se e a sociedade adquiriu novos hábitos. Hoje, até as bicicletas estão em declínio. As que circulam por aí são modelos de topo de gama, compradas por gente adulta que as usa ao fim-de-semana para passear calmamente ou fazer BTT. Já não vemos crianças a andar de bicicleta naturalmente. É-lhes simplesmente vedada a oportunidade de se iniciarem nesse mundo das duas rodas. Há 30 atrás, a primeira bicicleta na vida das crianças surgia por volta dos três ou quatro anos de idade. Hoje em dia, se uma criança recebe a primeira bicicleta, na melhor das hipóteses, aos 11 ou 12 anos, dificilmente irá desenvolver daí o hobby, porque já teve um percurso anterior que a impede de apreciar e dedicar atenção àquele veículo, muito menos às motos e ao seu tuning. Quando tentámos aquilatar a faixa etária dos entusiastas deste tipo muito específico de actividade, Jorge Custódio, da Motoclasse, é peremptório na sua resposta: “Infelizmente são só pessoas a partir dos 17 anos.” Explica: “Aquela faixa etária dos 13 aos 17 anos, que dantes tinha muita «pica» pelas motos, que tantas vezes se iniciava nas scooters e evoluía mais tarde para uma moto com mudanças, está a desaparecer. Por razões sociais, que vão desde a gestão das prioridades familiares, ao mito de que as motos são perigosas, etc. Muitas vezes os adolescentes estão trancados em casa
com outro tipo de actividades. Já os jovens a partir dos 18 anos, como alguns trabalham, têm mais disponibilidade financeira para desenvolverem o seu gosto pelo tuning.” E de facto esta conclusão é reveladora da importância que esta actividade tem para o sector, como, aliás, mais adiante desenvolve: “O tuning das cinquentas promove todo o sector, porque é um gosto que se cria, se desenvolve e se desmultiplica para os outros segmentos do mercado das motos, acompanhando a evolução desde a fase da adolescência até à vida adulta dos motociclistas. O que move o nosso ramo, a nível geral, são as 50cc e as 125cc. São o embrião de um gosto pessoal que perdurará e consequentemente promovem um sector inteiro a vários níveis (comércio de peças, vestuário, oficinas, eventos, etc.). Estas motos, de tão simples que são, quase que nos ensinam a andar... e a cair, o que também é importante. São o ritual de iniciação, sem o qual existirão cada vez menos motociclistas.” Habitualmente, os modelos favoritos para o tuning são, em scooters, as Yamaha Aerox e BWS, as Gilera Typhoon, Runner e NRG. Se falarmos de motos com mudanças, as mais populares são a Yamaha DT (embora as novas versões não sejam tão afamadas como as anteriores em termos de fiabilidade), as Honda CRM e NSR, Aprilia RX e RS50 Xtrema e a Suzuki RMX. Na classe 125cc, as rainhas são a Yamaha DTR e Honda NSR.

Transformar a estética ou a mecânica?
As duas coisas. Pela estética é mais fácil e o resultado mais imediato. Este tuning é cada vez mais ousado e acaba por conferir uma certa graça aos modelos que todos conhecemos, se bem que por vezes a transformação acaba por roçar o espampanante. Quanto ao tuning de potência, sempre existiu e a “malta” mais radical – que tem sempre uma costela a puxar para a competição – acaba, na medida das suas possibilidades, por se aventurar a “mexer” na mecânica. Aqui convém frisar que existe sempre um compromisso entre prestações e durabilidade. Os motores são concebidos com uma determinada fiabilidade, sujeita a intervalos de
tolerância, e quando optamos por encurtar esses intervalos, por via do incremento das três variáveis (modificações, prestações e desgaste), devemos ter consciência de que a longevidade “de origem” já não poderá ser garantida. Parte dos componentes já não são os mesmos, e os que ainda o são, encontram-se sujeitos a esforços adicionais. Todavia, o que se perde na fiabilidade, poder-se-á ganhar no gozo e na satisfação. É uma relação de compromisso como qualquer outra.

O que modificar
Vamos partir da Yamaha DT como base, por sabermos que é um modelo muito vulgar. A receita do Jorge Custódio é a seguinte: “Temos de colocá-la supermotard. Transformam-se as rodas, o estilo do guiador, suspensões, ou seja, torna-se a moto mais pequena, mas também mais encorpada, e isso vai fazer com que haja realmente uma mudança para uma estética totalmente diferente, o que muitas vezes leva a que a «cinquenta» se pareça com uma «125». Devemos transformar os aros, pelo menos à frente, de roda grande para roda pequena, ou seja, de roda 19’’ para roda 17’’. Os pneus deixam de ser cardados e passam a ser uns racing para utilização em estrada. Depois os aros devem ser em alumínio. O guiador estilo fat-bar, mais largo, requer umas abraçadeiras próprias para fixação ao “Tê”. A moto fica mais baixa, com uma maior distância entre punhos, o que a torna mais resistente e com maior sensação de aderência à estrada. Muitas vezes altera-se também o amortecedor de trás. Os guarda-lamas devem ser mais curtos para acompanharem a alteração feita ao nível das rodas. Depois há imensas carenagens que se podem adequar ao estilo dos novos guarda-lamas colocados. As micas e os farolins devem também ser substituídas de forma a ficar tudo enquadrado com a estética final. Os aceleradores também se mudam. Em vez de terem as manetes acopladas, passam a ter acelerador rápido com o curso maior. Os comandos da iluminação ficam à parte, com interruptores pequenos. As cores a utilizar variam entre o muito garrido e os verde-água ou azul-água o que atribui à moto um estilo muito diferente. Os pousa-pés deixam de ser de borracha e passam a ser de alumínio, tanto à frente como atrás, e de preferência coloridos (da cor da moto).” “Na mecânica as transformações podem ser variadíssimas. O mais comum é colocar uma cambota nova, com um curso superior, porque os cilindros que existem para o efeito são de 54/55mm, praticamente iguais aos da DTR (56mm), portanto a diferença é mínima. Esses cilindros por serem mais altos exigem que a cambota tenha um curso superior para que o pistão chegue à parte de cima e fique nivelado com o respectivo cilindro. Logicamente, é preciso alterar o carburador. Este é um componente fundamental porque a moto vai precisar de admitir mais gasolina e só o consegue com um de corpo mais largo (28mm, 30mm, 32mm ou 34mm). Outro componente importante é um rotor electrónico. Ele dá mais potência. Ideal para complementar um cilindro largo. Nessa sequência, falta também um filtro de ar cónico reutilizável para melhorar a mistura. O escape, que muito interfere no rendimento dos motores, deverá ser igualmente alterado no caso de se terem feito as modificações anteriores. Seja industrial ou artesanal, um escape é caro (entre 150 a 250 euros), pelo que devemos contar com verba para ele logo desde o início do processo de transformação. A embraiagem deixa de ser de três discos e passa a ser de quatro. Muitas vezes utilizam-se até embraiagens de modelos de competição de Cross (YZ80 ou da CR80). Mas isso é muito ousado, e em caso de necessidade de substituição é preciso vasculhar um pouco à procura de um sistema igual. A transmissão (pinhão de ataque e cremalheira) deve também ser ajustada. Provavelmente terá de ser toda nova. Mas só analisando caso a caso. Por fim, a travagem. Os discos de travão devem ser em flor porque dão um aspecto mais radical. As bombas de travão devem ser duas em vez de uma, pois se a moto vai ser muito mais potente, requererá maior prontidão ao travar”, concluiu. Bom... e após tantas dicas que aqui ficaram, indicadas por quem realmente percebe do assunto, resta-nos aguardar para ver algumas destas pequenas “grandes” motos a circular por aí, influenciadas por este artigo. Aguardamos essas fotos!

Agradecimentos: A MOTO REPORT agradece a toda a equipa da Motoclasse o apoio e facilidades concedidas para a realização deste trabalho, especialmente ao Jorge Custódio, que, mesmo engripado e atarefado, partilhou connosco humildemente os seus conhecimentos. Também uma palavra de apreço ao Hugo Faustino. Bem hajam!

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          Comentario en Las 25 verdaderas mejores películas del siglo XXI según Bedub (Parte 3 de 4) por Bedub        
Realmente es decepcionante Toni Erdmann, sólo la medio salva la escena de la fiesta. Y requiem for a dream es una película con una gran técnica pero su exagerado moralismo hastía. Y le pegó a dos de las que tengo en el post final y no tengo ninguna de animación. Saludos
          Comentario en Las 25 verdaderas mejores películas del siglo XXI según Bedub (Parte 3 de 4) por Bedub        
Muchas gracias por su respuesta, una de las películas que nombró sí la tengo en mi último post. Grandes películas realmente Oldboy y memories of murders. No se va a decepcionar con el listado final. Saludos
          Regional Roundup: Top New Features This Week Around Our BroadwayWorld 7/21 - NEWSIES, MAMMA MIA, and More!        

BroadwayWorld presents a comprehensive weekly roundup of regional stories around our Broadway World, which include videos, editor spotlights, regional reviews and more. This week, we feature Newsies, Mamma Mia!, The Book of Mormon, and more!

Check out our top features from around the BroadwayWorld below!


St. Louis: Check out video highlights from The Muny's production of ALL SHOOK UP! Set to the chart-topping hits of the King of Rock 'n' Roll, himself, Elvis Presley, and based on Shakespeare's Twelfth Night, All Shook Up follows the story of Natalie, a tomboy mechanic with a longing heart, and Chad, a mysterious, hip-swiveling roustabout who is new to town and ready to shake things up. Set in the 1950s, and filled with secret crushes, hysterical shenanigans and matters of the heart, this is one Muny production that promises to have the entire family dancing in their 'Blue Suede Shoes.'


Washington DC: Contributor Bejamin Tomchik reviews MAMMA MIA! He writes "The credit lays first, and most obviously, with Benny Andersson and Björn Ulvaeus, the Bs in ABBA. Their music and lyrics are as catchy as when they first debuted in the seventies and eighties. It is hard to find someone leaving Wolf Trap not humming their favorite song. Second is book writer Catherine Johnson for creating an original story that is playful, and naturally incorporates ABBA's songs making them feel like natural extensions of the characters and/or scenes. Director Phyllida Lloyd and choreographer Anthony Van Laast give the production a youthful energy that is a great compliment to ABBA's music. Van Laast's athletic and energetic choreography conveys the urgency of finding Sophie's father with the excitement of her wedding."


Philippines: Contributor Robert Encila reviews NEWSIES! He writes "Guevara himself has extracted a rambunctious performance from a gifted and intrepid ensemble, harnessing a collective power that defied the heavy rains that threatened to steal the glory on Saturday night [July 15] at Bonifacio High Street Amphitheatre. Fortunately, nature yielded to the man-made tempest, a savage storm forged by inspired singing, dynamic choreography, and a sizzling live band."


South Carolina: Contributor Neil Shurley reviews HAIR at the Lyric! He writes "The journey begins even before curtain time, as actors - already in character - mill around the open theatre space, creating a welcoming atmosphere as they interact with audience members and each other. The set, designed by Henry Wilkinson, consists of some low platforms, covered in blankets and pillows, with a few swaths of draped fabric in places. And as the music begins, the actors converge and undergo a small ritual in which they take a drug and the lights and music swirl more and maybe the whole evening is just going to be one long drug trip for all of us and then the "Age of Aquarius" dawns and draws us into its spell."


San Francisco: Contributor Robert Sokol reviews THE BOOK OF MORMON. He writes "A return visit does not lessen the joy of frog-on-face jokes and there's anticipatory joy in getting another dose of Elder McKinley's first-rate, tapping advice "Turn It Off," or succumbing to another "Spooky Mormon Hell Dream." The other thing you get is an opportunity to really absorb the musical riffs on other hit shows with whom Mormon has rightfully taken its place. Try to not hear the essence of "The Wizard and I," "Hakuna Matata," or "Somewhere That's Green" hinted in "You and Me (But Mostly Me), " "Hasa Diga Eebowai," and "Sal Tlay Ka Siti."


Los Angeles: Contributor Michael Quintos reviews MARY POPPINS at Musical Theatre West. He writes "It also helps that the cast is superb. Katharine McDonough---who was incredible as Eliza Doolittle in MTW's MY FAIR LADY---returns with her Brit accent and self-assured wit and confidence to play the titular nanny, who has magically arrived at Number 17 Cherry Tree Lane to assist in the care of two "adorable" children whose family life seems to be in flux. In McDonough's hands, Mary is appropriately playful yet sincere, sassy yet capable of forethought, empathy and care (McDonough is so charming that the audience didn't even bat an eye when she pantomimed having her infamous measuring tape which went inexplicably missing on Opening Night). Her every appearance as Mary is a delight and her singing voice is, indeed, practically perfect for the role."


Pittsburgh: Contributor Dylan Shaffer reviews NEWSIES at the Pittsburgh CLO. He writes "Pencil turns, pirouettes, and barrel rolls abound in this show, as large dance numbers follow one another throughout both the first and second acts. Audiences love when a stage full of actors are able to kick, jump, and step in unison, and for the most part, the cast of Disney's Newsies does this. Their synchrony is evident in the tap number "King of New York." There is no question that these boys are talented, but being a beat ahead or behind will never bode well in a group number, and the audience will notice unforgivingly."


Kansas City: Contributor Sara Brown reviews BACK TO THE 80s at Theatre in the Park. She writes "My favorite part of the show was the girls' costumes. The 80's had such defined fashion, and these girls didn't disappoint with sparkly frocks, fringe boots, and plaid skirts. Their song "Girls Just Want to have Fun," sung by Murphy, Maggie Hutchinson, Anna Hastings, and Colette Worthington, was my second favorite song in the show with their iconic dance moves."


Cleveland: Contributor Roy Berko reviews THE SOUND OF MUSIC at Playhouse Square. He writes "The little girl sitting behind me was on the edge of her seat throughout the show and, at the end, sleepily said to her mother, "I loved it!"Yes, the touring production of "The Sound of Music," is a very pleasant experience. "So long, Farewell," How long will it be before I have to "Climb Every Mountain" again? Guess as long as I'm a reviewer, "There is No Way to Stop It."


Toronto: Contributor Taylor Long reviews SHAKESPEARE IN THE PARK. He writes "Shakespeare in High Park is the perfect summer theatrical experience. Bring a blanket, pack some bug spray - hey, even pack a picnic. I was jealous at some of the picnic spreads people had prepared. Escape the bustling city and experience two of the greatest plays ever written - performed by some exceptional talent."


Regional Editor Spotlight:

Dylan Shaffer
Pittsburgh Contributing Editor

Dylan is a modern writer, producer and theatregoer in the Pittsburgh region. In the theatrical realm, he has worked in production, marketing, box office and front of house, in addition to acting, directing and stage-managing. When he is not involved with shows, either in the Cultural District downtown or in the small-town theatres speckling western PA, Dylan keeps busy on the golf course, in the community and at new and exciting restaurants.


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          Enciclopedias        
Enciclopedias

Por Edgardo Civallero

Enciclopedia. Su nombre deriva de una lectura ligeramente errónea del original griego "enkyklios paideia", que significa "educación general". Ese nombre saltó del griego al latín, y de allí a casi todas las lenguas europeas, para convertirse, más tarde, en un sinónimo de "saber general".

Las enciclopedias constituyeron uno de los cimientos más firmes de las colecciones de referencia de nuestras bibliotecas. Y, aún en un mundo dominado por muchos soportes digitales, continúan siendo el escalón inicial de cualquier investigación o acercamiento a una materia. Buen ejemplo de la importancia que tienen en la actualidad es el asombroso desarrollo y la difusión de la Wikipedia, en la cual, bajo la dirección de un equipo plural de editores, un conjunto aún mayor de contribuyentes aporta conocimientos referidos a tópicos de su especialidad.

Un proceso similar ocurrió, hace siglos, durante la elaboración de la enciclopedia más famosa en el ámbito europeo: la de Diderot y d'Alembert. Su historia no está desprovista de curiosidades. Permítanme compartirla con ustedes.

En 1728, Ephraim Chambers publicó en Londres su "Cyclopaedia", subtitulada "Un diccionario universal de artes y ciencias". Eran dos densos volúmenes in folio, con casi 2500 páginas, que pronto se convirtieron en una de las primeras –y más célebres– enciclopedias generales en lengua inglesa. Contaba con un sistema de referencias cruzadas bastante sólido y con una clasificación de los artículos por áreas de conocimiento (de las cuales el autor anotó 47). Basada en trabajos anteriores (como los de John Harris en 1704), la obra de Chambers destacó por haber sido elaborada con seriedad y buen juicio. De hecho, mantuvo su popularidad por años y fue el origen de la famosa "Encyclopédie" francesa.

La "Encyclopédie", o "Diccionario razonado de ciencias, artes y oficios" se publicó en Francia entre 1751 y 1772, con revisiones y suplementos tardíos (1772, 1777 y 1780) y con numerosas traducciones y derivados posteriores. Originalmente, pretendía ser una sencilla traducción de la obra de Chambers al francés. A tal efecto, el editor André Le Breton encargó, en 1743, la labor de traducción a un inglés residente en París, John Mills, hasta entonces un modesto escritor que había elaborado algunos textos sobre agricultura en su país natal. En mayo de 1745 –dos años después– Le Breton anunció que el trabajo estaba listo para la venta. Grande fue su sorpresa cuando se enteró que Mills no sólo no hablaba ni escribía correctamente el francés (muchos dicen que apenas lo balbuceaba), sino que ni siquiera tenía una copia de la "Cyclopaedia" para comenzar su trabajo. Un trabajo que, como supondrá el atento lector, no estaba ni siquiera iniciado.

Le Breton había sido descaradamente estafado. Lleno de rabia, buscó a Mills y le propinó tal paliza (unos dicen que con una caña, otros que con un bastón) que el "traductor" presentó cargos contra el editor a las Cortes. Estas, tras estudiar el caso, dieron la razón a Le Breton, pues, de acuerdo a su juicio, la agresión estaba "justificada por la incompetencia del agredido".

Le Breton reemplazó a Mills por Jean Paul de Gua de Malves en 1745. Entre los contratados por Malves para realizar el enorme trabajo de traducción se encontraban Étienne Bonnot de Condillac, Jean le Rond d'Alembert y Denis Diderot. En agosto de 1747, Malves fue despedido por Le Breton, debido a sus rígidos métodos de trabajo. Otras versiones explican que el propio Malves se marchó, hastiado de la labor. Le Breton contrató entonces a Diderot y a D'Alembert como nuevos editores. Y el inicial trabajo de traducción se convertiría en uno de redacción.

Diderot permanecería en su puesto 25 años, pudiendo ver su obra finalizada.

El trabajo contó con 35 volúmenes, 71.818 artículos y más de 3.000 ilustraciones. Muchas de las más grandes figuras de la Ilustración francesa colaboraron en esos artículos: Voltaire, Rousseau, Montesquieu... Louis de Jaucourt fue el contribuyente que batió el récord de artículos escritos: 17.266. Ocho por día, entre 1759 y 1765...

El mismo Le Breton se dio el lujo de escribir un artículo de la "Encyclopédie": el dedicado a la tinta negra, "Encre noire". También se dio otro lujo: el de censurar un buen número de textos, para hacer la obra menos "radical". Este hecho ocasionaba frecuentes ataques de ira de Diderot. Los recortes de Le Breton se ensañaron con artículos como "Sarracenos o Árabes" y "Filosofía pírrica"... En todos los casos, existían motivos políticos para realizar las censuras.

Los escritos de la "Encyclopédie" eran revolucionarios, debido a su enfrentamiento abierto con los dogmas católicos. De hecho, la totalidad del trabajo fue prohibido por decreto real en 1759. Afortunadamente, debido al apoyo que tenía de parte de ciertas personas influyentes –como la célebre Madame de Pompadour– el trabajo continuó "en secreto". En realidad, las autoridades civiles no querían deshacer una actividad comercial que daba trabajo a muchas personas. La prohibición fue, en realidad, una tapadera para acallar las furibundas quejas de la Iglesia.

La "Encyclopédie" se transformó en una obra célebre, tanto por sus ideas como por sus autores. Sin embargo, hubo trabajos mucho más relevantes, realizados con siglos de antelación y por parte de autores unitarios. Lamentablemente, muchas de esas obras han desaparecido, o han caído en el olvido más absoluto. Algunos ejemplos pueden ser los siguientes:

– La enciclopedia médica de 30 volúmenes escrita por Abu al–Qasim al–Zahrawi, el padre de la cirugía moderna, en el año 1000.
– La primera enciclopedia científica conocida, "Kitab al-Shifa", de Ibn Sina o Avicena, escrita entre 1000 y 1030. Poseía 9 volúmenes sobre lógica, 8 sobre ciencias naturales, 4 sobre aritmética, astronomía, geometría y música, y otros tantos sobre filosofía, psicología y metafísica.
– El "Canon de la Medicina", una enciclopedia de 14 volúmenes escrita también por Avicena hacia 1030. La obra fue referencia y modelo en las universidades europeas y musulmanas hasta el siglo XVII. En ella se presentaba la medicina experimental, el descubrimiento de las enfermedades infecto-contagiosas y un largo etcétera.
– El "Canon Masudicus" de Abu al-Rayhan al-Bisudi (1031), una extensiva enciclopedia sobre astronomía.
– La enciclopedia de 43 tomos de Ibn al-Nafis (1242-1244) titulada "El Libro Comprehensivo sobre Medicina", una de las mayores enciclopedias médicas de la historia, aunque solo unos pocos volúmenes hayan sobrevivido.

Lamentablemente, la mayoría de las grandes obras del saber islámico –cuyos conocimientos fueron precursores de los "descubrimientos" realizados en Europa mucho más tarde– desaparecieron bajo el peso de las invasiones mogolas en Bagdad, las Cruzadas o la conquista de Andalucía por los reinos cristianos hispanos. Mucho fue quemado y destruido. Solamente aquellos textos que habían sido traducidos al latín –durante los siglos XII y XIII– en centros de cultura y saber como Toledo, Segovia, Cataluña, Sicilia o el sur de Francia, pudieron conservarse para la posteridad.

Siglos después, fueron muchos los que se adjudicaron descubrimientos y pasaron a los libros de ciencia como grandes figuras, cuando en realidad esos descubrimientos ya habían sido realizados siglos antes. Cosas de la historia.

En realidad, cosas de la historia eurocentrista... "Eurotodo", diría Eduardo Galeano al respecto, titulando un texto en la página 103 de su último libro, "Espejos":

"Copérnico publicó, en agonía, el libro que fundó la astronomía moderna.
Tres siglos antes, los científicos árabes Muhayad al-Urdi y Nasir al-Tusi habían generado teoremas que fueron importantes en el desarrollo de su obra. Copérnico los usó, pero no los citó.
Europa veía el mundo mirándose al espejo.
Más allá, la nada.
Las tres invenciones que hicieron posible el Renacimiento, la brújula, la pólvora y la imprenta, venían de China. Los babilonios habían anunciado a Pitágoras con mil quinientos años de anticipación. Mucho antes que nadie, los hindúes habían sabido que la Tierra era redonda y le habían calculado la edad. Y mucho mejor que nadie, los mayas habían conocido las estrellas, los ojos de la noche, y los misterios del tiempo.
Estas menudencias no eran dignas de atención".


El mismo Galeano afirma en la misma página del mismo libro, en el texto titulado "Sur":

"Los mapas árabes todavía dibujaban el sur arriba y el norte abajo, pero ya en el siglo trece Europa había establecido el orden natural del universo [el norte arriba y el sur abajo]".

Galeano nos cuenta que la biblioteca imperial de Pekín tenía, en el siglo XV, 4000 libros en los que reunía el saber del mundo. Seis libros tenía, por entonces, el rey de Portugal.

Cosas de la historia. Cosas de la memoria. Afortunadamente, las actuales enciclopedias virtuales permiten la existencia de versiones en chino, árabe, ruso, griego, y tantos y tantos otros idiomas. Pero, por desgracia, los que sólo sabemos leer el alfabeto latino y un par de idiomas europeos tenemos que quedarnos con los artículos que nos cuentan todo desde este lado del espejo.

Vuelvo, para cerrar esta entrada, al principio. La palabra "enciclopedia" deriva del griego, y significa "educación general". Quizás algún día tengamos una "generalidad" que abarque y tenga en cuenta a todos y a todo. Tal vez ese día podamos aprender algo nuevo, diverso y realmente valioso. Mientras tanto, deberemos conformarnos con la "generalidad" de siempre.

Ilustración.

          La libertad del saber        
La libertad del saber

Por Edgardo Civallero

Cuando el ser humano tuvo memorias y necesitó transmitirlas a sus descendientes, buscando que no murieran, el saber comenzó a circular de mano en mano y de boca en boca.

Y el saber era libre. Era la base del desarrollo de cualquier sociedad. Era la información que permitía ordenar las cosechas, perseguir las manadas, curar las enfermedades y las heridas, levantar una casa o un templo, entender el orden del mundo y recordar los designios de las divinidades.

A su vez, la imaginación humana estalló en mil y una expresiones artísticas: desde la música y el canto al baile y el cuento, y desde la pintura de arena y la escultura en hueso a la talla de piedras y la confección de cestos.

Era mucho ese saber, y, debido a la lógica imposibilidad de ser recordado por una sola persona, su custodia y supervivencia comenzó a depender de grupos determinados. Así, los artistas vivieron, trasmitieron y perpetuaron sus destrezas, los agricultores las que les concernían y los artesanos, las propias.

Muchos hicieron de eso una forma de vida, y se la ganaron, pues, haciendo lo que sabían. Una gran parte del conocimiento disponible, sin embargo, continuó siendo un bien común, necesario para el progreso del grupo.

Desafortunadamente, poco a poco las cosas comenzaron a cambiar. La información comenzó a representar un factor de poder, y fue atesorada por las clases dominantes. El control del calendario –que permitía regular el éxito de las cosechas– y el conocimiento de las sustancias curativas quedaron en manos de unos pocos elegidos, que debían superar arduas pruebas para lograr poseerlo. Con la escritura ocurrió algo similar. Y así sucesivamente. Lo que en principio había sido un bien comunitario en una sociedad horizontal, pasó a ser un bien de consumo en una sociedad vertical. De hecho, quizás fuera uno de los pilares sobre los que dicha estructura piramidal se sustentara.

En la actualidad, aún somos testigos de cómo el saber estratégico se compra y se vende. Estamos tan habituados a ello –veinte o treinta siglos de experiencia nos han domesticado al respecto– que a veces no tomamos conciencia de lo dañina que tal práctica puede resultar. Nuestros médicos, arquitectos, ingenieros, biólogos y demás profesionales de las ciencias deben comprar el saber más avanzado –manejado por compañías editoriales que obtienen enormes beneficios de sus actividades– para poder formarse de manera adecuada. Los que no pueden acceder a esa información –los que no tienen recursos para ello– se ven relegados a una educación y a una capacitación incompletas, empobrecidas, carentes de actualización... Como profesionales de la información, somos partícipes de esos movimientos: al contratar una base de datos para proveer información a nuestros usuarios, estamos aceptando este sistema cruel, y, de alguna forma, permitiendo que se perpetúe.

Parece que no quedan muchas alternativas que tomar, al menos si queremos que nuestras bibliotecas sigan funcionando. Sin embargo, las hay. Los archivos de acceso abierto son un claro ejemplo de ello.

Las discusiones actuales al respecto se están centrando en los derechos intelectuales de los autores. Pocos se enteran de que tales autores apenas si ven beneficios de los desembolsos económicos que realizamos para adquirir el saber que produjeron. La mayor parte de ello queda en manos de los intermediarios, de esos que no escribieron, no investigaron, no se fatigaron, no estudiaron, sino que aprendieron como aprovecharse de la necesidad de los profesionales de publicar y difundir, y de la del resto de leer y aprender.

Esos derechos de autor se mencionan mucho más cuando se habla de música, de literatura y de programas informáticos, en especial en un medio moderno en el cual tales bienes culturales pueden descargarse gratuitamente desde Internet. Las grandes compañías se encolerizan, y recuerdan a los potenciales compradores de sus productos que con la "piratería" se está perjudicando a los artistas, a los escritores, a los músicos... Es curioso saber, sin embargo, que esos mismos artistas –excepto el mínimo puñado de grandes consagrados que tienen contratos jugosos– apenas si ven beneficio alguno.

Nos encontramos, pues, ante una situación que debe ser conocida y reconocida por todos nosotros. No se trata ya de escuchar a las grandes multinacionales ni a sus mensajeros. Se trata de saber qué es lo que ocurre realmente. ¿Por qué se vende conocimiento estratégico cuando una gran parte de la población mundial no lo puede adquirir pero lo necesita vitalmente...? ¿Por qué los artistas se mueren de hambre, sus productoras crecen cada vez más y sus productos cuestan cada vez más caros...? ¿Dónde va el dinero que invertimos en conocimiento estratégico o en bienes artísticos y culturales? ¿Va a manos de sus productores? ¿Ven ellos el beneficio? ¿Estamos alimentando a aquellos que, en nuestra sociedad, han decidido y elegido perpetuar nuestra memoria y nuestro saber? ¿O estamos dando de comer a unos zánganos que, aprovechándose de las leyes de mercado y de las del copyright, nos engañan y engordan a expensas de todos?

En reiteradas ocasiones, desde estas mismas páginas, hemos animado a la publicación de saberes académicos en forma abierta, y hemos informado sobre los distintos caminos para hacerlo. Asimismo, hemos difundido muchos documentos y recursos valiosos para ello. Hemos ido más allá, y, coherentes con nuestra manera de pensar, hemos colocado toda nuestra producción en forma de acceso abierto, libre y gratuito, como documentos de Open Access o blogs. Y es ahora cuando queremos difundir la aparición de la traducción del "Dossier Copia/Sur, la versión en español de un conocido manual –el Dossier Copy/South– elaborado por un grupo de investigación internacional y multidisciplinario. El Dossier analiza, desde varios puntos de vista, el problema del copyright, en especial en los contextos del mal llamado "tercer mundo". Estudia y expone las férreas leyes de derecho de autor, los intereses ocultos tras ellas, la visión de los productores de conocimiento, la hipocresía que se esconde tras los llamados en contra de la "piratería".

Desde estas páginas, celebramos la aparición de esos documentos. Y si bien reconocemos que es lógico y adecuado que nuestros modernos "perpetuadores de cultura" puedan ganarse la vida con lo que hacen –así lo han elegido, y son necesarios para que nuestra sociedad crezca saludablemente– también sabemos que, en la actualidad, cada vez son menos lo que pueden vivir de esa actividad. Quizás sea hora de identificar a los explotadores y de buscar alternativas que nos liberen –al menos un poco– de sus nefastas influencias y sus redes invisibles.

Ilustración.

          No hay peor ciego que quien no quiere ver        
No hay peor ciego que quien no quiere ver

Por Sara Plaza

Se van a dar cuenta en las siguientes líneas, pero aún así anoto este breve aviso para navegantes: estoy enojada mientras las escribo.

Es una de esas perezosas mañanas de domingo en las que el mundo se levanta mucho después que yo, que madrugo lo mismo todos los días de la semana. Todavía brillan los charcos en el asfalto y en algunas azoteas, restos silenciosos de la tormenta veraniega que estremeció anoche el firmamento de este rincón al sur del sur, donde todas las miradas se dirigen al norte... Quienes hoy caminamos por estas latitudes aún recorremos las rutas que trazaron aquellos conquistadores que volvieron a su casa con todo lo que pudieron robar en ellas. No se arreglarán nunca los baches de la 40 que recorre la Patagonia (esquivados con increíble parsimonia por aquel viajante que nos recogió a mi mochila y a mí en Esquel, cuando quien les escribe, con los cuatro tomos de "La Patagonia Rebelde" de Osvaldo Bayer en la mano, se fue tras las huellas de aquellos hombres que se enfrentaron a las tropas del Teniente Coronel H. Benigno Varela a principios del siglo pasado), pero pronto contaremos con un tren de alta velocidad entre Buenos Aires y Córdoba, algo así como un moderno Camino Real, que quién sabe si no tendrá parada en Potosí en un futuro cercano.

Esta indignación que siento hoy tiene que ver con la que experimenté hace un par de meses leyendo un artículo de Norman Gall, donde en un par de líneas explicaba que "[l]a mejora de los transportes hace que la gente pobre pueda recorrer grandes distancias para emigrar, hacer visitas o realizar actividades comerciales" [1]. A veces me preguntó qué es lo que analizan los analistas y en qué se basan para llegar a sus conclusiones, porque no sé cómo lo hacen para que estén tan alejadas de las opiniones y la realidad de la gente. Me pregunto si no inventarán una realidad a la medida de sus cifras y de sus porcentajes, si no tendrán mucha más imaginación que quienes somos tachados de utópicos y soñadores.

Uno no puede por menos que seguir haciéndose preguntas similares cuando encuentra "joyitas" dialécticas parecidas entre las palabras que escribió el ministro de Asuntos Exteriores y de Cooperación español, Miguel Ángel Moratinos, quien, tras finalizar una gira por el continente africano hace un mes, se expresaba de este modo:

Sin duda, África es un continente problemático, pero sobre todo es un continente vivo. Todos los días sus habitantes han de superar mil y una pruebas para sobrevivir. La gran mayoría lo hace con una sonrisa amplia y sincera, que se refleja en los peinados ensortijados, en los ojos imantados y en unos cuerpos elegantes que desatan su ritmo cuando la música irrumpe. Ese movimiento se traslada a todo el continente. Un continente deseoso de toparse con la felicidad. Todo está condicionado a su búsqueda. Esa fuerza interior explica el alto nivel de sacrificio y de sufrimiento de la gran mayoría de los ciudadanos. [2]

Desde entonces me pregunto si no será que a los ministros de exteriores, cuando visitan el interior de un continente, les colocan algún tipo de lente a través de la cual perciben una realidad que en nada se parece a la que viven realmente sus habitantes. Me pregunto cómo saben ellos que las sonrisas que ven a través de las ventanillas de sus autos blindados son o no sinceras, cómo pueden afirmar tan irresponsablemente que millones de personas hambrientas, enfermas, rodeadas de miseria y en medio de interminables guerras, se ponen a bailar en cuanto suena la música. Me pregunto de dónde se sacan que el sacrificio y el sufrimiento son los motores para encontrar la felicidad...

Ese mismo día, hallé en las opiniones que el escritor Antonio Muñoz Molina vertía sobre la película "Cuatro meses, tres semanas, dos días", muchísima más verosimilitud que en los comentarios de las dos "autorizadas" fuentes que les acabo de mostrar:

... yo ahondaba mi percepción de esas dos vidas jóvenes zarandeadas por el infortunio y el miedo, salvadas por una fraternidad que está hecha de inocencia y coraje, de una rara aleación femenina de fragilidad y fortaleza. Atravesaba con ellas la noche sórdida de una tiranía, y no hacía falta que se vieran uniformes o se escucharan declaraciones políticas para sentir en la nuca el frío de una vigilancia despótica, y en los hombros toda la pesadumbre de un régimen cuya mayor crueldad parece que acaba siendo su desolada duración. Hay vidas que son fulminadas por la saña quirúrgica de los ejecutores: otras, la mayoría, van siendo envilecidas a lo largo de los años por dosis diarias de sumisión y conformidad, se van deteriorando como los edificios mal hechos y los coches viejos que permanecen en uso, se gastan y ensucian como el papel pintado de las habitaciones que nadie cuida. [3]

No dejo de hacerme preguntas y trato de hallar unas pocas respuestas, de buscarlas al menos, mientras sigo avanzando subida a un colectivo, navegando entre las páginas de un libro o de un diario, charlando con quienes me rodean, escribiendo a quienes están lejos, y por eso me disgusto tanto cuando las encuentro tan insatisfactorias como las de Gall o Moratinos. No hablo de que sean ciertas o no, hablo de que me permitan seguir indagando, curioseando, aprendiendo, criticando. Y las explicaciones de esos dos señores son tan superficiales que uno no puede tomárselas en serio. Sobre ellas no se puede construir nada, y mucho menos algún conocimiento válido. Lo que me preocupa de veras es que esas respuestas sean los cimientos de nuevos proyectos de cooperación y desarrollo. Porque sobre apoyos tan débiles no veo cómo podrán edificar su presente y pensar en su futuro los hijos de quienes vivimos en países y continentes con unas heridas tan profundas como las que todavía sangran en América Latina, África o Rumania.
[1] Norman Gall es el director ejecutivo del World Economy Fernand Braudel Institute de São Paulo. La cita pertenece al artículo "El olvidado progreso de América Latina", publicado en la edición internacional de EL PAÍS, sábado 19 de enero de 2008.
[2] En el artículo "Una mirada a África", publicado en la edición internacional de EL PAÍS del sábado 9 de febrero de 2008.
[3] En el artículo "Regreso al cine", publicado en el suplemento "Babelia" de la edición internacional de EL PAÍS del sábado 9 de febrero de 2008.

Ilustración.

          Comentario en CAYENDO HACIA EL CIELO por dondenadie        
Mas que todo quiero decir que he visto TV peruana (Panamericana, para ser mas especifico) y realmente uno se da cuenta de que en Peru son mas faranduleros que en Colombia, todo lo vuelven un problema y un bonche eterno, mas que todo porque (no lo tome como ofensa) en Peru se le vive dando mucha importancia, como en Colombia, a los lios matrimoniales de algun famoso, alguna telenovela idiota, y un genero salido del culo (lease, tropipop). PDA: Viejo, yo tambien me llamo luis PDA: Saludos a Peru!!!!!
          Realms of Arkania Star Trail-CODEX        
Release Description: The united orc tribes attempted to invade the region of Thorwal, but a group of valiant adventurers thwarted their plans during their previous quest. Now the orcs have regrouped and attacked other, more vulnerable areas – Lowangen is occupied and half the Svellt Valley lies in ashes. An elf ambassador summons the party […]
          Perfume CH Marine: Carolina Herrera contra o Câncer de Mama        
Perfume da Rosa Negra
From Perfume, we return!






A renomada estilista Carolina Herrera sempre foi uma dama em vários quesitos, da elegância ao estilo, dos negócios na moda e  na perfumaria às causas socialmente responsáveis. Somente uma mulher fabulosa capaz de compreender a mulher em sua essência e valorizá-la em sua beleza e autoestima poderia, com propriedade, apoiar uma iniciativa tão nobre como a SER, uma campanha social  global, de origem Latino Americana, criada pelo Sony Pictures que visa a apoiar pacientes, familiares e amigos no combate contra o câncer de mama, com o fomento de uma comunidade solidária sobre o tema, capaz de prover suporte emocional e informações relevantes sobre esta enfermidade.









Neste ano, o lançamento da edição limitada do Perfume CH Marine é muito mais do que uma nova fragrância ao consumidor, ele é o resultado de como uma marca de grande porte, credibilidade e influência como Carolina Herrera tem o poder de fazer as mudanças que queremos na sociedade, mudanças morais que estão acima de interesses financeiros e comerciais.  A inspiradora iniciativa é um gesto simples e bonito mas não é qualquer boa ação de responsabilidade social. A ideia por si só é magnífica, a de unir o engajamento e a solidariedade com criação de uma fragrância que exala mar azul-turquesa,   frescor e energia em um bouquet floral com duas das mais belas flores do Feminino: o jasmim e a rosa.  Ã‰ uma iniciativa também muito coerente com o universo da mulher, que gosta de se perfumar, que se ama e se cuida, ou seja, o perfume acaba sendo um item de beleza adequado para uma campanha contra uma doença que impacta tanto a autoestima das pacientes. O perfume é um produto que evoca uma feminilidade e faz a mulher se sentir divina. A bordo de CH Marine, a mulher embarca em uma viagem perfumada com apelo  olfativo marítimo e floral, porque realmente o mar leva a uma jornada para uma vida mais blue, de frescor e paz, de cura terapêutica do corpo e da mente, na qual o cheiro das flores é o anseio pelo perfume da natureza,  pela beleza da vida e todo o seu bem estar.





A fragrância é bem delicada e agradável, com um composição de cítricos e florais, muito recomendada para uso diário e em períodos de Verão. A saída é deliciosa e viciante com o cítrico frutal do grapefruit e da bergamota que dão o tom conceitual e olfativo de perfumes bem leves e femininos que lembram a brisa do mar azul Italiano e de dias mais ensolarados com novas esperanças de renovação, como por exemplo Dolce Gabbana Light Blue.  Logo de início, o perfume dá também a sensação refrescante de flores molhadas com deliciosos pedaços de polpas de frutas cítricas, tudo muito suave. Também a fragrância demonstra ter um cheiro refinado para a estrutura olfativa em questão, o que evidencia que assim como a versão tradicional de CH, CH Marine também carrega em si um traço de luxo casual, mantendo inclusive uma base que valoriza mais o aspecto clean do musk com o sândalo. De maneira geral, no desenvolvimento, o perfume é mais inclinado às rosas com musk, com uma reminiscência fresca e frutal, muito leve e com mediana fixação. O couro não é tão perceptível, mas percebe-se que faz parte do resultado final pois aquece a pele e dá uma sensação de conforto no drydown, principalmente por ser uma excelente nota de efeito fixativo quando combinada com florais de bases musk,  levemente animálicos.






Para completar a bela iniciativa SER e Carolina Herrera, o frasco mantém o mesmo formato do CH, porém com delicados traços cor de rosa, bem femininos  e angelicais. A embalagem acompanha as 7 razões para sorrir, que são frases inspiradoras criadas na campanha para cada dia da semana, e folheto explicativo como realizar o auto-exame de mamas, desta forma, formando um belo produto de perfumaria com responsabilidade social, que exala um cheiro de amor, esperança, paz, cura e solidariedade.


7 razões para sorrir todos os dias


Um pensamento positivo, uma piscada, um abraço sincero.
Uma mensagem de apoio para aqueles que a necessitam.
Um novo tratamento, um passo adiante.
Uma olhada no espelho me faz lembrar o quanto sou linda.
Saber que você não está sozinha, muita gente está lutando contigo e por você.
A satisfação de ser vitoriosa
O entusiasmo de compartilhar a vida com nossos entes queridos e desfrutar de tudo o que está por vir



Link da iniciativa SER no Facebook




Perfume: CH Marine
Versão: EDT
Gênero: Feminino
Notas de saída: Laranja amarga, bergamota e grapefruit da Flórida
Notas de coração: Jasmim e rosa búlgara
Notas de base: couro, sândalo e Musk Transparente

O melhor da fragrância: Frescor floral que não é tão propriamente aquático. Apresenta-se como um floral delicado e gostoso de usar, bastante versátil para épocas quentes.


O pior da fragrância: É um EDT, desenvolvimento ainda linear e mediana fixação . Precisa ser reaplicado na pele no decorrer do dia. Seria recomendado haver versões de 30 ml e 50 ml. Disponível somente em 100 ml.

Poder de fixação: 5 a 6 horas.

Sillage: baixo


Drydown: Floral musk

Recomendado: Mulheres que apreciam fragrâncias florais e frescas bem discretas, com base musk.


Avaliação Perfume da Rosa Negra





Perfume Review by Cristiane Gonçalves for Perfume da Rosa Negra
Créditos Foto Carolina Herrera: Estilo 






          463 - Crónica 416ª Reunión Oficial de Tejedores Madrid Knits (viernes, 17 de febrero de 2017)         
Crónica escrita y fotografiada por Cris F.

El pasado viernes por la tarde hizo buen tiempo, con unas temperaturas bastante agradables; nada que ver con el frío helador que hace por las mañanas cuando salgo de casa a las siete y pico. A mí me pareció que incluso olía ya un poquito a primavera. ¡Qué ganas tengo de que llegue! Todavía toca esperar, pero seguro que a partir de ahora iremos notando los cambios cada vez más.

No sé si fue precisamente por el buen tiempo que hacía, que quizás invitaba más a pasear por la ciudad, pero lo cierto es que fuimos pocas las que nos animamos a ir al Starbucks para pasar la tarde juntas haciendo punto.




 Poquitas, poquitas, como podéis ver....




Aunque ello no significa que lo pasáramos mal, ¡qué va! Afortunadamente siempre hay algún tema del que hablar, y no nos aburrimos en ningún momento.

A media tarde se unió a nosotras Silvia, cuyas obligaciones profesionales le impiden llegar antes pero que no tiene pereza y casi todos los viernes viene un ratito a estar con nosotras.




Rebeca nos contó que, como estaba aburrida del jersey Albion de Michele Wang (que todavía no ha terminado), se había tomado un descanso y había empezado un gorro, también para su chico, con los colores de la diana de tiro con arco para que no pasara frío practicando este deporte en pleno invierno al aire libre. Dijo que su chico vaticinaba que el gorro haría furor entre los socios del club de arquería y que tendría muchos encargos...




... pero si es así, Rebeca se va a hacer mucho de rogar porque no le da la vida y está deseando hacerse algo para ella misma. ¡Di que sí, Rebeca! Que hay mucho abusón por ahí suelto, y si empiezas a tejer algo para uno, tienes que hacerlo para los demás también y no acabas nunca.

João estuvo tejiendo unos calcetines para su hijo según lo aprendido en el Taller de Calcetines de Siona. Era su segundo par y le iba a poner la puntera, el talón y el elástico de otro color. Las lanas utilizadas son de Ama la Lana, concretamente la WYS Aire Valley Aran en color verde y la Drops Nepal en naranja. Esperaba acabarlos pronto:




Aprovecho para mostraros el jersey que João llevaba puesto el viernes; se trata del
Lightweight Raglan Pullover de Purl Soho que había acabado unos días antes. Es un jersey que gana mucho, una vez puesto. ¿A que le sienta de maravilla?




Aquí os lo enseño por detrás también:




Almudena estaba contenta porque al final había encontrado la manera de hacer el entredos a juego con la puntilla del almohadón. Confiaba en acabarlo pronto, porque realmente no contaba ella con esa labor. Seguro que sí, Almu, el almohadón quedará precioso y habrá merecido la pena tanto trabajo:





Pilar nos contó que había deshecho la labor de la semana pasada porque no le convencía, y que había escogido otras lanas en blanco y negro para hacerse otro modelo. !A ver con qué nos sorprende esta vez! Seguro que el viernes que viene nos presenta la labor terminada, pues así de rápida es ella:




Silvia estuvo liada con las mangas del Fox Sweater de Drops; se estaba acercando a la sisa, según nos contó, y tenía que retomar el calado que el jersey lleva en los puños, asunto un poco complicado porque había ido aumentando puntos a lo largo de las mangas y tenía que casar los dibujos en la misma vertical que los de los puños. Estuvo divagando con las demás chicas y al final tuvo una idea de cómo hacerlo. Pronto sabremos si queda bien:




Aquí me veis a mí, Cris F., liada con el cuello de la chaqueta Naima. No me había cundido nada porque hasta ahora solo estoy trabajando en esta labor los viernes en el Starbucks. En mi casa sigo con el jersey Eclipse; no me lo llevo al Starbucks porque lo estoy tejiendo en color negro, necesito muy buena luz y en el Starbucks no la hay. A ver si lo acabo pronto (estoy a punto de empezar las mangas) y puedo seguir a todo gas con la chaqueta, pues me gustaría estrenarla antes de que empiece a hacer calor: 



¡Gracias por hacerme la foto, Rebeca!

Y hasta aquí he llegado hoy. El tiempo vuela y ya queda menos para que nos reunamos la próxima vez. Será el

Viernes, 24 de febrero de 2017
Lugar: Starbucks, C/Pedro Teixeira, 8 (esq. Avda. Brasil)
Horario: 17.00 a 21.00 h

          CARL GUSTAV        
La domanda decisiva per l'uomo è questa: è egli rivolto all'infinito oppure no? Questo è il problema essenziale della sua vita. Solo se sappiamo che l'essenziale è illimitato, possiamo evitare di porre il nostro interesse in cose futili, e in ogni genere di scopi che non sono realmente importanti. Altrimenti, insistiamo per affermarci nel mondo per questa o quella qualità che consideriamo nostro possesso personale, come il "mio talento" o la "mia" bellezza. Quanto più un uomo corre dietro a falsi beni, e quanto meno è sensibile a ciò che è l'essenziale, tanto meno soddisfacente è la sua vita: si sentirà limitato, perché limitati sono i suoi scopi, e il risultato sarà l'invidia e la gelosia.(...) In ultima analisi contiamo qualcosa solo grazie a ciò che di essenziale possediamo e se non lo possediamo la vita è sprecata. Anche nel nostro rapporto con gli altri uomini la questione decisiva è se si manifesti o no un elemento infinito. (...) In un'epoca che tende esclusivamente e a ogni costo ad ampliare lo spazio vitale, e ad accrescere la conoscenza razionale, è suprema esigenza essere coscienti della propria unicità e dei propri limiti. Unicità e limitazione sono sinonimi. Senza di essi non c'è percezione dell'illimitato - e, conseguentemente, neppure presa di coscienza - ma soltanto l'illusione di identificarsi con esso, illusione che si manifesta nell'ebbrezza delle grandi cifre e del potere politico assoluto. (...) Per quanto ci è dato conoscere, l'unico significato dell'esistenza umana è di accendere una luce nelle tenebre del puro essere. Si può benissimo supporre che, come l'inconscio agisce su di noi, così lo sviluppo della nostra coscienza agisca sull'inconscio.

 Carl Gustav Jung   "Ricordi, Sogni, Riflessioni"  1961
          What leadership really means        
This week, I had the opportunity to share some things my district is doing to move its way into the realm of virtual and blended learning. We have made some strides, but we have a long way to go before … Continue reading
          MOONLIGHT        


Título: Moonlight
Título original: Moonlight
Dirección: Barry Jenkins                  
Guión: Barry Jenkins, Tarell McCraney     
Reparto: Mahershala Ali, Shariff Earp, Duan Sanderson, Alex R. Hibbert, Janelle Monáe, Naomie Harris, Jaden Piner, Herman 'Caheei McGloun, Kamal Ani-Bellow, Keomi Givens, Eddie Blanchard, Rudi Goblen, Ashton Sanders, Edson Jean, Patrick Decile
Idioma original: Inglés
Duración: 111 min
País: EEUU
Fecha de estreno: 10 de febrero del 2017


'Moonlight' es una historia atemporal de relaciones humanas y autodescubrimiento, que narra la vida de un joven que crece en los suburbios de Miami, desde su infancia hasta la edad adulta. Un retrato vital de la vida afroamericana contemporánea que resuena por su profundidad y sus verdades 

.....Dicen por ahí... muchas cosas, demasiadas. Y todos las decimos aunque no siempre bien, aunque no siempre se entiendan; o aunque lo que queramos decir sea algo tan etéreo como para no poder ser descrito. La cualidad de 'Moonlight', su valor diferencial, es que no es una historia que contar... es una historia que experimentar, capaz de transcender de aquello que se pueda decir. Tan pequeña, tan irrelevante como la vida misma de un cualquier otro que no sea uno mismo, del color que sea y/o quiera ser, y en cierta manera tan insignificante como lo puede ser un premio, el Óscar, en no pocas ocasiones un cincel para opiniones de todo tipo, color e interés bienintencionados y no tan bienintencionados.

Dicen por ahí... muchas cosas, demasiadas. Todos las decimos aunque ni siempre merezcan la pena ser dichas, ni siempre lleguen a manos de las personas indicadas. 'Moonlight' ni es ni deja de ser una gran película, ni es ni deja de ser una película "importante", "necesaria" o cuantos calificativos con los que queramos "marcarla" para su fácil y rápido consumo. Ahí, y no en ninguna otra parte, es dónde la cinta de Barry Jenkins encuentra la valía que tiene, sea cual sea dentro de su condición de "rareza" a reposar convenientemente. Allí es dónde se erige en un filme que merece la pena ver por cuanto se escapa de la apariencia de lo habitual, por cuanto se diferencia de cualquier cosa que pueda decirse de ella que no sea verla, simplemente.

Tan sencillo, estimulante y banal como eso.

Porque la vida no es sino una suma de momentos al final de la cual no hay una IMDb que nos la catalogue ni un Óscar que tiña de satisfacción o no lo que, sencillamente, es una cuestión emocional de cada cual. Eso es 'Moonlight'. O algo que se le parezca.(EL SEPTIMO ARTE).

La originalidad nunca radica en el fondo, sino en la forma. Existe una cantidad limitada de historias que pueden ser contadas, aunque, claro está, las maneras de hacerlo sean infinitas. El inesperado Barry Jenkins (¿alguien vio su ópera prima de 2008, 'Medicine for Melancholy?' Yo tampoco) nos ha arrojado a la cara una obra innegablemente mayor desde la más desarmante de las pequeñeces. De esas que a veces encienden los espíritus de cierta masa durmiente de espectadores sensibles, que activan los detonadores de superlativos ansiosos por ser esgrimidos, llaman a la unanimidad y engendran proles enteras de conversos.
Ahora bien, lo ha logrado recurriendo a uno de esos relatos de siempre: el coming of age, lo iniciático, vaya. Bajo su mirada certeramente impresionista, sin asomo de afectación, y gracias a un pulso forjado a partir de una sensibilidad audiovisual más de cincel que de escoplo, cristaliza en algo único, minúsculo y enorme a la vez, refractario a la categorización fácil: costaría poco, a saber, un 'Boyhood' (Richard Linklater, 2014) negro y gay. Su película es una de esas raras piezas de sabor único, belleza quebradiza y carácter renuente a la generalización. Privilegiando el destello antes que el fulgor, la degustación del momento en vez del redoble de timbales, el gesto y no la postura, 'Moonlight', más jardín de detalles que parque temático, entra en esa categoría de película- experiencia, del que no te la cuenten, tan raramente justificable fuera de la pura mercadotecnia.(FOTOGRAMAS).

Tres momentos, una vida. Little, Chiron, Black, son los tres nombres con que es conocido un afroamericano en distintas etapas de su devenir: siendo un niño a las puertas de las adolescencia, como un adolescente en el umbral de la juventud, y convertido en joven recién ingresado en la edad adulta.
Chiron, su nombre real, vive en el conflictivo barrio de Liberty, Miami, donde la población es presa fácil de las drogas, por consumirlas o traficar con ellas. Su madre es adicta al crack. Él tiene problemas de autoestima, es un chico sensible y frágil, sus compañeros de colegio, cruelmente, le insultan llamándole maricón. Tiene dudas de si es homosexual, y nadie le ayuda a afrontarlas. Vive solo con su madre, y le toma bajo su protección Juan, camello de origen cubano, que vive con su novia Teresa, y que conforman una especie de segunda familia más acogedora, pero no menos problemática. En el colegio, sólo parece sentirse a gusto con Kevin, pero realmente la confianza parece imposible, sobre todo cuando los matones acechan. Con este panorama debe forjar su carácter, madurar.
Drama sorprendentemente sólido del hasta ahora desconocido Barry Jenkins, también guionista, que ha combinado elementos biográficos propios, con otros del responsable de la idea original, Tarell Alvin McCraney, quien había concebido un germen de obra de teatro que iba titularse "A la luz de la luna los niños negros parecen azules-tristes". Llama la atención el verismo de la dura trama, y la inteligencia con que se evita vender ideología, una tentación que de haberse materializado habría rebajado notablemente la fuerza de la historia. Así, dejando algunas puertas abiertas a la interpretación, al jugarse la carta de la ambigüedad –no hay que resolver todas las dudas, dar todo mascado–, sobre todo somos testigos de la dolorosa confusión del protagonista a la hora de crecer en un entorno donde se encuentra básicamente solo, no puede hablar y desahogarse. Es curioso, porque muchos personajes son conscientes de sus tristes carencias y contradicciones a la hora de plantearse ejercer a modo de padre, de madre, de amigo, y su impotencia, propiciada por la marginalidad donde se desenvuelven, acaba clavándose de modo fuerte en el ánimo del espectador. Ello sin estridencias, en un hábil juego de emociones contenidas.
Jenkins rueda con elegancia, visualmente muestra poderío, y su numeroso plantel de actores lo hace estupendamente, increible casting afroamericano. Tenemos al protagonista, encarnado por tres actores muy naturales –Jaden PinerAshton SandersTrevante Rhodes– pero también a los secundarios, más conocidos, Naomie Harris â€“la madre–, Mahershala Ali â€“el camello Juan–, Janelle Monáe â€“una actriz que empieza a despuntar–, donde los dos primeros tiene algunos momentos desgarradores, realmente memorables.(DE CINE 21).

          LA CIUDAD DE LAS ESTRELLAS (LA LA LAND)        



Película: La ciudad de las estrellas: La La Land. Título original: La La Land. Dirección: Damien Chazelle. País: USAAño: 2016. Duración: 128 min. Género: Comedia dramáticamusicalromance. Interpretación: Emma Stone, Ryan Gosling, Finn Wittrock, Rosemarie DeWitt, J.K. Simmons. Música: Justin Hurwitz. Estreno en España: 13 Enero 2017. Calificación por edades: Apta para todos los públicos.


La película empieza como todo en Los Ángeles: en la autopista. Aquí es donde Sebastian conoce a Mia, gracias a un desdeñoso claxon en medio de un atasco, que refleja a la perfección el estancamiento de sus respectivas vidas. Los dos están centrados en las esperanzas habituales que ofrece la ciudad. Sebastian intenta convencer a la gente en pleno siglo XXI de que les guste el jazz tradicional y Mia solo quiere acabar por una vez una prueba de casting sin que la interrumpan con un “gracias por venir”. Ninguno de los dos espera que su inesperado encuentro les va a llevar por un camino que jamás habrían podido recorrer solos.

“Not quite my tempo”. Si alguna vez lo fue, no es este precisamente el mejor momento para creer que los sueños se cumplen, para sincronizarse con expectativas vitales demasiado halagüeñas. Pero ahí está siempre el musical, inasequible al desaliento del público perezoso, que aparece por Hollywood periódicamente con su abrasivo poder de apelar al revival nostálgico, capítulo Clásicos Revisitados, ganando la partida a base de abrumarnos con su grandilocuencia (Los miserables),su despliegue de luz (Mamma Mia!) o su aparatosidad (Chicago, Nine). Incluso en su vertiente de estudiada rebeldía,el musical a contracorriente (Todos dicen I Love You, Bailar en la oscuridad, Hedwig…) busca siempre un milagro. Pero, ¿cree el espectador del siglo XXI aún en los milagros? Hollywood piensa que sí, y Damien Chazelle se apunta al voluntarismo. Los milagros sólo existen si hay gente dispuesta a creer en ellos. Esto es cine del espíritu, ese que confronta la parte íntima del espectador con sus ilusiones y le pone ritmo al saldo negativo resultante.
Chazelle, con maneras de chico prodigio que se hace pasar por tu colega (algo que ya generó haters en Whiplash) consigue que el buen rollo no llegue nunca a dar mal rollo. Estamos (esto sigue siendo Hollywood) ante un intento de rehabilitación del sistema (la casta), que sabe incluir píllamente las autocríticas. Nada funciona ahí fuera, pero todavía podemos ser felices. Algunos dirán que es adocenamiento, mainstream o un engaño capitalista más, otro lavado de cara, un canto a los (maravillosos) anuncios de Coca-Cola de los 80. Seguramente, pero asumámoslo pronto: como trampantojo de musical a contracorriente, es perfecto. Un artilugio formidable, un vendaval de encanto arrollador no apto para prejuiciosos. Para empezar porque, volviendo a Whiplash, retrata con humor (nota mental: jamás unir samba con tapas) y música el miedo al fracaso (y no tanto la búsqueda del éxito, como antaño) a través de una historia de amor de gente con talento, otro de los mantras del director y guionista. Para continuar, porque música y coreografía, esenciales, son de una distinción apabullante, incluso en medio de un atasco. O tal vez por eso. Y, para acabar, porque hay truco: da un revolcón al concepto de final feliz. Apelando al jazz, estas Melodías de Hollywood trasladan inteligentemente, como Coppola llevándose Corazonada a Las Vegas, el rito del musical clásico (esencialmente unido a Nueva York y Europa) a la Costa Oeste. Había musicales en los estudios (Cantando bajo la lluvia lo sublimó), pero La La Land convierte el paisaje imposible de Los Ángeles en el mejor No Lugar para replantearse el género con apariencia low cost. De la mano de unos tan intensos como afortunados Stone y Gosling, carismáticamente reunidos en una función a dos, combina cheek to cheek el alma del musical optimista con la profunda desolación tapizada de terciopelo, resacosa de champán barato en Nochevieja de la contundente New York, New York de Scorsese. Oh, milagro, saldrás del cine bailando y lo proclamarás al mundo cantando. Luego te irás dando cuenta de que, a la postre, este extraordinario musical pone en duda el triunfo del amor con una sonrisa. La La Land tararea nuestro fracaso.(CINEMANIA)

Una de las mejores películas que vamos a ver este año. Lección de cine.
Normalmente no me interesa el cine musical, pero tengo que reconocer que desde su arranque esta película me enganchó y a medida que avanza en su desarrollo crece hasta convertirse en una de las mejores películas del año que ahora acaba de empezar. Tiene además el ADN de la película nominada a los Oscar y muchas papeletas para ser una de las ganadoras. Me dio la impresión de que Damien Chazelle, que ya nos había sorprendido muy gratamente con su trabajo en Whiplash, ha conseguido todo aquello que se propuso lograr, pero no logró, Francis Coppola con una de sus películas más arriesgadas pero peor comprendidas en su momento: Corazonada.
Chazelle, como Coppola, cabalga el peligroso y a veces indomable caballo del homenaje al cine clásico de Hollywood en su variante musical, pero en mi opinión lo que le da ventaja sobre el director de El Padrino es que está liberado de intentar servir al mismo tiempo a un intento de aplicar la novedad tecnológica que inevitablemente se convirtió en el protagonista y el peor enemigo de Corazonada. Chazelle está más centrado en los personajes y la historia como vehículos para sacar adelante una visión al mismo tiempo homenaje y de guiños a títulos clásicos del género como Cantando bajo la lluvia, Un americano en París o Melodías de Broadway, sin por ello perder la oportunidad de elevar la propuesta de su película más allá de los lastres habituales de la fórmula del género, chico encuentra chica, para convertirla en una lúcida reflexión sobre los juguetes rotos del mundo del espectáculo y todo lo que queda en el camino en la persecución de la fama y el éxito. De manera que puede trabajar sobre los esquemas de la comedia romántica sin caer en la trampa de la ingenuidad o las falsas fórmulas de la misma y al mismo tiempo les saca todo el jugo como pretexto para desplegar una ácida y crítica mirada al mundo del espectáculo en Estados Unidos, servida además con un despliegue de talento visual absolutamente arrollador.
Chazelle cuenta además con dos aliados en este proyecto que dos sólidos pilares sobre los que construir su catedralicia intentona de cubrir todos los aspectos esenciales que hicieron grande al género musical en el cine clásico del Hollywood dorado pero además le permiten instalar en el relato cierto tono agridulce que explota brillantemente en los últimos momentos del relato, cuando Emma Stone y Ryan Gosling ponen broche de oro a su trabajo en este largometraje que está a la altura de los mejores clásicos del género que homenajea y al mismo tiempo nos permite mirar el mismo de una manera más madura y adulta, menos escapista, incorporando a través del personaje de Gosling y sus diálogos esa crítica a la capacidad para rendir homenaje superficial a tantas cosas sin llegar a apreciarlas realmente que tiene no sólo la industria audiovisual estadounidense, sino por extensión toda nuestra sociedad actual.
Una muy buena película.(ACCIÓN DE CINE).

Entre los varios modos posibles de enfrentar a cuantos cineastas existen, uno particularmente crucial (y que menos importa al público, la verdad) es aquel que distingue a quienes basan su estilo en la puesta en escena de aquellos otros que llegan a él mediante el montaje. Con 'Whiplash' (2014), Damien Chazelle logró convertir su materia prima (es decir, lo escrito, filmado e interpretado) en oro de posproducción algo cuestionado desde el rigorismo antiefectista y pro verdad. Bien distinto es lo que hallamos en su nuevo film, todo un canto (y nunca mejor dicho) a la acción continua y al ilusionismo escénico. Una reivindicación del complicadísimo arte de conseguir que todo fluya ante la cámara siguiendo unos muy precisos patrones rítmicos y tonales, pero sin dejar de exudar tanta magia (engañosamente espontánea) como (irreal) veracidad.
Estamos ante una metódica, a ratos fascinante, recuperación de la alquimia formal del musical clásico, que se afana en negar esa posmodernidad de sala de edición omnipresente en el género desde hace un tiempo.(FOTOGRAMAS)

......Como si el CinemaScope se hubiera inventado ayer; como si lo cursi fuera en realidad cool (y así es); como si el flare azul fuera el complemento perfecto para el aroma a celuloide quemado. La adoración hacia la tradición es sólo comparable al compromiso para con el futuro. Modernamente clásica, o clásicamente moderna (qué más da), 'La La Land' es una maravilla de la coreografía, del plano secuencia (el primero de ellos mantuvo la boca abierta de quien escribe durante exactamente cinco minutos y medio) y de las notas como raíles en una montaña rusa emocional irresistiblemente encantadora. Damien Chazelle, consciente de que no se puede contagiar la pasión si ésta no se siente en la misma piel, vuelve a entender mejor que nadie que no hay sentidos que se complementen mejor que la vista y el oído. El que banda sonora y guión sean prácticamente lo mismo (algo que ya se daba en 'Whiplash') por supuesto no es fruto de la casualidad. "No sólo hay que escucharlo, también hay que verlo", le dice Sebastian a Mia en una escena del film. Se refiere al jazz, pero en un meta-guiño que no por obvio deja de ser bello, no es difícil imaginarse al propio Chazelle pronunciando las mismas palabras, refiriéndose ahora a una certeza que con él adquiere una nueva (?) dimensión: No hay cine sin música... y por lo visto, tampoco puede haber música sin cine. No es conveniencia, es puro flechazo. Es, ni falta hace decirlo, la auténtica historia de amor que alimenta "La ciudad de las estrellas", ese atasco gigantesco, lleno de insensatos que se atreven a soñar. "Es algo conflictivo, comprometedor y muy, muy excitante". De nuevo, lo dice Sebastian... y Chazelle, claro, a través de un cine que igualmente hace soñar.(EL SEPTIMO ARTE)
          HASTA EL ÚLTIMO HOMBRE        




Japón, 1945. Desmond Doss (Andrew Garfield), un hombre contrario a la violencia, se alista en el ejército de EEUU para servir como médico de guerra en plena II Guerra Mundial. Tras luchar contra todo el estamento militar y enfrentarse a un juicio de guerra por su negativa a coger un rifle, consigue su objetivo y es enviado a servir como médico al frente japonés. A pesar de ser recibido con recelo por todo el batallón durante la salvaje toma de Okinawa, Desmond demuestra su valor salvando a 75 hombres heridos consiguiendo el respeto de los soldados.

Llevaba mucho tiempo Mel Gibson sin dirigir, pero ha vuelto fuerte con una buena película sobre un objetor de conciencia condecorado en la Segunda Guerra Mundial. La película funciona muy muy bien, sobre todo cuando llega a la parte bélica, la trama es la de cualquier biopic, pero Gibson le da aquí su toque, rodando impresionantemente la batalla de Hacksaw Ridge, sin duda una de las mejores escenas de guerra de lo que llevamos de siglo. Cruda, como le gusta a Gibson, sucia, y sin cortarse un pelo. Y realmente es interesante es que se trate de una batalla cuando la guerra ya estaba prácticamente ganada, ante la feroz resistencia de los japoneses (antes de tirar la bomba H). Andrew Garfield está muy convincente en su papel de Doss, un chico muy religioso convencido de sus ideas y que a pesar de estar en contra de matar y de las armas, se alista. Puede que ese sea uno de sus puntos flacos, y es que el protagonista es el típico protagonista que lleva al mundo en su contra, es perfecto y no tiene defectos y que tuvo una infancia difícil. Mención aparte para Hugo Weaving haciendo del padre, con una interpretación fabulosa en las pocas escenas que tiene, en la primera parte de la película, antes de las escenas bélicas....(Diego95.Almoradí).


Una película asombrosa, que vuelve a demostrar que Mel Gibson es un cineasta genial, capaz de elevar una historia interesante a la categoría de obra maestra fílmica sin paliativos, verdaderamente él cumple con la regla de las 3 "E", que dice haber escuchado y tener en cuenta: un film debe ser Entretenido, debe mostrar una vertiente Educativa, y, ya es lo máximo, debe Elevar el espíritu del espectador, divisas tenidas muy en cuenta en Hasta el último hombre......(DE CINE 21).

Una de las mejores películas bélicas sobre la Segunda Guerra Mundial.
Al nivel de las grandes: Salvar al soldado Ryan, La delgada línea roja, Cartas desde Iwo Jima, La colina de la hamburguesa, La colina de los héroes, La colina de los diablos de acero, Ataque, la serie Hermanos de sangre… Estas son las claves que pueden servir para hacerse una idea de cómo y por donde respira el último trabajo de Mel Gibson como director, una de sus mejores películas, mejor que la serie Las banderas de nuestros padres, The Pacific o Windtalkers y al nivel de otra joya del género bélico, o por aclararlo más, antibelicista, Senderos de gloria, de Kubrick.
Es también una de las miradas más brutales del cine a la guerra, sin adornos ni componendas para edulcorar las imágenes que representan el infierno de la muerte. Cada muerto y cada herido deja su huella en el espectador, que se ve totalmente envuelto en el huracán de violencia en algunas de las mejores escenas de acción que ha rodado el cine. Eso sí, acción con contenido, no acción por la mera acción o como adorno principal de la función. Detrás de las secuencias bélicas propiamente dichas, lo que oculta Hasta el último hombre es una apuesta muy actual por la vida frente a la muerte, una clara reflexión sobre las culturas de vida frente a las culturas y rituales de muerte, lo cual, con los tiempos de guerra contra el terrorismo en los que vivimos, resulta plenamente actual y va más allá del contexto histórico en el que se desarrolla este largometraje que por otra parte se basa en una historia real.....(ACCIÓN DE CINE9.

En su ansia de convertir su filmografía en autobiografía camuflada, Mel Gibson firma su enésimo acto de expiación con el biopic de un mártir incomprendido que demuestra su valor ante todos los descreídos que disfrutaron humillándole. Desmond Doss es otro Cristo que crucificar en la obra gibsoniana, y un álter ego que permite que Mad Max se levante y ande cuando nadie creía en su resurrección. En 'Hasta el último hombre' conviven dos películas que no siempre se entienden entre sí: la odisea elegíaca, de espíritu eastwoodiano, que precede a la batalla, y la batalla en sí misma, que aspira a ser el film bélico más violento jamás contado. Gibson parece sentirse más cómodo en la visceralidad de la guerra que en el aliento neoclásico que despide el melifluo carisma de Andrew Garfield en su puesta de largo como objetor de conciencia. Lo que quedará para la Historia es un fragmento de cine puro, guerra cruenta que haría las delicias de Sam Fuller, donde Gibson se hace paradoja: el pacifista más sangriento del mainstream yanqui.(FOTOGRAMAS).
          Sin titulo        

Sabes cuánto me gustaría estar en una isla desierta sin conexión alguna? Deseo tantas cosas, quisiera desentender las letras, desentender las palabras, desentender las razones motivos y sentimiento alguno que encuentre ese rinconcito que todos llaman corazón, el cual para mi hoy tiene un nombre indefinido.

Tengo tantas ideas, palabras, frases, ruidos, memorias, recuerdos, imágenes, puestas de sol, lluvias, caricias, besos, y un sinfín de cosas, mi pecho caja fuerte guardadora de tantos sentimientos encontrados que por más que expreso no atiendes.

Crees en el amor?

El chico de a lado pregunta. Mi reacción es realmente indifirente a la situación, no se quien es y ni siquiera se quien es, ambos estamos en esa banca por casualidad. Yo fumando un cigarro y dejando que el viento lo consuma mas rápido, solo esta entre mis dedos por que adoro su aroma en ellos.

No respondo a la pregunta antes dicha, y el chico que me acompaña en la banca vuelve hacerla, crees en el amor?.

Él, sin si quiera saberlo ha dado en un punto en el que a mi podría destrozárseme el corazón con solo mencionar amor.

Mi mirada se fija en él, y mientras volteo voy descubriendo quien es ese que me pregunta, si voz clara y no muy fuerte me hacia pensar que era un chico agradable, y no me equivoque, sus facciones son tranquilas, serias y serenas, su boca apetecible de labios medianamente gruesos, sus ojos un poco rasgados, pestañas medianas, cejas gruesas, nariz ancha, alto, alto a mi lado. Como pude ver todo eso en tan poco tiempo? No lo sé, solo me di cuenta de lo que es.

Ese pequeño espacio de tiempo me permitió escuchar el latir de su corazón mientras me volvia a preguntar si creía en el amor, escuche su respiración entre cortada, me di cuenta de sus suspiros que entraban y salían de su pecho, sus manos estaban posadas sobre sus piernas y su mirada estaba fija al frente. Él, necesitaba una respuesta de mi, pero por qué? No me conocía, no sabia quien era, ni mi nombre, ni mi esencia, mi mirada seguía postrada en él, su respirar me gustaba, su serenidad me inquietaba, su aroma que en momentos llegaba a mi nariz quemaba mi nariz de la la forma más dulce y agradable.

Debía responder a su pregunta? Su insistencia y ansiedad por escuchar mi respuesta era llena de ansiedad.

Él: Señorita podría usted responder a mi pregunta? Necesito saberlo.

Ella: En realidad, mi respuesta es larga, no podría terminar de hablar ahora y quizá mucho menos llenarte con ella.

Él: No importa, estoy dispuesto a escuchar cada palabra que venga de ti.

Su mirada seguía viendo al frente sin si quiera voltear a verme.

Ella: pero por que me preguntas a mi, habiendo tantas personas en este lugar?

Él: por que estas aquí en mi banca, una banca en la que suelo sentarme a esperar, y eres la primera persona que viene a usar este espacio a mi lado. Tu aroma combinado con el cigarro que fumas es distintivo. Y estas aquí conmigo.

Ella: sin palabra alguna suspira y comienza hablar…

Que si creo en el amor?

Si, soy una ferviente creyente de eso que los demás llaman amor, ese que sale de tu pecho y se da sin razón alguna, ese que la otra persona se gana sin saber por que, creo en el como la cosa mas bella existente en este mundo, creo en el amor y toda clase de sentimientos que con el conlleven, soy una adicta y alcohólica del amor.

Él: (siguiendo con su mirada al frente) pero por que permites que una lagrima salga de tus ojos?

Ella. Extraño tenerlo conmigo…

Él: dime más, en realidad existe?

Ella: sigue hablando…

Claro, el amor existe, muchos dicen que es solamente un estado mental o cosas asi, pero si lo sintieran como yo lo siento sabrían que no es nada de eso, las demás buscan razones para justificar lo injustificable, el amor es lo que es y no importa lo que digan los boleros y los tangos, el amor existe mientras tu en verdad lo desees y lo tengas, y tengo tantas marcas en el cuerpo que si las pudieras ver te darias cuenta de cuan real es el amor.

Él: (el chico quedándose en un suspiro profundo continua) podrías hablarme de esa marca que llevas en el pecho, esa que tu blusa deja un poco al descubierto.

Ella: sorprendiéndose de las cosas se pregunta entre si, pero como pudo darse cuenta, si ni siquiera me ha regalado una mirada. Llevando la mano a su pecho y tocando esa cicatriz llena de verdades y realismos continua con la charla.

Muy bien, esa marca de amor tiene una gran historia, esta llena de momentos, palabras, que la vida me regalo, contiene besos ,caricias y palabras de amor, cosas que hoy realmente extraño y sin las cuales no puedo vivir, creo que desde que naci es parte de mi, toda clase de amor, amor de pareja, de novios , amor de familia, amor de amigos, bien dicen ahí que las mujeres estamos hechas para amar y cuidar.

Él: (con una ligera reacción me regala la primer mirada)

Sus ojos obscuros me miran por primera vez, son tan lindos, y su mano se retira de una de sus piernas llevándola a mi cara y secando las lagrimas que salen de mis ojos, pero por que su mirada sigue viendo tan fijamente a un lugar desconocido. Y me dice:

En realidad y muy en el fondo sabia todo eso que me respondiste, tu aroma con ese ligero toque diferente al de las demás personas me decía que eras diferente, escuchar el latir de tu corazón cuando te pregunte sobre el amor, tu ligero nervio y tu ligero aroma tristeza y ansiedad me hicieron querer preguntar y afirmar lo que en 5 minutos pensé.

Mientras el acaricia la cara de la chica el silencio se hace mutuo, ni los pajaros cantan , ni la gente es ruidosa, como si todo se hubiera puesto de acuerdo en guardar silencio.

Ella acomodándose a la caricia suspira y siente esa pequeña caricia como suya y sonríe.

Él: sonríe y le dice…

Yo también creo en el amor…

Sus palabras retumbaron en mi pecho de la forma mas divina, hace mucho que no escuchaba la palabra amor…

Ambos en esa pequeña charla creamos una burbuja donde el mundo desapareció y el tiempo se hizo indiferente a las cosas, dejo de importarnos todo y solo fuimos uno.

Abro los ojos y lo miro, su mirada sigue fija a ningún lugar y le digo:

Eres ciego verdad?

El responde, si, no lo habías notado? Por eso es que me fijo tanto en tu aroma y reacciones, no veo las facciones, solo veo más allá de lo que un cuerpo, una cara y dos parpadeos tienen para este mundo.

Ella lo mira sorprendía a su respuesta y de pronto de sus labios fluye una linda palabra que lo hace llamarlo “amor”…

La distancia entre ella y el es tan poca, ella quiere que sus brazos la acurruquen dejándola escuchar mas de cerca su palpitar, él, solo suspira y la toma de la mano dejando que el tiempo corra y sus silencios hablen y se unan en una sola palabra,

amor


          Me importa un pimiento la marca España; me preocupa más la Justicia        
El Gobierno me tiene frito con su defensa hipócrita de la “marca España”. Presume de defenderla cuando realmente la detenta. No tiene rubor en usarla como escudo de sus desmanes y de las torpezas (o delitos) de otros poderosos. El último ejemplo: su alteza real la infanta Cristina, cuya situación judicial causa tanta pesadumbre al […]
          Para os interessados,        
Muitos me perguntam se eu desisti do blog, se eu não me interesso mais por green issues e blablabla. Para todos os leitores e apreciadores desse blog, achei que precisava dar uma satisfação do meu sumiço.

O Raponesa Green foi um projeto que se iniciou com a minha vontade de morar em San Francisco para entender melhor o movimento sustentável. Morei na minha cidade do coração por 1 ano e assim, o blog foi se desenvolvendo. Fiz mil cursos na UC Berkeley, workshop de permacultura, aprendi a fazer lixo compostável, fui a eventos sociais green, fui a encontros de green blogueiros, participei da maior feira green do mundo, experimentei leite a base de maconha, fiz detox com sucos orgânicos, meu carro era uma bike, trabalhava num restaurante sustentável, fazia shopping em thrift store, enfim, vivi.

O feedback em relação ao meu projeto não poderia ter sido melhor, fui convidada para ser colaboradora da Revista Vida Simples e trabalhei como consultora e fiz zilhões de pesquisa sobre o movimento green para agências de publicidade e empresas.

Depois de 1 ano, vi que estava na hora de ir para o segundo step. Com o conhecimento da sustentabilidade em mãos, percebi que preciso aplicar esse knowledge em um algum assunto mais específico. Com toda a certeza do mundo, a moda foi o tema escolhido.

Mudei para Los Angeles e abri minha loja online especializada em vintage (roupa atemporal, em perfeita condição, com preço justo e com a bandeira da reciclagem). Quem compra local, tem desconto no shipping, no entanto, o mundo inteiro está disponível a conhecer a Delicia Modas.


Obrigada mesmo a todos que comentaram e me motivaram a construir um arquivo tão rico em idéias green. Eu realmente acredito que podemos mudar de pouco a pouco nossa querida cidade de SP.

um beijo com amor,
Ellen
          Análisis del discurso en la Sociedad Patriótica        
Para analizar este discurso nos debemos responder algunas preguntas:
1. ¿Qué ocurrió el 19 de abril de 1810?
2. ¿Qué ocurrió en Caracas desde esa fecha?
3. ¿Quiénes formaban la Sociedad Patriótica?
4. ¿Por qué el discurso en la Sociedad Patriótica?
5. ¿Bolívar era el único que pensaba así?
Los años anteriores a 1810, ocurrieron en la Capitanía General de Venezuela una serie de eventos que traerían como consecuencia la independencia de las provincias que conformaban la Capitanía; no solo pensemos en las diferentes insurrecciones e intentos de golpe de estado, sino en las disputas por el poder entre las dos clases dominantes, además el pensamiento o temor que tenía la clase criolla de perder sus privilegios a manos de las clases de pardos y quinterotes.
El 19 de abril de 1810, no es realmente el grito de independencia, es un acto mediante el cual estos “conspiradores” juran lealtad a Fernando VII.
Para Salazar, Jiménez y Miliani (2000, p. 350) en el cual citan a Ríos (1981)
No había una clara definición de carácter autonomista, sobre todo en función de la presencia de un sector de la clase dominante criolla que, por la conjugación de intereses económicos, prejuicios sociales, conciencia monárquica, miedo a los negros, etc., mantenía la plena identificación con los intereses metropolitanos (criollos realistas). Sin duda -afirma la autora-, la conciencia de poder de la clase dominante criolla no se correspondía aún plenamente con la idea de ruptura del nexo colonial.
Esto nos esto nos deja claro que algunos criollos buscaban hacerse del poder.
Es por ello que generan leyes y reglamentos entre 1810 y 1811 que evitaban a otros grupos sociales ejercer entre otros el derecho al voto tal como lo enuncian Salazar y otros (2000, p. 351)
El reglamento electoral promulgado daba el derecho al voto a los hombres libres, mayores de veinticinco años y propietarios de bienes y cargos. Esta última condición, unida a la negativa de permitir el voto de mujeres y esclavos, generó un Congreso representativo de la oligarquía criolla. Este hecho facilitó el mantenimiento del orden social y económico que ellos defendían.
Acaso no es cierto que los criollos se opusieron a la Real Cédula de Gracias al Sacar de 1796, de la cual exigían su derogación.
La Sociedad Patriótica, que había sido convocada para ocuparse del desarrollo económico del país, se convirtió en un foro donde se llevaron a cabo las discusiones y los discursos que condujeron a la independencia del país.
Las personas que constituyeron la Sociedad Patriótica formaron la elite intelectual criolla, que desempeñó un papel importante en el desarrollo de nuestro movimiento independentista. Entre sus miembros, figuraban Simón Bolívar y Francisco de Miranda. Es en este escenario donde Simón Bolívar el 2 de julio de 1811 hace su discurso.
En la mañana del 4 de julio el Congreso celebraba una sesión secreta cuando se anuncia una comisión de la Sociedad Patriótica. La sesión se hace pública, y se les recibe. Los miembros más exaltados de la Sociedad van a las barras. Desde allí gritan y presionan.
Los que frecuentaban el lugar eran Bolívar, Vicente Salias y Coto Paúl. Cuando el presbítero Juan Vicente Maya expone algunas razones para no acceder a la inmediata declaratoria de independencia, fueron ellos quienes lo increparon con palabras airadas.
Como se deduce, la Sociedad Patriótica tenía una estructura y una consistencia de partido. Al principio, se constituye guardando un criterio de selección. Así lo recomiendan las tácticas del momento. Luego amplía su base y acepta tanto blancos como mulatos, negros e indios, dando impulso inicial a nuestro desprejuiciado sentido de integración racial.
En este discurso Simón Bolívar recoge un clamor de un muy buen grupo de conciudadanos que veían como en el Congreso se le daba largas al asunto de la emancipación, convirtiéndose quizás en el detonante junto con el bullicio que había en las calles donde se reclamaba la declaración de Independencia.

          Realmente sólo amo a Dios tanto como amo a la persona que más amo.        
Dorothy Day
          Comment on Psychology is the Devil: A Critique of Jay Adams’ Counseling Paradigm by Paul        
It is truly disappointing Bradley, that you choose to go down this route. This was never meant to be an academic discussion. It was simply a case of someone (me) wanting to understand your position a little clearer and therefore asked a few questions in the hopes that your answers would clarify it for me. Unfortunately you’ve done no such thing. You’ve bogged yourself down in pedantic semantics, losing sight of what my original post was all about. Has this been done purposefully on your part? I really can’t answer that, but I do think that you’re intelligent enough to understand what I was getting at in my original post, which could possibly be a reason why you have refused to answer it. What else can I do Bradley but surmise, since you have continually done this. You continue to try and stir things up like with this comment: “Thank you for admitting to sloppy communication.” I never admitted to any such thing. If you have a look at my reworded question you’ll find that the only significant change I made to it was adding the word ‘ultimate’ earlier in the question, hardly an admission of sloppy communication. My original question was pretty simple to understand, yet you seem to have missed it all together. You’ve gone on now for 3 or 4 responses and have failed completely to answer any of my original queries. Now you’ve gone the route of ‘the professional troll’ and have given yourself an excuse to end or delete this discussion. Good one. I’m no troll Bradley, just someone who thought you’d be able to give honest answers to a few honest questions. There are several reasons why I didn’t reply specifically to you’re A to I points and I’ve addressed a few of them in my previous responses. Let me sum up: Your A1 to C23 points were spent on trying to understand my original question, when as I stated in a previous reply, all you had to do was read a little further down the question and the meaning and intent should have been clear. D1 to D16 is more superfluous than informative. The problem you have here is your confusing the idea of science with certain ‘conclusions’ scientist come to. In D16 you state: “The clarity of this reaches a peak when (sic) state the two are “diametrically opposed.” This statement was ironically followed by one of the rewordings of your question, which goes to prove that the intention of you original question is to have me choose between the two….” You see Bradley, it is the ‘conclusions’ that are diametrically opposed, not science and religion per se. You then go on to requote my example of what science tells us about the origins of the universe and what the scriptures say. Something I commented on further in a following reply involving Jesus’ feeding of the 5000, which I might add you have again failed to address. What you still fail to understand is that there is a difference between seeing a conflict between science and scripture, and seeing a conflict between conclusions that scientists and scripture make. Not sure why you don’t see that. You then follow that up with D17, reminding me that I told you that I have no distrust of science. I’ll remind you (again) that I don’t have a distrust of science, merely the conclusions that some scientists come to. I would recommend reading Mitch Stokes book ‘How to be an Atheist: why many skeptics aren’t skeptical enough.’ He offers some helpful insights on this issue. E1: “I would suspect there is a problem with your interpretation before I would call science into question.” You continually confuse science itself, you know, the testing and verifying of certain hypotheses, with conclusions certain scientist come to. It’s no wonder you get lost in your own little ‘virtual world’. E2: You seem to be using the difficulty of exercising a good hermeneutic as an excuse to not exercise any hermeneutic at all! What an absurd thing to infer. You say that “if interpreters are so beset with human depravity, interpreting with an (sic) sinful heart, and prone to mistakes without any last ‘stronghold’ or aspect of human nature to trust in, that I find good reason to not trust in myself or my own abilities, transcendency or supremacy of authority and inerrant words..” You do realize that the same problem would apply to your hermeneutic when applied to science don’t you? And simply saying that science doesn’t make any moral demands doesn’t relieve you of that problem. E3: Are you saying that because of our depraved hearts we can’t know what God is saying to us in an inerrant and infallible scripture? When Paul says, “Christ Jesus came into the world to save sinners, of whom I am the foremost.” Am I not able to take any hope from that statement simply because I am sinful and have a depraved heart? How absurd to think that simply because I have a sinful heart, I now can’t trust anything God has said. Again, it’s your understanding of hermeneutics that is flawed, not my ability to apply a good hermeneutic to scripture. E4: Do you really mean what you seem to be saying here Bradley? Do you really thing that science can be trusted more than God can be? I mean if God has spoken, how could he not but speak inerrantly and infallibly? You seem to forget that either God has spoken or he hasn’t. If he has spoken, please explain to me how he can do so and err or make mistakes? I think you have too much faith in science and not enough faith in God. Let me rephrase your ‘rough-draft of an argument for you.  Messages using human words require interpretation to be understood properly  Darwins ‘Origin of the species by means of natural selection’ is a message from Darwin using human words.  Therefore, Darwin’s ‘Origin of the species by means of natural selection’ requires human interpretation to be understood properly.  Human interpretation of messages communicated with human language has no protection from endless erring. (There are mechanisms in place to keep us from “erring endlessly.” They involve grammar, syntax, context and such. You’ve erred here.)  Darwin’s ‘Origin of the species by means of natural selection’ requires human interpretation of messages communicated with human language to be understood properly. (As does any text on any subject, be that science or religion.)  Therefore, nothing protects humans from endless erring in Darwinian interpretation. (Except maybe a good hermeneutic)  Human interpretation cannot be trusted in principle. (If human interpretation {the science of hermeneutics} cannot be trusted here, then neither can any science.)  Science can be trusted in principle? (see above.. and maybe read some Hume.)  Therefore, science can be trusted more than the human interpretation of Darwin’s ‘‘Origin of the species by means of natural selection’. (highly irrational. Hermeneutics is a science, how can it be trusted more than science?  Human interpretation of passage X in Darwin’s ‘Origin of the species by means of natural selection’ contradicts science. (That would mean it contradicts itself)  Science should be trusted in principle (I agree with you, but maybe get to reading a bit of Hume on why a bit of skepticism might be a good thing.) but human interpretation should not. (Science should be trusted in principle, except another science…?)  Therefore, human interpretation of passage X in Darwin’s ‘Origin of the species by means of natural selection’ should not. You see Bradley, your whole argument is irrational and nonsense. E7: As you can see Bradley, I don’t believe (1) through (11) above. All I needed to do to prove it wrong was to insert Darwin’s ‘Origins of the species by natural selection’ to show you where you err. You err in thinking that it is only the Bible that is to be doubted if you use your line of reasoning. We should doubt everything we know. You then get more than a little silly when you try and give a ‘rough-draft’ of an element of my own argument. I’ll reword it for you like you asked.  The Bible is inspired, inerrant and infallible. Science is about proving the truth of certain hypotheses. It does not, indeed cannot, make claims for itself. It is a tool. You might as well try and say a hammer can make claims for itself of inspiration, inerrancy and infallibility.  --It certainly transcends the authority of science. (that was the point of my original question.)  --Human interpretation of passage X of the Bible contradicts what some scientists have concluded about our origins.  --Therefore, with respect to passage X in the Bible, one must choose between God’s authority (what God says happened) and that of science (what science says happened).  --Bradley chooses the authority of science over the authority of what passage X clearer teaches.  --Passage X has divine authority.  --Therefore, Bradley’s action betrays God’s authority. When you get to your G1-5 points you really push the boundaries of common sense. You are aware aren’t you that when asked to give a simple yes or no answer, one is not required to simply answer “yes” or “no”. The question can be understood to be answered either in a “positive” or “negative” way. “Yes, I affirm that science holds ultimate authority over God, for such and such a reason.”or “No, I don’t believe that science holds ultimate authority over God.” But what do you do, you take the 12 year old approach and simply say “yes”. How on earth do you write this stuff and still think you are saying something of value? H1 through H12 were confusing at best, but it is the points H7.1 to H9.11 that I found most interesting. I’ll go through them point by point to show you where I disagree with you. You first state my line of reasoning as follows:  If the scriptures are not divinely inspired  then they are certainly not inerrant,  and if they are not inerrant,  then they certainly cannot be trusted,  if they cannot be trusted  they would have no authority in what they say or teach. This is a valid line of reasoning in light of what it is refuting, the original claim that scripture is divinely inspired. “If the scriptures are not divinely inspired, then ” refutes the proposition that “scripture is divinely inspired.” There have been and are an immeasurable number of people who have affirmed that the scriptures are indeed inspired, and Jesus Christ is one who I would put in that group. Where your ensuing lines of reasoning fail is in what they are trying to refute. No one (as far as I know or have heard) holds to or affirms the first line of either of your following premises. Who has ever said that science is divinely inspired? Who has ever said that human interpretation is divinely inspired? You might as well say that if a turtle in not divinely inspired, then it is certainly not inerrant, and if it is not inerrant, then it certainly cannot be trusted, if it cannot be trusted, it would have no authority in what it says or teaches. Absurd? Absolutely! Much like your attempt to use the same line of reasoning in refuting something no one else is trying to affirm. You say in your last post that I .. “have avoided responding to my analysis and returned like a broken record to repeating yourself instead of engaging my analysis.” I have repeated myself “like a broken record” because your analysis was a distraction. You have never given a reply to any of the questions I originally asked and so I kept going back, hoping that you would actually grant me that courtesy. All I got from you was a petulant “Yes”, and a confusing dissertation on how you completely misunderstand hermeneutics. “Our ‘dialogue’ has failed to be a two-way street. Dialogue requires two people paying careful attention to each other and being careful to heed the other’s choice of words without making un-necessary assumptions.” Our dialogue has failed because you have refused to answer my questions; questions that were asked with integrity and honesty. You have questioned that and to be honest, I don’t really care. I did care about what you had to say in response to my original questions, but unfortunately I’ve given up all hope of ever getting them from you. You seem more interested in having some sort of academic dialogue then in answering what I thought were fair questions given the position you hold. “As far as I can see at present, continuing to exert energy into having a fair and respectful dialogue with you is not working. All I can do is point out how more and more out of control your position is becoming as we exchange words. It’s not out of the realm of plausibility for me to wonder if you are actually a very skilled troll.” We both can agree that “continuing to exert energy into having a fair and respectful dialogue..is not working,” but for vastly different reasons. You can claim all you want that my position is getting “more and more out of control” yet the truth is far from the claim. I have consistently tried to get you to address the questions of the original post even offering examples from scripture in order to help you in understanding what I am asking and yet you have continually failed to address them. That is a shame. You say you are confident in your reader’s ability to be good judges. I am too. More than confident that they will see that you have refused to address the original questions and the examples I gave to those questions. More than confident that they will see that you have a poor understanding of hermeneutics and how it applies to all that we try to understand, not just scripture. More than confident that they too would like to know what you really think about the questions I have asked. Unless you actually address the questions of my initial post, this will be the last post in which I reply to you. Kindest regards Bradley.
          Comment on Psychology is the Devil: A Critique of Jay Adams’ Counseling Paradigm by T h e o • p h i l o g u e        
Paul, Thank you for admitting to sloppy communication. <blockquote>I’ll agree that I could have stated it better at the start.</blockquote> This is an understatement. I went to lengths to label every line of my thoughts, one of them was about how you worded your question initially vs. how you worded it when making the case that I had intentionally ignored the intent of your question, and then how you equivocated on your meaning during our dialogue at different places, then how you blamed and shamed me for failing to understand you. <blockquote>You’ve spent a lot of time over the wording of my original question. ... </blockquote> Because you challenged my interpretation of it without even checking how you worded your own question, failing to realize the great difference in meaning in your own choice of words when you tried to "clarify" (read: scratch and start over) your question. If I'm wrong, show me where my analysis breaks down. <blockquote> ... Your points and counterpoints came across as far too condescending in a discussion such as this. Your argument turned to bluster and lost all significance. Less verbiage might mean more understanding of the points being discussed.</blockquote> I can't control how my points "come across" when I'm showing why I think your argument is absurd. That responsibility is on you. You *should* simply take it as me saying "I don't understand why he doesn't get it? Seems straightforward to me." That's a judgement about your argument, not your intelligence or integrity as a person. <blockquote> In reply I will say this Bradley, although I have read your response from beginning to end, there is so much in there that is off target that I find it difficult to piece together a measured, response. It seems to me that it is best if I reword my question </blockquote> First, this is the kind of response that ends a discussion. It's like saying "I won't address your arguments. I'm just going to spend lots of effort rewording my question and expanding on it." What makes it worse, is that I've already answered both the question you actually asked, and the question you claimed to you intended to ask. I not only answered it, but I answered in the exact manner ("Yes" or "no") you expected me to answer it. So rewording your question is a step backwards in the progress of our dialogue. It does not seem to me you are (for whatever reason) up to the task of a true dialectic. In spite of my careful labeling of each part of my analysis to make your own analysis more easy to communicate, you have avoided responding to my analysis and returned like a broken record to repeating yourself instead of engaging my analysis. <blockquote>... I truly hope that you deal with the questions I’ve asked above and don’t get bogged down in issues such as the role of science in Biblical hermeneutics, languages and ancient manuscripts. I have a good grasp on these issues and don’t need to be schooled by you on them.</blockquote> So after failing to engage my own analysis, you repeat the question even though I've already answered it (see above), you now wish to rule out my use of evidence we both agree exists? This is like saying "I truly hope you don't get bogged down showing why you disagree with me using the evidence you think is relevant. I already know about the evidence." But you never engaged my use of these fields of study. Your response does not reckon with the difference between regurgitating knowledge vs. showing its relevance to our discussion using careful analysis. <blockquote>What bothers me more than just a little in your response is the condescending attitude you have in your replies. Was this unintentional Bradley or do you really think me a fool and that somehow I’ve overstepped my level of education and understanding and that you’re going to set me straight and put me back in my place? </blockquote> The irony here is that not only am I confident that my readers will be better judges than yourself about who is being condescending to whom here, but in your own accusation, where you try to shame me for being condescending, you yourself are the one being condescending. How am I supposed to respond to something like that? I'm at a loss. Pointing out ironies in your logic is not condescending; you don't have to take it that way, but if you are going to take it that way and shame me for it, you would think you would yourself be careful not to be guilty of the same in the very context in which you are hurling your accusations. It's a major blind spot in your response. <blockquote>... If I could offer one more word of advice to you it would be this; you would a far better communicator if you didn’t try to come across as so learned. </blockquote> And again you are not only assuming that my choice of words were motived by a desire to be seen as "learned" instead of seeing my choice of words as motivated by my desire to be as clear and persuasive as possible. This feeds more into the irony I mentioned above because this is itself condescending, since you are basically saying that while your motives are more pure, my own motives are clearly degenerate. You didn't even try to make the case that my choice of words was not actually to be as clear and persuasive as possible, or point to a single place where there is no other way to plausibly interpret them. It's like pulling a rabbit out of a hat but pretending it's not magic and responding with indignation if someone asks where it came from. You are putting me in a lose-lose situation. <blockquote>What a horrible point to make in a discussion about authority. Insinuating that I could possibly be a threat to the safety of your family Bradley? ... I really would have thought you would have avoided that sort of attack in this sort of discussion.</blockquote> Here your response again is pregnant with assumptions about my motives that are not warranted by actual choice of words. Where in my actual words do I ever "insinuate" that I was presently concerned at all for the safety of my family, or what is more--that you were the cause of my present concern? I never said, it. You are being negligent in being so careless not to carefully reckon with my choice of words, but restating them very differently than the way I actually state them, putting into them meanings that were neither necessary nor kind. <blockquote>I think that what you stated in your reply to Stephen Newell’s initial comment to your blog sheds a bit of light as to why you have responded so vigorously to my question.</blockquote> That comment was made in September of the year 2007, approximately a decade ago. Again, why would you make the implausible assumption that approximately 10 years later, the status of my own expectations would be no different, or that the reason I was hoping someone would disagree to engage my thoughts was only to scorn them rather than open up a dialogue? <blockquote>Your points and counterpoints came across as far too condescending in a discussion such as this. Your argument turned to bluster and lost all significance. Less verbiage might mean more understanding of the points being discussed.</blockquote> Previously less verbiage led to you accusing me of misinterpreting your question. Giving careful analysis to your accusation and it's validity (or lack thereof) did not pay off, since you failed to engage it, choosing instead to completely distort my words and repeat your own arguments. Now the failure for us to "connect" and understand each other I have labored to show is owing to your equivocation, personal attacks on my motives, twisting of my words, and intentional avoidance of my arguments in relation to the analysis they were carefully based on. Our "dialogue" has failed to be a two-way street. Dialogue requires two people paying careful attention to each other and being careful to heed the other's choice of words without making un-necessary assumptions. So far you don't seem to be interested in engaging in dialogue as much as offering your opinions, assumptions, and accusations--and repeating them over and over without engaging my critique of them. You are even trying to rule out the possibility of me defending my argument, saying something parallel to "Even though I'm not addressing your arguments because they are so bad I don't even know where to start, I really hope you don't revert back to them for the remainder of our discussion because that would just be condescending." <i>Nice try, but I'm not going to be shamed into abandoning reason.</i> As far as I can see at present, continuing to exert energy into having a fair and respectful dialogue with you is not working. All I can do is point out how more and more out of control your position is becoming as we exchange words. It's not out of the realm of plausibility for me to wonder if you are actually a very skilled troll. Bradley
          Is God Relevant Today        
We now live in a very modernistic world and continue to demand more modern all the time. It causes in us a very short sense of historical perspective. We are encouraged to discard and forget the past history and embrace the New World ideas (we have somehow evolved into a higher life form, from any other people who lived before us. And so now, think that we can dismiss the wisdom of the aged and the vitally important historical lessons; we then design our New World lifestyles.) We have been so bombarded with modernism and materialism from the TV, school, magazines, movies, newspapers, computers and advertising that we have become conditioned to the idea of a world that is without any real god or even the need for one. It’s like we have been brainwashed by all this, it is a false idea and a shallow lifestyle. Like someone who is so taken up with the Internet that he scarcely notices his family, so we are today - so taken up with the larger-than-life world that we scarcely notice God - the material world becomes so real, that the spiritual world is basically lost to us.
There is a saying - "There is no such thing as an atheist on the battle field." When we find ourselves in a situation where we are stripped of our security and comfort, many of us ask a God, who supposedly does not exist, to help us in our hard times. God is there all the time but many of us only acknowledge when we must.
Many question the existence of God, but not the theory of the 'atom' - for it is still only a theory - it sounds like a good theory to me too, but total proof is not available; yet we put great faith in it. The theory of the atom was first recorded by Democritus, a Greek philosopher around 465 BC. He gave us the word 'atom'. Are we much more clever and enlightened now or is it just more technology? Technology and new medical advances can produce a wonderful new drug to alleviate pain, but then people use the drug to escape reality and destroy themselves as well.
High technology does not equate to wisdom and spiritual insight. God and the spiritual realm are out of reach of the scientific sphere - they cannot be measured and tested in the same clinical way in a laboratory. Why then does man consider that he understands enough about God and the spiritual realm, to declare them obsolete? Stephen Hawking the brilliant theoretical physicist and mathematician, his work helped confirm the 'big bang' theory to Evolutionists and yet I heard him state on radio recently: "We still do not know the origin of the universe or why we are here."
(Even many evolutionary scientists are now saying that the theory of Evolution is not really plausible without their being some kind of 'higher intelligence'. They propose that, that higher intelligence could be the combined intelligence of the universe. Hmm, I do not think that a rock has very much intelligence and certainly not enough to create the full range of incredibly complex of life forms in evidence on the earth today. The ‘Big Bang’ theory suggests that while ‘first there was nothing’, this “nothing” exploded into millions of huge stars bigger than our sun.’ How? Where is the mechanism for such a process? There are thousands of scientists around the world, now declaring evolution as impossible.)

Some will say to me "I don't need God, why should I ?" And true enough in a physical sense most of us can live without God, but if God does exist, as I propose, He says no person can have any quality of life at all in the next life, without living for Him in this life.
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          Hyperbole Ahoy! Rickey Reviews "Inception"        
"Inception" is at once the best movie you'll see all summer, yet the most flawed as well. The movie boasts a wildly imaginative concept that's executed to near perfection from a storytelling point of view. However, the visual tableau in which the plot moves forward falls flat in a few places. The movie's ideas are intensely cerebral, but it lacks much of the necessary presentation to compliment it. At the very least however, this is a thought provoking and fast moving flick that is definitely guaranteed to kick your brain into overdrive for two and half hours. If "The Sorcerer's Apprentice" can claim the same, we'd be more than a little shocked.

The basic overarching plot is deceptively simple: it's a heist movie. Leonardo DiCaprio and a gang of thieves dive into the mind of a powerful industrialist in order to dissolve his energy company and thereby better the welfare of his competitors and humanity as a whole (hey, why can't we do this with BP?) But the way Leo accomplishes it and the manner in which it is explained and performed cinematically is what catapults this movie on to another level entirely. The movie unfolds on a level that we, as moviegoers, haven't had the pleasure of experiencing until now.

In order to pull off the heist, DiCaprio's character Cobb recruits various specialists and then plunges head first into the dream. The underlying science behind is left intentionally unexplained, which is OK with us--this is more of a fantasy movie than a sci-fi one. Cobb's plan is to plant the suggestion to dissolve his empire in the billionaire's head by plummeting into three consecutively deeper planes of his dream state and using the target's deep rooted father issues as leverage. Things go wrong when the team arrives in the dream to discover that the target has prepared for this mental invasion by "militarizing his subconscious" (best. line. ever.) and then the rest of the flick becomes a frantic scramble spanning around multiple layers of consciousness, some scenes constrained by gravity, some not. "We have to go deep" is a common refrain throughout the film, as Cobb's tenuous grip on reality grows shakier the deeper he travels.

Three nested levels of dreaming, unfold simultaneously at different paces, with characters running around about on each level. Each level's time progresses at a different speed. Absolutely nothing like this has been put on film before. Watching it all intricately unfold, crumble, and finally synchronize up again, we can't help but assume that Nolan played his fair share of three-dimensional chess in his younger days. The heist is absolutely brilliant, it occupies two thirds of the film, and the idea alone is well worth the $10 ticket price for this movie. Words simply can't do justice to the complexity that unfolds before your eyes. The movie is a testament to what cinema can convey.

The big problem is the visual execution. The gritty urban realism that director Chris Nolan perfected in his Batman movies doesn't serve him as well in a surreal movie about dreams. More than anything else, this is a movie about big crazy ideas, and either you're willing to forego normal cinematic conventions in order to get your brain tickled for two and a half hours or you're not. Rickey was cool with it, but some of you might not be. Don't get Rickey wrong, this is a terrific movie--easily the best of the summer, but it could've been even better if it took a bit more of an artistic leap.

At one point, Rickey said to himself, "hey, this is a dream, so why don't they just grow wings and fly around?" Sure, it sounds silly at first, but think about it. We're in the dream world here, so why not venture into the realm of the fantastic? When we dream, can't most of us do a little better than dreary Chicago in the rain? Isn't there more most of us could dream up than characters chasing each other around a dimly lit hotel? To it's credit, the movie pays scattered homage to other great dreamers such as Escher and Kubrick in many shots but when it comes to the third level of the mark's subconscious, a wintry snow scene, Nolan completely dodges the obvious shout out: Hitchcock and Salvador Dali's collaboration on the ski run scene in "Spellbound." Instead, we are bombarded with a James Bond style shoot out featuring fireballs and snowmobiles. Not quite as profound...

The obvious explanation for this restrained (and arguably unimaginative) take on dreams is that asking the audience to delve even deeper into the realm of the imaginary when they're already tracking three concurrent dreamlines is pretty demanding. Warner Brothers didn't spend $200 million to completely alienate their viewership and create more of an art house flick than a summer tent pole movie. We get that. Still, Rickey was ready to make the leap with them on this one and was left wanting when the visuals didn't match the trippy ideas the film traffics in.

But these are minor issues given the overall wonderment and awe this movie provides. And then there's the film's ending, which will probably go down in history as one of the most polarizing to date. "Inception" is very much a movie that asks you to make a decision about what you've just seen. Rickey's leaving this review purposfully light on spoilers, but for people who saw it, we'd love to discuss what you thought of the film's final shot in the comments section.

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          Blog Post: Beyond: Two Souls        

I'm going to try not to talk about David Cage's or Quantic Dream's past or previous projects such as Indigo Prophecy or Heavy Rain. I know that in some ways- and in more ways than one, Beyond: Two Souls resembles these games- mostly Heavy Rain, but it is a completely new ballgame in other ways as well. Sure, I might use a few easy to grasp examples from Heavy Rain- but that'll be about it, as I do not wish to ruin that particular story for anyone who may or may not have played or finished it. However, I will say that I was not a particularly big fan of Heavy Rain, and I actually enjoyed Beyond  a little bit more than that game- if not for its storytelling, then for its overarching story and minimal on-screen prompts during gameplay. While I did not so much like the classic Cage contextual prompts in Heavy Rain as much, despite enjoying that story more- the opposite was true here, as I didn't so much stick by the story as I did the better integrated prompts and controls. Despite their inherent lack of realism, I must admit that Cage/Quantic Dream games are quite good at what they do best- crafting a beautiful world and an engaging control scheme to explore it with.

I promise this is really the only direct line I'll say about Heavy Rain in relation to Beyond: Two Souls, but it really must be said in order to explain the themes of this game- so, sorry. There is a massive feeling of parental guidance and lack thereof in both games- from Ethan Mars and, in Beyond, Nathan Dawkins. While one deals directly with losing his son and then (possibly) recovering him later, the inverse happens throughout the plot of Beyond: Two Souls, and Dr. Dawkins serves almost as a mentoring and parental figure to Jodie for some time. Many of the same themes carry over from Heavy Rain into Beyond: Two Souls, however, Beyond also manages to stand on its own shaky feet as its own unique story which can have several different interpretations depending upon your choices throughout. The main, significant and stalwart theme of the game is one that follows (erratically, mind you) the life of Jodie Holmes and her paranormal companion Aiden. While some would argue that she is being held as a psychiatric and physical captive by Cole Freeman and Nathan Dawkins- her two doctors and later friends, I personally believe that their eagerness to learn of her communicative abilities with Aiden and obsession with the nether realm (for each their own reasons) serves as a more interesting tale than captivity.

Without (hopefully) spoiling too terribly much for you, Jodie's saga will take her from a child to a young woman, from the United States all the way to China, and from the deep sea to covert CIA deep cover facilities. In typical and slightly overbearing David Cage style, the story- or what there is cinematically told, I should say, is quite bizarre even for a paranormal, omnipresent, omniscient sidekick being in it- and is a globetrotting extravaganza that can be very confusing when taken out of order as it is. Then again, while I respect his ideas and games, I've never really enjoyed Cage's writing style so much- or his abilities